Altruismo

Serie: La Farfalla

Uno come lui dava nell’occhio, e non poteva farci nulla. Accettato il fatto che l’avrebbero scrutato tutti, chi con interesse e chi con invidia, Ignazio Kyles continuò a bighellonare per la viuzza addobbata come un presepio. Su un albero si arrampicavano due gatti, veloci e rapidi, e dall’altro lato uno scoiattolo li imitava per gioco. Da dove veniva lui non c’erano né alberi né animaletti; si domandò, sfiorando la pistola sotto il cappotto, se in quei gatti scorresse del sangue rosso o l’odioso e puzzolente olio dei pistoncini idraulici. Quando la mafia cinese lo aveva rapito e torturato, il suo braccio aveva sgorgato fiumi e fiumi di purpureo nettare, proprio come se quella sega circolare avesse spaccato una botte di costoso vino. Portò la mano sinistra vicino l’orecchio, strinse il pugno e ascoltò i microchip fare i loro calcoli, i minuscoli attuatori e motorini elettrici serrare le nocche con la forza necessaria a frantumare la roccia.
     «È incredibile!»
     Si voltò, e nello scorgere una signora ben in carne che spazzava il tratto di marciapiede davanti al proprio locale si sentì in dovere di avvicinarsi. Doveva sempre dar retta alle proprie viscere; questo, Ignazio lo sapeva meglio di tutti.
     «Buon pomeriggio, signora,» esordì, esibendo il lato più umano e sensibile a sua disposizione. Quella si bloccò, ansiosa di pinzarsi la guancia per capire se l’uomo dei suoi sogni si fosse finalmente materializzato così dal nulla. «È successo qualcosa?» aggiunse lui, severo.
     Lei strinse la scopa, poi rinsavì: «Poco fa ho avuto una strana cliente, tutto qua.»
     «Strana quanto?» ribatté fulmineo. Allungò lo sguardo oltre la vetrina e ispezionò il pavimento, vicino le poltrone da parrucchiere.
     «Strana sin troppo! Non era di qui, è ovvio.»
     «E di dove, se posso chiedere? Fuori città?» Ignazio invitò la signora parrucchiera a lasciar perdere la scopa; lei smise di spazzolare le piastrelle e sedette su una panca. «Nemmeno io sono di qui.»
     «Ma lei, signore, ha un certo portamento: è elegante, è ben adatto a passeggiare qui. Quella no, per carità, neppure per respirare la nostra aria!»
     Ignazio grugnì, in privato, girandosi ancora una volta verso la parrucchiera, così ansiosa di criticare i meno fortunati da non aver coscienza del proprio aspetto. Lui si trattenne dal deriderla, dal farle notare con spietatezza quanto fosse ridicola l’accozzaglia di peli ispidi e giallognoli che le restavano appesi in testa solo perché conosceva i trucchi del mestiere.
     «E questa cliente peculiare, signora mia, aveva per caso i capelli così?» le domandò, tirando fuori dal taschino del maglione una foto.
     «Aveva pure la stessa faccia!»
     «E questa cliente peculiare, signora mia, mi saprebbe dire se aveva compagnia?»
     La parrucchiera, nonostante l’odio che sentiva di dover provare per la ragazza dei bassifondi, riconobbe che confessare a quell’uomo affabile ciò che sapeva le avrebbe garantito l’inferno; non solo, avrebbe messo l’avvocato Dormer, la cui carta di credito della moglie non conosceva limitazioni, in seri guai.
     «Che ne so io con chi stava, altri drogati come lei!»
     «Certo. Difficile immaginare altrimenti.» Ignazio guardò il cielo, la spruzzata di celeste che, filtrato dalla cupola, pareva lo scarabocchio di un bambino. «Sono andati da qualche parte?»
     «Quei due? Non saprei.»
     Ignazio sogghignò, dando le spalle alla signora. «Le auguro di non avere altri clienti del genere, signora mia: fanno male alla salute e all’economia.»
     Lei lo osservò, non più con l’interesse iniziale, ma con un senso di disagio e timore a gravarle sul cuore. Temette di aver rivelato qualcosa di troppo, qualcosa che le avrebbe fatto perdere la simpatia della signora Eleanor Dormer, se non peggio.

