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Serie: Tossicomania

  • Episodio 1: 1
  • Episodio 2: 2
  • Episodio 3: 3
  • Episodio 4: 4

– Quando ero piccola tutti mi chiedevano spiegazioni – Perché ti chiami Andrea? Ma non è un nome da maschio? –.

Non so per quale assurdo motivo mia madre mi abbia chiamata in questo modo ma non l’ho mai sopportato: ne lei ne il mio nome. Io mettevo il broncio ogni volta e lei rispondeva sempre – È un bel nome Andrea, mi è sempre piaciuto –.

In carcere Meg è stata la prima e ultima a chiedermelo e io stavo per fracassarmi la testa contro la parete. Eccetto lei nessun’altra delle detenute ha mai fatto battute o commenti sul mio nome, per loro fortuna. Non avrei sopportato una sola altra domanda di questo genere. Sarei impazzita più di quanto non lo fossi stata in quel momento della mia vita. Mi chiamavano tutte “Huber” e “Svizzera”. Erano poche quelle che mi chiamavano semplicemente Andrea, e fra queste c’era Meg, la francesina rompiscatole. Era la mia compagna di cella ed era una rompiscatole professionista. Ci si impegnava davvero, qualche volta, a farmi incazzare: “Andrea fuma fuori”, “Andrea non sfasciare il mio letto”, “Andrea apri la finestra”, “Andrea questo”, “Andrea quell’altro”.

Non solo era francese ma era davvero insopportabile.

Non faceva che parlare, lamentarsi, rimproverarmi sul non fumare e parlare, parlare e parlare. Quanto parlava! E non solo, anche i suoi capelli erano una seccatura perché me li ritrovavo ovunque. Dentro il letto, sopra il letto, sotto il letto, dentro le tasche, sul pavimento, sopra i miei vestiti e addirittura una volta ne trovai uno dentro il mio pacchetto di sigarette.

Eravamo come cane e gatto se non peggio.

Mi dava sui nervi e ogni volta che ne avevo l’occasione la provocavo per farla zittire; o almeno provarci perché ad ogni mia provocazione c’erano le sue lamentele morali sul mio comportamento scorretto e ineducato. Il reale disagio del carcere non era il carcere in sé ma lei, la sua bocca che non stava mai zitta e il suo atteggiamento da “so tutto io”. Spesso la vedevo leggere libri e saggi di psicologia, in particolare aveva tantissimi libri su Freud; ciò la rendeva pericolosamente simile ad una strizzacervelli e io ho sempre odiato gli strizzacervelli.

– Miseria, tu leggi Freud? – le chiesi una volta.

– Si, problemi? –.

– Sapevi che era un cocainomane? –

– Sapevi che era un genio? –.

– Sono tutte stronzate quelle cose che scrive –.

Da lì se la prese e mi tenne il broncio per giorni e giorni. Giorni paradisiaci in cui non ero costretta a sentire la sua voce e mi godevo la pace come fosse birra fresca di ottima qualità. Fumavo senza sentire i suoi rimproveri e le mie orecchie andavano in vacanza, così come la mia testa.

Ma poi ricominciava a parlare ed ero punto a capo.

Prima di ritrovarmi in carcere pensavo che fosse stato meglio per me finire dentro ma una volta lì mi resi conto che in realtà non contava molto: ero morta dentro e l’essere in carcere non mi diede molto conforto, forse quello di impedirmi di uccidermi. L’idea del carcere non mi fece molta differenza rispetto al vedere Pietro deluso dal mio comportamento: come vi sentireste voi se il vostro migliore amico vi vedesse abbandonati a voi stessi dopo che ha impiegato anima a corpo per voi?

Vorreste morire.

Lui è stato il mio tutto e con tutto intendo tutto. Lui mi ha fatto da padre, da zio, da fratello, da ragazzo, da migliore amico. Io ero violenta, aggressiva e riservata mentre lui era il mio esatto opposto e credo sia stato proprio questo a legarci così tanto a tal punto che, talvolta, agivamo come fossimo una persona sola; io il corpo e lui la mente. Il nostro rapporto era meraviglioso e mi ha aiutata moltissimo perché è stato uno dei pochi ad accettarmi ed amarmi e l’unico ad essere rimasto con me fino alla fine.

Ci siamo conosciuti quando avevo diciassette anni dopo aver concluso il programma della comunità, lui era per la strada che faceva sondaggi alla gente per un progetto universitario e io ci capitai; da lì cominciammo a parlare. Una cosa da niente che ci ha reso come fratelli. Il nostro rapporto si sviluppò nel giro di pochissimi mesi e da allora non si è mai spento. Valeva così tanto per me che sapere di averlo deluso mi fece capire quanto io avessi fallito: non mi interessava del carcere ma solo dell’opinione che Pietro aveva di me. Non lo avevo più visto o sentito da quello che era successo e giorno dopo giorno morivo sempre un po’ di più.

