A una condizione

Serie: L'ultima lettera

A una settimana dall’incidente, Finn non aveva ancora avuto ancora la necessità di tornare in quella casa. Tra le lettere che aveva consegnato non ce n’era più stata una indirizzata a lei. Ma il ricordo di ciò a cui aveva assistito non si era schiodato dalla mente; se ne stava lì appeso, a saltellare da un neurone all’altro e impedirgli di concentrarsi. A letto, la sera, non faceva altro che ripensare a come aveva affrontato Mila e la sua palese diversità. Aveva dapprima rifiutato di credere alla propria memoria, poi aveva accettato la realtà e infine si era disperato: come da manuale.
     Domenica la sveglia non suonò. Non doveva lavorare, per cui era andato a letto qualche minuto più tardi. Chiuse il portatile e lo adagiò sul mobiletto accanto. Lo specchio sul lavabo non ebbe pietà di lui: capelli arruffati, disturbati dal sonno, e una barba incolta. Si sciacquò i rimasugli del sonno e quando tornò a scrutarsi, incrociò due orecchie da topo al posto delle proprie. Indietreggiò e inciampò sul wc. «Merda. Sto impazzendo.» Respirò a fondo e decise di agire: c’era una sola soluzione.
     Arrivò all’ingresso della via in un attimo. Fissò le campagne e il sole illuminarne la bellezza. Spostò lo sguardo in fondo alla strada e avanzò a passo deciso. Il giardino non era cambiato: l’erbaccia ondulava sotto la brezza del mattino e il tavolo arrugginito giaceva immobile nel punto esatto dove l’aveva lasciato la settimana prima. La cassetta della posta ben fissata alla parete marcia rievocò ogni ricordo: Finn metabolizzò la propria paura, tramutandola in coraggio. Allungò il dito tremante e pigiò il campanello: l’ossido verde scuro lo ricopriva, mitigando il colore dorato alla base. Tra un pensiero e l’altro, si accorse che il consueto spiraglio era stato aperto.
     «Ciao,» fiatò lui. Non rammentava l’ultima volta che aveva parlato a una ragazza con tanto imbarazzo in corpo. «Volevo…»
     «Entra.» Mila gli fece spazio. Lui avanzò nella casa. Il portone si chiuse alle sue spalle e il buio ricoprì di nuovo ogni cosa. La cercò con lo sguardo.
     «Volevo chiederti scusa per la settimana scorsa,» Finn seguì a fatica la sagoma antropomorfa. La vista subitanea della lunga coda alle spalle della ragazza lo tramortì.
     «Accendo la luce, d’accordo? Ti prego di non metterti a strillare.»
     Annuì. Nello stesso istante una vecchia lampadina sfarfallò e decorò con pennellate dorate l’atrio, la carta da pareti erosa, gli scatoloni impilati e rosicchiati da denti affilati; un tappeto di trucioli e fuliggine ricopriva l’interezza del pavimento, dal portone sino all’arco in fondo al corridoio.
     «Seguimi in salotto, qui è sporco.»
     Annuì di nuovo.

