12 settembre 2018

A metà settembre mi sento sempre un po così. A metà settembre si tirano le somme di tutto quello che è stato fatto durante l’anno, perché per me l’inizio dell’anno non è l’1 gennaio, ma settembre.

Mi rincuoro solo perché molte persone la pensano come me. Eppure, da “piccola” io non li capivo mica tutti questi adulti così malinconici a settembre.

Se dovessi tirare le somme?

Meglio che non lo faccia, mi sentirei peggio.

Perché io sono così, non arrivo mai, si può fare sempre di più, se ho fatto 10 sicuramente avrei potuto fare 11, la continua ricerca della perfezione che mi perseguita, ma quest’ultima non solo a settembre, questa mi perseguita da 20 anni.

A volte vorrei soffermarmi sulle cose fatte, quelle belle, quelle che ti riempiono il cuore, che ti fanno dire “cazzo, sta volta mi sono davvero superata”, invece no, quelle le metto da parte perché “già fatte” e mi ritrovo a pensare alla patente in ritardo, alla fuga da casa che ancora non può essere concretizzata, al lavoro che vorrei, ad un futuro che mi fa venire i brividi perché non posso controllarlo e non so cosa mi possa presentare.

Ma perché poi tutta questa fretta a 20 anni?

Vorrei rilassarmi, godermeli al massimo sti 20 anni, uscire, andare a ballare, ma l’ho già fatto e mi annoia. Non ce la faccio a fare finta di niente come le mie coetanee, io penso troppo, loro invece non pensano proprio. E con questo non voglio insinuare che io sia un essere altamente superiore dotato di chissà quale capacità intellettuale, ho la terza media.

Penso solo che la verità stia nel mezzo, come ogni cosa, non esistono modi giusti o sbagliati di pensare, esiste un vissuto che ti porta a pensare, a fare, a parlare, ad agire in una determinata maniera e questo si può, o no, incontrare con pensieri o modi di fare di altre persone.

Ci circondiamo di nostri simili, non perché ci andiamo d’accordo, ma perché ci dicono quello che vogliamo sentirci dire.

Siamo attratti però dagli eclissi. Da quelle persone che sono il sole, ma noi però siamo la luna, da quelle persone che non ci puoi stare insieme, che non si incontrano mai, ma che quando si incontrano si sovrappongono e la gente poi sta con la testa tirata su per mezz’ora, perché è uno spettacolo l’eclissi.

Cerchiamo la tranquillità e poi quando ce l’abbiamo ci annoia, la diamo per scontata, la sottovalutiamo, perché tanto sta la, la ritrovo la tranquillità, tanto che fa?

Quella la controlli e le cose che puoi controllare sono entusiasmanti. Si, entusiasmanti all’inizio, poi diventano prevedibili, ma così tanto prevedibili che puoi anticiparne ogni mossa, ogni parola, ogni gesto e che noia.

Forse è per questo che rincorriamo sempre la perfezione.

Perché non ci fa fermare mai, non si arriva mai, c’è sempre quel qualcosa che manca, “quella famosa lira che ti manca per fare cento.”

Cerchiamo la tranquillità per ipocrisia, tanto non la vogliamo. Vogliamo il brivido, il salto nel vuoto senza paracadute, siamo incoscienti e che importa se poi ci frantumiamo al suolo, vogliamo stare in apnea sott’acqua il più tempo possibile, vogliamo nuotare nell’oceano in mezzo agli squali, vogliamo l’eclissi. E non vogliamo essere una di quelle persone che sta mezz’ora con la testa alzata a guardare, noi siamo quelli che vogliono essere protagonisti, quelli che vogliono essere guardati, quelli che fanno sognare e sperare gli altri mentre noi bon abbiamo più bisogno delle speranze, abbiamo le certezze.

C’è una frase che mi ha fatto sempre venire un nodo alla bocca dello stomaco, la frase è “Salto nel vuoto. Vieni con me?”

Non so perché, mi ci rispecchio, forse anche di più di quello che è in realtà.

Ma per me è la rappresentazione perfetta. Una persona che sia disposta a lanciarsi nel vuoto, senza badare alle conseguenze, basta che stia con te e sarebbe pronta ad andare ovunque, anche nei luoghi più limitrofi della terra.

Forse è questa la perfezione che mi perseguita a settembre da 20 anni.

Salto nel vuoto. Vieni con me?

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