L’uomo col cappotto

Serie: La Farfalla

Ogni mattina alle cinque e trentacinque in punto, Ignazio Kyles piroettava giù dal letto buttato di traverso nel monolocale. La sveglia la stoppava l’esatto momento in cui avrebbe cominciato a strillare, soffocandone con una manata di taglio il desiderio irrealizzabile di maledirlo per la tanta puntualità. Il mattiniero si spogliava sino a lasciare gli attributi penzoloni, gli stessi che una donna sempre diversa non mancava di commentare con sorrisetti o battute.
     Con un saltello misurato si appese alla barra che aveva montato in mezzo all’arcata che portava alla cucina, flettendo ogni muscolo del torso, della schiena e delle spalle; alcuni li aveva solo lui, fasci di fibre scattanti, tendini tanto precisi e lucidati dal sudore che parevano il fantasioso spruzzo d’inchiostro di una ragazzina che si affannava nel disegnarlo maestoso e greco. Non propriamente greco, ma metà italiano e metà scozzese: le vittime liquefatte nel letto matrimoniale non negavano mai che la mistura di razza mediterranea e stirpe celta avessero dato i natali a un dio.
     «Ignazio, qui c’è qualcuno che ha ancora voglia di te,» blaterava la signora sul letto, il cui anello nuziale era stato lanciato a casaccio assieme ai vestiti della sera trascorsa. «Su, non farmi aspettare. Alle otto dovrò essere in ufficio.» Quella spalancò le gambe, si scompigliò i ciuffetti bruni in mezzo alle anche e aspettò. Invano.
     «Niente più sesso, cara mia. Fatti una doccia e arrivederci.»
     La signora, incendiata da una vampata d’imbarazzo, coprì il proprio pulsare col lenzuolo e zampettò sino al bagno. «Sei una merda…»
     Ignazio sogghignò appena e continuò ad allenarsi alla barra. Poi mise i piedi per terra, asciugandosi il sudore dalla fronte con la mano. Dedicò anima e corpo a flessioni, scatti sul posto, stretching e una sequela di microesercizi che gli impedirono di notare che la donna alterata aveva sbattuto la porta dell’appartamento.

Finì il ciclo di esercizi mattutini con un minuto di anticipo. Si massaggiò la barbetta scura, di un marrone avviluppante e dai riflessi neri come roccia lavica. Gli occhi, dello stesso colore, fissavano il cellulare che aveva lasciato sul mobile accanto al letto tra un paio di preservativi usati e una capsula per la sigaretta. Il sentore che quell’affare si sarebbe presto messo a squillare gli torse le budella.
     «Pronto?» lo afferrò mentre il motorino della vibrazione si avviava e gli altoparlanti si preparavano ancora a suonare.
     «Ignazio! La zoccola è scappata di nuovo!»
     Meditò: «Quale?»
     «La solita, Crist’iddio! Quella gran cagna ha fatto qualcosa alla porta della suite: ho dovuto chiamare i pompieri per farmi liberare, stanotte!»
     «La vado a recuperare, signor Merrick.»
     Dall’altro capo del telefono risuonò un profondo sospiro, «riportala da me a qualsiasi costo, Ignazio.»
     «Qualsiasi?»
     «Viva, s’intende!»
     Ignazio guardò il frigo, su cui una sola fotografia se ne stava in mezzo al nulla grigio, ancorata con un magnete a forma di pistola. «La riporterò da lei, signor Merrick. La terrò aggiornato. Una buona giornata.»
     Riappoggiò con calma il cellulare sul tavolinetto e respirò. La ragazza in questione non faceva altro che sgattaiolare dalle lussuose gabbie in cui il signor Merrick la rinchiudeva. Evadeva con una facilità disarmante, riuscendo a svicolare tra schiere di lacchè per poi perdersi nei meandri della metropoli. Ignazio decretò, dopo l’ennesima fuga, che non se ne andava perché si sentiva oppressa o controllata, tantomeno per andare in cerca di una dose o farsi un viaggetto acido collegata a qualche apparecchio cibernetico: voleva solo fare quattro passi.
     Al signor Merrick non andava affatto a genio l’idea che le sue proprietà, di carne o metallo che fossero, disobbedissero alle sue regole. Ignazio mise il cellulare in una delle numerose tasche del pantalone e si lanciò addosso un cappotto lungo e scuro. Le dita scivolarono rapide sino a sfiorare la custodia di un paio di occhiali da sole. Li indossò con un movimento rapido: aspettò un paio di istanti e lasciò che il software si avviasse, mostrandogli così il percorso da seguire.