Il salotto si dimostrò decoroso, ben ordinato e rassettato. L’antica carta da parati soffriva lo stesso male del resto della casa, camuffato però da quadri moderni, poster e librerie alte sino al soffitto. Un lampadario a coppe di ottone si occupava di spazzar via il grigiore dall’arredo, con lampade indecise e pronte a fulminarsi.
     «Voglio che mi guardi,» Mila gli camminò davanti. Si fermò al suo cospetto. «Alza la testa, Finn: guardami. Hai fatto irruzione in casa mia e poi sei scappato via come un codardo. Affrontami.»
     Dopo un minuto speso a ponderare, Finn acconsentì alla sua richiesta. Non poté evitare di sorprendersi, né poté mascherare il proprio turbamento; Mila si limitò a sorridergli.
     «Sei il primo a cui mi mostro,» lo informò, accrescendo il suo senso di disagio. «Mi trovi orrenda?»
     «Ti trovo…» si fermò. La osservò, dal naso piccolo e da roditore, sino alle orecchie tonde e attente. Il corpo era senza dubbio umano, con tanto di seni, torace magro e gambe leggiadre. Le braccia, coperte da una magliettina scura, terminavano con normalissime mani a cinque dita. «Ti trovo adorabile.»
     «Non devi mentire per farmi felice,» obiettò lei, arrossendo. Cercò di nascondere gli incisivi sporgenti dietro le labbra, ma non poteva.
     «Non sto mentendo,» Finn fece un passo avanti. «Devo approfittare di questa mia inconsueta calma per farti delle domande. Posso?»
     «Sediamoci, prima.»
     Si accomodarono su un anticp divano di legno intarsiato e dai cuscini damascati. Finn aspettò che lei fosse pronta e riprese.
     «Sei una topolina?»
     «Topolina? Lo fai suonare dolce,» rispose Mila, educata e calma. «Sono per la maggior parte umana, almeno all’esterno.»
     «Dannazione,» rise. Portò le mani al capo e la studiò. «Mi sai dire perché non riesco a dare di matto?»
     «Perché dovresti?» inarcò le sopracciglia. Ora che Finn poteva ammirarla senza interruzioni, decretò senza dubbio che la forma del viso ricordava alla lontana un piccolo roditore. «Cosa c’è?» riprese lei, pacata.
     «Mila, sei una ragazza topo! Se qualcuno ti vedesse perderebbe la testa, chiamerebbe la polizia o chissà che altro!»
     «Non mi vedrà nessuno, infatti,» arrossì ancora. «Solo tu.»
     «Nessun’altro ti ha mai scoperta?» indagò Finn, cercando di non farsi abbindolare dalla sua singolare grazia.
     «Il tuo capo, giù alla posta, lo sa. La signora della farmacia e poi il proprietario del market. Mia madre li tiene a bada, non voglio sapere neppure come.»
     «Tua madre è quella che ti manda le lettere?»
     «Esatto.»
     «Aspetta…» Finn sbiancò. «Quel pezzo di merda di Ronald lo sapeva!? Ecco perché l’altra volta mi ha chiesto quelle cose!» rise, sbalordito. «Sei davvero una topolina o è uno scherzo?»
     «Lo sono davvero. Come potrei muovere la coda, altrimenti?» Mila la dondolò, descrivendo archi nella vuota aria.
     «Ci sono mille congegni al giorno d’oggi. Avrai di sicuro delle orecchie vere sotto di quelle,» si sporse e le tirò. Lei squittì e lo spinse.
     «Mi fai male!»
     «Cazzo…» si alzò dal divano. «È tutto vero?»
     «Finn,» Mila lo prese per mano. «Non voglio che mia madre ti faccia del male. Non devi dire a nessuno di me.»
     «Da quanto tempo vivi qui?» investigò, mettendo per un attimo da parte le preoccupazioni.
     «Tre anni.»
     «Ed è mai possibile che solo Ronald e quegli altri due sappiano di te?» mentre parlava, le lampadine sfarfallarono. Il calo di tensione passò e il volto agitato di Mila invase di nuovo ogni angolo del suo cervello.
     «Cosa pensi, Finn?»
     «Perché hai tanta paura di uscire?» indicò col capo la porta. «Con dei piccoli accorgimenti potresti nascondere la coda e le orecchie. Nessuno farebbe domande e potresti camminare tra la gente. Vuoi passare tutta la tua vita in questa catapecchia?»
     «Perché ti preoccupi tanto? Il tuo contratto finirà tra un mese, poi potrai dimenticarti di me.»
     «Come lo sai?» Finn strabuzzò gli occhi. «È stato Ronald?»
     «Mi ha detto che non lo rinnoverai.»
     «Ascolta, Mila, non posso stare qui. Non succede nulla, il lavoro è una noia, la gente è schiva e scontrosa. E adesso tu.» Si massaggiò le tempie. «Tornerò in città.»

Trascorse un mese esatto. Suonarono alla porta di Mila.
     «Ronald, sei tu?» domandò lei.
     «Sì.»
     «È andato via anche lui?» singhiozzò, tra le lacrime. «È scappato come tutti gli altri?»
     «La risposta è qui,» Ronald le porse una lettera attraverso lo spiraglio. Mila corse in salotto e la aprì. Un foglio piegato con cura le scivolò tra le dita. Lesse:
     “Cara Mila,
     Una topolina, eh? Diamine. Chi mi crederebbe mai a Manchester? Qual è la cosa più strana che abbiamo lì, il black pudding? Non regge affatto il confronto con te! Non sono un genio con le lettere, dunque andrò dritto al punto. Mi hai detto che non dovrò rivelare il tuo segreto a nessuno, ricordo male? Bene: non lo farò. A una condizione, semplice e facile da soddisfare…”
     Allontanò per un attimo gli occhi dalla lettera, asciugò le lacrime e riprese a leggere:
     “…facile da soddisfare anche per te: esci con me. Ho firmato il contratto, resterò qui in paese.
     Con affetto,
     tuo Finn Clarke.”

Serie: L'ultima lettera
  • Episodio 1: La casa fuori mano
  • Episodio 2: Oltre lo spiraglio
  • Episodio 3: A una condizione
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