La morte della lucertola

In estate giocavamo tutti all’ombra del grande salice.

A vederci dall’alto sembravamo un mucchio di sassi collocati con cura sull’erba, a formare un cerchio, in realtà, da lì a breve, ci saremmo sparpagliati secondo il principio del gioco preferito.

Si faceva a contare chi si sarebbe unito alla squadra. Sopra, il salice ci proteggeva con le fronde fino a sfiorarci i visi scavati, dandoci l’impressione di trovarci dentro una caverna, nascosti agli occhi degli adulti, qualcuno affacciato ai terrazzi di ringhiera, altri appoggiati al cemento delle colonne. 

Le madri battevano via la polvere dai tappeti e pulivano i gerani.

Il giardino del condominio era l’oasi della nostra infanzia, l’ultimo lampione segnava il confine tra la nostra voglia di essere spensierati e il mondo delle quattro mura, a volte il salice ci custodiva meglio di qualunque madre, padre e dei fratelli che l’infanzia volevano strapparcela di dosso a tutti i costi.

Nino, il quinto di sei fratelli, non si sarebbe unito a noi. Aveva il suo gioco preferito che ripeteva fino all’ossessione e che lo trasformava in stratega, cacciatore, torturatore e assassino. Si posizionava a fianco del muretto che divideva il giardino dal campo, immobile, attendeva paziente l’arrivo della lucertola, e poi di un’altra ancora, faceva scattare in velocità il bicchiere di plastica che aveva in mano, calandolo dall’alto come una gabbia metallica.

Non era il bicchiere in sé l’arma più potente di Nino, ma il suo contenuto.

Colava lungo i bordi e formare un piccolo lago vischioso ai piedi della lucertola, fino a sommergerla, trasparente e poi bianco nella solidificazione. Nino riempiva il bicchiere di colla liquida. La prima volta che glielo vidi fare, lo spintonai urlandogli contro che così facendo avrebbe ucciso la lucertola. Con le unghie colme di sporcizia si spostò via dagli occhi i riccioli neri, sorrise prima con lo sguardo, poi con la bocca. Sapeva di essere un assassino, senza avere cognizione di cosa volesse dire davvero. Sua sorella Sabina, l’ultima dei sei fratelli, a tre passi da me, mi bloccò.

Aveva indosso i pantaloni dismessi che le avevo regalato pochi giorni prima, avevano perso la brillantezza dei colori, ma almeno le coprivano i polpacci secchi. Quando glieli consegnai prese a battere le mani in un applauso solitario e corse via portandoli in casa. Li teneva con cura sapendo che era un regalo solo per lei, costretta a indossare gli abiti informi dei fratelli, tutti maschi, obbligata alle rinunce a cui ogni giorno la sottoponeva quella madre, dal ventre deformato dalle continue gravidanze.

Era nata femmina, Sabina e il suo compito era imparare a ubbidire per diventare, a sua volta, una buona madre.

«Lascialo stare, mi disse.»

Nella sua voce c’era la supplica di chi sapeva di sacrificare qualcuno al posto suo.

Tore iniziò a fare la conta, ambaraban ciccí e coccó per chi toccava a stare in porta. 

A lui non spettava mai, aveva occhiali da vista spessi come il vetro di una bottiglia e, se da una parte aveva lo svantaggio di non vedere bene, dall’altra usava quello svantaggio per fare come più gli pareva nei giochi. In porta non ci poteva stare che se pigliava un colpo di pallone in faccia rischiava di rompere gli occhiali di ultima innovazione reperiti dal padre che di professione faceva il medico oculista.

 «Costano una fortuna!», ci ripeteva sottolineando, a quel modo, che noi, a differenza sua, eravamo figli di operai e Nino e Sabina figli di un rapinatore a mano armata. Al gioco della campana saltava i numeri, da una casella a tre seguenti, conquistandosi il vantaggio, poi si sfregava le mani in un gesto di astuzia e diceva che non ci aveva visto bene, ma ormai era lí, tre numeri avanti a tutti noi che non avevamo il coraggio di rimandarlo al punto di partenza.

Tore disse a Dario che era il suo turno. Dario s’illuminò in viso.

Quella mattina si sarebbero fracassati le ossa, battendo sul terreno reso compatto dalla siccità. 

Avrebbero rincorso i loro sogni più belli col pallone tra i piedi, urlando al tiro di un calcio di rigore. 

Era magico quel tempo, cancellava via dalla schiena i dolori per i calci presi la sera prima, ogni malessere veniva piantato al centrocampo e tutti potevamo essere campioni. 

Dario col suo metro e sessanta di statura si trasformava in un gatto, coprendo in agilità tutta la porta tirata su con due pali spezzati, sbatteva da un lato all’altro senza neppure sfiorare terra tanto che sembrava capace di volare. 

Diventava un gigante, finalmente sovrastava la stazza possente del padre, maresciallo dei carabinieri, almeno il tempo di una partita. E per una volta era lui l’eroe.

Eravamo figli del salice, avvezzi a venir su da soli, tra la morte di una lucertola e un goal a palombella.

Di sera, giocavamo a contare le stelle, fino a che le ritrovavamo tra i ciuffi d’erba, intermittenti balenii di lucciole e lì, ai piedi della notte, si fermava il mondo.

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Discussioni

  1. “Il giardino del condominio era l’oasi della nostra infanzia, l’ultimo lampione segnava il confine tra la nostra voglia di essere spensierati e il mondo”
    Questo passaggio mi è piaciuto, come il finale. !

  2. “Era magico quel tempo, cancellava via dalla schiena i dolori per i calci presi la sera prima, ogni malessere veniva piantato al centrocampo e tutti potevamo essere campioni”
    Questo passaggio mi è piaciuto