Posteggiò la moto vicino a un bidone dell’immondizia, scostando col piede due barboni che sonnecchiavano tra il fango e le foglie pestate. Quelli avrebbero volentieri protestato, ma nel notare l’individuo che li sormontava pensarono bene di rimettere le palle nei pantaloni e farle rientrare sino a scusarsi in falsetto per averlo intralciato.
     Ignazio si chinò e grattò con l’indice i resti di una pizza, finita esattamente sopra ciò che i suoi occhiali da sole gli indicavano di cogliere. Strinse tra due dita un minuscolo chip, lo adagiò sul palmo della mano inguantata e lo fissò. «Questa è nuova.»
     Tornò alla motocicletta e l’avviò, ascoltando il ruggito sibilante delle bobine aggrappate al rotore del corposo motore elettrico sotto la sella.
     Prima di partire pigiò un tasto sull’asticella degli occhiali: «Ehi, sono io. La dama di Merrick si è strappata il chip dal collo. Sai se ne ha installati altri da qualche altra parte?»
     «Ignazio…» sbadigliarono dall’altro lato, «di che ragazza parli?»
     «Mytèn, o come diavolo si—»
     «Mylène! Ah, sì.» Rise l’altro, schiarendo poi la voce: «Da quanto tempo manca?»
     «Penso una giornata, deve essere fuggita ieri notte,» Ignazio diede gas, pronto a rilasciare il freno e partire. «Come la trovo? Non voglio bussare a ogni porta e cesso pubblico per cercarla.»
     «Controlla gli ospedali e le cliniche. Lo sai che in genere finisce sempre lì dopo essere scappata.»
     «Stavolta potrebbe essere diverso. Proverò ugualmente. Grazie.»
     Gas a manetta. Scivolò nel traffico, liquido come olio, piegandosi e sgommando, facendo sudare gli ammortizzatori per assorbire le asperità del terreno e limitare il rischio di morte.
     Gli ospedali grossi in quella zona della città si contavano sulle dita di una mano, e decise di cominciare da quelli per poi passare alle cliniche pubbliche e private. Cercò tra le tasche interne del cappotto e recuperò la foto della fuggiasca: domandò alla reception, ai dottori e ai passanti. Attenuò la propria minacciosità e si finse parente, amico o fidanzato di Mylène. Si scompigliava i riccioli bruni per simulare disperazione, si sforzava di addensare lacrime e tremolava mentre mostrava a uomini e donne la foto del suo bersaglio.
     «Oh, sì, io l’ho vista, quella!»
     Ignazio si voltò di scatto. La maschera da fratello addolorato si sgretolò: lineamenti d’acciaio e occhi da mietitore di anime. «Dov’è?»
     «Al pronto soccorso.» L’infermiera dalle pelle d’ebano indicò il corridoio asettico, facendo un cenno col capo che voleva suggerire di voltare a destra dopo la porta automatica di vetro. «La prima stanza. Non penso sia stata dimessa: le abbiamo medicato la nuca e dato una bella ripulita.»
     «Ripulita da cosa?»
     «Non so se posso dirlo…» l’infermiera interrogò la collega con un cenno. Ignazio scorse con la coda dell’occhio la risposta: non avrebbe ottenuto nulla.
     Senza altro aggiungere puntò l’ala del pronto soccorso e si fece spazio tra chi, senza poterne fare a meno, appiccicava i propri occhi a quel losco figuro. Cercò di non ascoltare il loro bisbigliare, ma non riusciva a farne a meno: udito troppo allenato.
     «È uno delle corporazioni…»
     «Chissà chi sta cercando!»
     Si concentrò, tenendo lo sguardo fisso sulla porta di vetro che doveva superare per riuscire ad afferrare Mylène per un braccio.
     «Buongiorno, infermiera. Dov’è la ragazza che è stata ricoverata qui per overdose?»
     La signora interpellata si girò piano. Osservò il bell’uomo appena arrivato, dai capelli ricci e vispi sino alla punta degli stivaletti di cuoio. Cercò indizi sotto il mantello che indossava, tra i muscoli che affioravano nonostante indossasse un maglioncino e un pantalone largo.
     «Chi è lei? Un familiare?»
     «Il fratello.»
     «Il fratello…» ripeté l’infermiera di mezz’età, con un sorriso sghembo. «Sua sorella è stata dimessa due orette fa, signore.»
     «Bene. Allora spero di ritrovarla a casa.»
     Diede le spalle alla stanza vuota e al letto immacolato. Serrò la mascella e strinse il pugno sino a fracassare il cellulare: era il terzo, quel mese.

Serie: La Farfalla
  • Episodio 1: Pipì
  • Episodio 2: Il tappeto
  • Episodio 3: L’uomo col cappotto
  • Episodio 4: Voglio un uovo
  • Episodio 5: Infarto
  • Episodio 6: Altruismo
  • Episodio 7: La perla più preziosa
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    Discussioni

    1. Ciao Giovanni, bell’episodio questo, dove diventa possibile riflettere sull’attualità del tema di proprietà, sul pericolo che rischia la nostra individualità in un futuro chissà quanto lontano (o vicino?). Inoltre l’uomo col cappotto è un personaggio ben caratterizzato, e la donna ha finalmente un nome… un bel nome… chissà se è davvero il suo… Il mistero su di lei aumenta, al prossimo episodio! Un saluto!

      1. Sono contento che ti piaccia il nome, non so da quale sacchetto è stato pescato! 😀
        Di misteri ne abbiamo a valanghe, ed è chiaro che una serie non basterà a risolvere tutto. 😉
        Alla prossima!

    2. Ciao Giovanni, questa mattina mi hai fatto prendere un colpo. Dando un’occhiata nel gruppo ho visto che il contenuto del tuo post era stato rimosso e ho pensato di non poter più leggere il nuovo episodio della serie (che avevo già occhieggiato, non letto, ieri sera). Meno male che su Open è disponibile! La concezione “proprietà” che si estende all’essere umano è purtroppo reale. Molti per altri sono numeri, pedine utili o mezzi. Mi chiedo se il futuro che descrivi non sia fin troppo “presente” nei semi che stiamo gettando per il domani.

      1. Ciao!
        Purtroppo mi rendo conto che, man mano che aggiungo dettagli all’ambientazione, il suo contenuto tende a mostrare una versione “peggiorata” di problemi già esistenti. Proprio come dici tu, non siamo lontani, anzi, per tante cose ci siamo già dentro sino al collo. 🙁