Fra le detenute la prima che incontrai fu Rosa: un misto fra una pin-up ed Amy Winehouse. Era ricoperta di tatuaggi ed era impossibile non incrociarla per i corridoi senza la sua linea di eyeliner e il suo rossetto rosso. Non era solo una gran bella donna ma era anche intelligente e astuta; ammetto di aver avuto una piccola cotta per lei e i suoi due piercing sulle fossette.

Ricordo che ero in cella, a fumare, respirando la pace dei preziosi momenti che mi concedevo senza Meg durante le ore in cui ci lasciavano libere e lei si presentò.

– Tu devi essere la ragazza nuova giusto? Non ti ho mai vista –.

– Sono Andrea –.

– Io sono Rosanna, ma tutte mi chiamano Rosa, lascia che ti spenni che si fa con le nuove arrivate –.

Grazie a Rosa conobbi anche le altre ragazze del gruppo; più che un gruppo era una sorta di famiglia in cui tutte si volevano bene e si aiutavano. Questa cosa mi sorprese molto perché ricordo che in carcere minorile ognuno pensava solo a se stesso e non ci si poteva fidare di nessuno, nemmeno della propria ombra.

C’era Maddalena che era la più anziana della nostra sezione ed era un po’ la capo famiglia: era tosta, davvero tosta, tutto il contrario di come potrebbe far pensare il suo nome. Era lì da anni e non si faceva problemi a definire il carcere come la sua “casa” perché fuori non la aspettava nessuno. Da giovane era stata messa in mezzo ad affari sporchi da suo padre e lei stufa di quella vita rubò quei soldi e fuggì via con suo marito per cominciare una nuova vita. Per i primi anni furono felici ma poi suo marito cominciò a diventare ossessionato dal gioco d’azzardo tanto che cominciò a coinvolgere anche lei sempre più insistentemente fino a quando lo uccise.

– Se mi pento delle mie azioni? No, perché se non avessi fatto ciò che ho fatto ora non sarei ciò che sono oggi anche se ciò che ho fatto pesa incredibilmente sulle mie spalle – mi rispose, una volta, quando le chiesi se era pentita.

Mi ha aiutato talmente tante di quelle volte che la definisco come una madre. Lei la madre e noi le figlie.

Rosa era la figlia maggiore, quella che in assenza della madre dava consigli al suo posto. Se la vedevi gironzolare per l’una o l’altra cella potevi stare pur certa che subito dopo avresti incontrato Lala: una delle ragazze più mascoline che io abbia mai visto, unica lesbica della nostra sezione. Era piccola da morire e i suoi lineamenti delicati erano praticamente l’opposto di come si mostrava, ci provava sempre con tutte per scherzare. Avevamo più o meno la stessa età anche se le piaceva mostrarsi più grande.

Infine, c’erano Olga e Glenda, dette rispettivamente “Venere” e “La Rossa”. Olga era una forza della natura nonostante fosse piccola, sia i statura sia di età, e la sua voce aveva il potere di calmarti come se avesse avuto la sonorità dell’acqua. Glenda era un po’ più chiusa e sospettosa, difficilmente si fidava degli altri, ma quando accadeva diventava una sorta di guardia del corpo personale. Entrambe però avevano avuto problemi con l’eroina tanto da compromettere le loro menti.

Era una famiglia un po’ strana ma tutto che ti faceva sentire davvero a casa, potevi parlare tranquillamente di te e del tuo passato perché loro ti ascoltavano senza giudicarti; ridevi con loro, gioivi con loro, piangevi con loro.

Un po’ mi mancano sinceramente.

Eccetto i primi giorni che furono un inferno con loro mi sono sentita perfettamente a mio agio: era come se il carcere fosse diventato un po’ come la mia casa. Sapevo che questo era dovuto al fatto che fuori non avevo nessuno e Pietro, che dire: volevo che prendesse le distanze da me per come io mi ero comportata con lui.

Serie: Tossicomania
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    Commenti

    1. Michele Catinari

      Personalmente questo è (forse) l’episodio che mi è piaciuto di meno. Concordo, ad ogni modo, con quanto detto da Tiziano prima di me: sembra il pilot di una serie tv, con personaggi che, per come sono stati descritti, sembrano anche piuttosto stereotipati ma stiamo a vedere

    2. Tiziano Pitisci

      In questo episodio vengono introdotti molti personaggi, si è creata un’atmosfera da Orange is the new black. A spiccare su tutto comunque sembra il rapporto compromesso con Pietro e la speranza mal confessata di non avertlo deluso fino in fondo.