Agglomerati. 5 Le parole dell’acqua

Serie: Agglomerati


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: La protagonista e l'amico Relio incendiano il ciclomotore del padre di Relio. (questo è il continuo de I Figli del salice, Edizioni Open, ebook)

Quando la notte arrivava, la luce filtrava attraverso le fessure della tapparella fin dentro la stanza.

Prendeva la forma di decine di lame invincibili sparse sopra il soffitto.

Assumeva consistenza, animata dalla mia suggestione, si apriva in mani deformi con dita lunghissime, pronte ad afferrare il letto e me, in attesa che il sonno arrivasse.

Era una tortura, lenta. Finiva quando strizzavo gli occhi e la mia voce si trasformava in lamento, poi in urlo.

La luce mentiva. Prima si mostrava in una danza brillante di particelle di polvere, infine svelava il suo segreto fatto di ombre. 

Venivano a prendermi di notte le ombre. Erano vigliacche.

Certe sere mi sollevavano dal materasso per farmi roteare oltre la finestra, capaci di privarmi di ogni peso specifico, sgretolandomi. Come una foglia strappata dai rami, volavo sfiorando il lampadario, nel buio della stanza oltrepassavo le pareti e mi accovacciavo sui tetti a guardare i palazzi dormire. Erano identici, di forma e di tonalità, facendomi vivere lo smarrimento. Volavo sospesa nell’aria, convinta che non sarei stata in grado di distinguere l’accesso alla mia stanza, fino a che non riconoscevo il grande salice il cui posto nel mondo era quello di stare frontale alla mia camera. Per anni ho creduto che quello fosse lo scopo della sua immobilità, mostrarmi la strada di casa.

Tutta colpa delle ombre che ogni notte mi costringevano a un volo vertiginoso.

Alle urla accorreva mia madre, lamentava quella situazione e diceva che erano soltanto brutti sogni. 

Prometteva di restare seduta sul mio letto fino a che non mi sarei di nuovo addormentata, poi un giorno disse che bisognava tentare la via della guarigione.

Camminammo sotto il sole, per diversi chilometri, cercando la frescura rasente i muri delle case che avevano connotati differenti da quelle degli agglomerati dove vivevamo. I portoni erano in legno lavorato, sfioravano  piccoli terrazzi decorati da colonne. Dopo un tempo che non saprei quantificare, fatto di sudore scivolato lungo la spina dorsale, raggiungemmo la casa della donna che aveva in sé il mistero di leggere l’acqua. 

Spingemmo una pesante porta di legno massiccio, il vano scale era sommerso di polvere e odore di bosco.

Puntai i piedi sul primo scalino. 

 «Sono soltanto dieci» esclamò mia madre, tradendo il fatto di aver già fatto quel percorso prima di allora.

La donna ci venne incontro dal fondo del corridoio come se avanzasse dal tempo perduto. M’incantai a guadarla mettere a punto una serie di rituali, fatti di mani per aria e sibili della voce. Rimandava l’odore di panni appena lavati, mentre sussurrava frasi incomprensibili. Le stavo seduta davanti divertendomi a contare le rughe scavate come sfregi sulla sua faccia. Il fatto non prevedeva nessuna parola scambiata con me, conversava invece con tre dita d’acqua che aveva messo nel piatto di porcellana, l’unica cosa a separarci.

Scuoteva la testa, come a voler riferire che non c’era nulla da fare.

«Non leggo niente» diceva, riferendosi al contenuto dell’acqua.

Al ritorno seguivo a passo lesto quelli di mia madre che aveva dipinta in viso la rassegnazione. Una volta a casa, rapita da quegli eventi, mi esercitavo con una tazzina colma d’acqua di rubinetto. Chiusa nella mia camera ripetevo i gesti che avevo visto fare, girando su me stessa, poggiavo i gomiti sul comò e stavo ad aspettare che l’acqua manifestasse il suo mistero. Senza mai trovarlo.

Visitammo la donna con cadenza settimanale, poi il viaggio finì.

Le ombre tornavano ogni notte, con esse il volo.

«Nessuno può volare, solo gli uccelli e gli aeroplani» sentenziò la voce di mia madre sollevandosi di due toni.

«E invece volano anche i bambini!» risposi calciando con tutta la forza che avevo in corpo un sasso capitato a tiro nell’ultimo tragitto di ritorno dopo che la donna aveva scosso la testa più volte. Si era portata le mani sui fianchi in segno d’insofferenza.

Possedevo quella capacità estenuante che hanno tutti i bambini di contraddire chiunque in una lotta di pazienza e nervi con l’unica differenza che non provavo timore nel farlo.

Non sapevo cosa la donna cercasse di leggere dentro l’acqua. Mi sembrava una cosa tanto semplice quanto impossibile da spiegare. Come poteva non sapere che le parole scritte stavano solo nei libri?

Mi convinsi ch’era fatta della stessa pasta della luce.

Inspiegabile e bugiarda, fatta di segreti e di ombre pronte a colpire.

Serie: Agglomerati


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Discussioni

  1. Io credo al mistero dell’acqua. Credo all’idromante.
    La nostra vita è scandita da due h e una o. Siamo fatti d’acqua.
    Di fronte al mare o ai laghi ci sentiamo parte di un tutto.

    E come potremmo dimenticare di cosa sono fatte le lacrime?

    Lirica pura in una forma perfetta: una colata d’anima liquida.

    Tre volte chapeau.

    1. “Siamo fatti di acqua”. Nonostante io lo sapessi, questo tuo intervento mi ha fatto riflettere sulla connessione tra 2ho e l’idromante del mio racconto, cosa che mi era sfuggita quando l’ho scritto. Grazie per il tuo passaggio e per la suggestione.

  2. Affascinante questa donna, la sua presunta capacità di poter leggere fra le pieghe dell’acqua. Speravo davvero che il suo sapere potesse portare conforto, ma mi ritrovo con il dubbio fosse una millantatrice. Oppure, più semplicemente, è stata una sua scelta quella di non dare spiegazioni che le orecchie della madre non potevano comprendere

  3. La descrizione con l’incontro con la… Idromante? La possiamo chiamare così? Beh, l’incontro con lei ruba la scena a tutto il resto. Le ombre più che le luci, gli odori, i suoni (assenti, i gesti…ti portano lì con loro.
    Il resto non è certo da meno, con le paure di una bambina e l’esasperazione della madre.

  4. Bellissimo questo brano, la descrizione della maga del popolo è efficace e piena di ricordi. I tuoi personaggi sono vere e proprie fotografie di un tempo perduto, la avventure e i sentimenti famigliari, ma sempre emozionanti