La luna non si degnava spesso di affacciarsi alla finestra, ma quando lo faceva, ogni singolo individuo tirava fuori cellulari, macchine fotografiche e pure cineprese. Ma Brendon, specie quella sera, non aveva alcun interesse per la luna né le bellezze strabilianti del creato. Nella sua mente, ancora rincitrullita dalle cosce sudate che l’avevano schiaffeggiata, riecheggiavano le grida orgiastiche di una che, alla luna, non aveva da invidiare nulla. Si tappò le orecchie, sapendo che così facendo avrebbe potuto nutrirsi delle ultime note di quel melodioso lamento, della voce di una sirena che gli aveva rubato ogni goccia di linfa dal corpo.
     Varcò la soglia di casa con la faccia rossa di pensieri inopportuni, incrociando presto la faccia meno allegra della moglie Eleanor e del figlioletto Aaron.
     «Potevi dirmelo, sai?»
     «Il lavoro è stato pesante oggi, Eleanor,» mentì con una facilità che lo avrebbe fatto sganasciare dalle risate: si costrinse al rigore, alla serietà assoluta. «Avete già cenato?»
     «Dove sei stato?» ad Eleanor non importava delle lasagne che si freddavano nel piatto, né dello sforzo amorevole con cui le aveva cucinate per lui. Si tormentava e si flagellava, sperando che l’uomo amabile e un tempo affettuoso che aveva sposato tornasse a sorridere davvero.
     «Mi dovrò fare una doccia, prima di cena.»
     «Dove sei stato?»
     «Te l’ho detto: ufficio. Ho sbattuto la testa contro le stesse cartacce e ripetuto sempre le stesse due parole.» Gli riuscì facile, stavolta, visto che non si trattava neppure di una menzogna. Aveva sbattuto la faccia contro le stesse due pagine profumate da un inchiostro molto particolare, e aveva ripetuto grossomodo le stesse due sillabe per lunghe ore.
     «Quanti anni aveva quella di stavolta, sedici? Quattordici, forse?»
     «Ma che dici?» Brendon si paralizzò, pugnalato tra le scapole dal basso verso l’alto: la lama cercava il cuore.
     La moglie sospinse il figlioletto e gli scompigliò i ricciolini: aspettò che l’angioletto a cui voleva bene più di se stessa si rifugiasse in cameretta pur di risparmiargli il seguito.
     «Sei uno schifoso infame, Brendon. E mi hai sporcata con questo tuo cognome lurido, appiccicoso come non voglio dire cosa! Io lo so, bastardo, che assumi ragazzine che hanno per miracolo il ciclo, che le costringi a usare le loro bocche di bambine per… oh, Dio! Non hai pietà per me?»
     «Quello che dici è falso.»
     Eleanor sfoderò il cellulare, l’arma definitiva: lo lanciò tra le mani del marito e lui dovette solo guardare il video già in esecuzione. Riconobbe le proprie gambe, l’ombra del proprio volto inquadrata dal basso, con tanto di baffetti tinteggiati di bianco. Poi, nell’imbarazzo totale, dovette assistere alla forma del proprio pene ricoprire gran parte dello schermo, presto fagocitato da labbra impacciate che si affaccendavano e mischiavano lacrime e saliva.
     «Chi è—»
     «Una tua stagista, Brendon. È venuta da me, di persona!»
     Si affannò per eliminare il video: una password gli impediva di accedere al menù. La moglie, all’altro capo del lungo tappeto, con le mani ai fianchi come un otre strapieno di vittoria, rideva. Lui avanzò verso l’arcata, col cellulare in mano.
     «Lo elimino io, signor Brendon.»
     Entrambi si voltarono e la videro: la ragazza dai capelli d’argento. Eleanor faticò a riconoscerla, visto che esibiva uno sfarzoso taglio corto, ma non sbagliò affatto nel leggerle addosso le impronte che il marito le aveva scolpito sulla carne.
     «Eliminalo subito!» lui le tirò il telefonino, e lei lo afferrò al volo per collegarlo al proprio con un cavetto.
     «Sei un infame!» Eleanor iniziò a strillare, agitando le braccia come indemoniata. «Io vi ammazzo! Tutti e due!»
     «Eleanor, non dire—» tappò la bocca, esortato, con un po’ d’arroganza, dal puntatore laser di una pistola che gli disegnava la morte sul petto.
     Il punto, rosso e sgargiante, si posò poi in mezzo alla fronte di Mylène, immobile e quasi entusiasta della situazione. Si piegò sulle gambe, caricando i muscoli che la spararono come un proiettile in mezzo alle costole di Eleanor. Quella tossì l’anima, ma non prima di aver premuto il grilletto.
     Brendon lesse al volo uno schizzo di sangue, che, come la firma di un dottore, aveva imbrattato il bel quadro da migliaia di crediti appeso alla parete. Alcune gocce, evaporate a mezz’aria per il calore della scarica, saturarono l’aria di un odore insopportabile.
     Mentre i condensatori dell’arma sibilavano ansiosi di liberare una seconda letale saetta, Mylène frignava e si dibatteva sul tappeto, stringendo fitta ciò che restava del suo fianco.
     «Ti ammazzo…» sputò Eleanor, mentre l’addome le implorava di stare quieta.
     Brendon, col gesto più altruistico e coraggioso della sua intera vita, afferrò Mylène e se la caricò in spalla. Puntò il portone, e il colpo di pistola gli illuminò la via verso la salvezza, sfiorando la sua schiena e ustionandola.
     «Si farà venire un infarto… alla sua età, signor Brendon…»

Serie: La Farfalla
  • Episodio 1: Pipì
  • Episodio 2: Il tappeto
  • Episodio 3: L’uomo col cappotto
  • Episodio 4: Voglio un uovo
  • Episodio 5: Infarto
  • Episodio 6: Altruismo
  • Episodio 7: La perla più preziosa
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    Commenti

    1. Micol Fusca

      Ciao Giovanni, mo’ adesso arriva Ignazio? 😀 Magari ha una mira migliore di Eleanor, anche se credo che l’avvocato non se la caverà tanto a buon mercato. Rimane l’incognita di chi sia questa ragazza, Myléne, non è che fino ad ora hai gettato fumo negli occhi? Magari, non è chi appare…

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Siamo agli sgoccioli, letteralmente. L’incognita di Myléne è veramente enorme, infilata in una bella equazione di gran classe: ci vorrà del tempo per lei.
        Ci vediamo all’ultima puntata! 😀