Alzare il coperchio

La mattinata dell’ispettore Barrett non era cominciata nel migliore dei modi. Una chiamata aveva costretto la sua intera squadra a raggiungere di corsa un capannone abbandonato fuori città. Non appena il grosso portone dello stabilimento finì di scorrere sui binari e mostrò l’interno, la situazione prese una spiacevole piega.
     L’ispettore e gli altri colleghi perlustrarono ogni angolo in cerca del sospettato che aveva chiamato la centrale, ma l’unica cosa che riuscirono a scovare fu una sinistra scatola di metallo, un box alto poco meno di un metro e altrettanto largo: un cubo senza alcun segno particolare. Il capannone si estendeva per svariati metri, la maggior parte dei quali venivano ormai occupati da container vuoti e macchinari erosi dalla ruggine. Un buco sul tetto lasciava trafilare un fascio di luce solare, un faro puntato proprio sul feretro fermo su un piedistallo dall’aspetto robusto.
     «Che facciamo?» uno dei colleghi affiancò l’ispettore.
     «Ho chiamato gli artificieri e i vigili del fuoco. Ho motivo di credere che ci sia qualcuno all’interno di quel cubo merdoso.»
     «Ne siamo certi?»
     L’ispettore gli rispose facendo schioccare la lingua. Tirò fuori un palmare dalla tasca e glielo lanciò tra le mani.
     «Leggi il terzo articolo. Lo tengo d’occhio da un po’.»
     «Ma ispettore…»
     «Esegui.»
     «Recita: “Psicopatico nell’area di Fleenstown incarcera un innocente in una bara di metallo e la sotterra, sfidando la polizia a una contorta caccia al tesoro…”»
     «Vicino Dublino, l’anno scorso. Se cambi pagina ci sono altri esempi simili, crimini collegati. È arrivato da noi.»
     «È lo stesso uomo?» il collega scorreva lungo gli articoli del palmare, leggendo le note che il superiore aveva scrupolosamente segnato. «In nessuno degli articoli parla di un successo della polizia.»
     «Infatti.» Barrett schioccò di nuovo la lingua e strappò il palmare dalle mani dell’altro. Sospirò. «Ai giornali è stato detto che le casse erano vuote o la vittima era illesa, ma non è stato sempre vero. In cinque casi circa nelle scatole sono state trovate le seguenti vittime: uno scarabeo, un panino al prosciutto, una penna, un quaderno immacolato e un dildo. In altri due casi, però, si è trattato di essere umani.»
     «Merda.»
     Un attimo di silenzio, presto interrotto da un poliziotto col fiatone:
     «Ispettore Barrett, abbiamo trovato un cellulare!»

Tre uomini sedevano comodamente attorno al box. Tre sgabelli e un tavolino su cui giaceva il cellulare, come un antico reperto appena disseppellito. Squilli.
     «Pronto?» l’ispettore attivò il vivavoce.
     «Avete capito chi sono, infine.»
     «È così. Perché non la finiamo subito con questo gioco? Sappiamo che nella scatola non c’è nulla che valga la pena salvare.»
     «No?» seguì una risata mal contenuta. «Perdonatemi, è solo che a volte la razza umana mi sorprende.» Fece un’altra pausa, ma senza alcuna risata. Il tono di voce si aggiustò su una serietà ben ponderata e aggiunse: «Le informazioni che lei, ispettore Barrett, pensa di possedere sul mio conto sono per lo più errate. È stato però molto saggio a non forzare il contenitore che ha davanti: è imbottito di esplosivo e nemmeno i migliori artificieri potrebbero far qualcosa per salvare la creatura all’interno.»
     «Creatura, dici…»
     «Sì.»
     «Io insisto nel credere che si tratti di qualche altro oggetto inutile. Una batteria d’auto? Un pezzo di salame?»
     «O una bambina, chissà?»
     «Pezzo di merda!» uno dei due colleghi di Barrett strinse il pugno. Uno sguardo l’ammonì dall’imbestialirsi oltre.
     «Detta le regole del gioco.» L’ispettore Barrett parlò, esortando sottobanco i due colleghi a tenere il freno.
     «Conoscete il paradosso del gatto di Schrödinger?»
     «A grandi linee.»
     «Ottimo, non è necessario scendere nei dettagli,» il sospetto tossì, dando il tempo agli artificieri di scuotere il capo e far capire all’ispettore che forzare la cassa sarebbe stato realmente deleterio. «Dicevo: all’interno del contenitore è presente un ostaggio. Non potete sapere se sia vivo o già morto, esattamente come nel paradosso, ma ciò non ci impedirà di portare avanti il nostro gioco, se così ha deciso di chiamarlo, ispettore. Se indovinerete chi è presente all’interno del contenitore, farò scattare la serratura e potrete accertarvi del suo stato.»
     «Come diavolo possiamo indovinare?» l’ispettore faticò a rispettare il suo stesso divieto d’infuriarsi.
     «Parlando con me.»

I tre uomini sedevano ancora davanti al box metallico.
     «Abbiamo deciso che è un essere vivente, è vero?» Barrett si preparò a prendere appunti sul quadernetto; provò la penna nell’angolo del foglio e fissò il cellulare sul tavolino.
     «È un essere vivente, sì.»
     «Perché non urla o si lamenta? La cassa è insonorizzata?» i colleghi si sorpresero del sangue freddo del loro superiore.
     «Il contenitore non è insonorizzato, affatto.»
     «Se l’ostaggio è già morto, che senso ha tutto questo?»
     «Potrebbe essere solo drogato o anestetizzato,» fece notare l’uomo al cellulare. «Potrebbe anche essere morto, non lo nego, ma è proprio il punto focale del paradosso.»
     «La cassa è piuttosto piccola. Dubito si tratti di una persona adulta.» Barrett si alzò dallo sgabello e cominciò a girare attorno al box. Lo fissò, ne studiò gli spigoli, i lati, la fattura e il materiale. «Non ci sono buchi per respirare. Se lì dentro c’è un essere vivente, potrebbe davvero essere deceduto.»
     «Oh, no, no. Ho fatto i miei conti, nella cassa c’è abbastanza ossigeno da permettere all’ostaggio di preservarsi al meglio.»
     «Quindi è vivo!» esclamò l’ispettore.
     «Ho detto di preservarsi, ma non per quanto. Il contenitore potrebbe essere qui da giorni.»
     Silenzio.
     «Quanti anni ha?»
     «Dieci.»
     «È un bambino?» il viso dell’ispettore si crepò: un solco nella fronte disegnò una smorfia di nervosismo. Respirò amarezza e aspettò.
     «Potrebbe essere anche un gatto, a mio avviso,» suggerì il cellulare.
     «Un gatto di dieci anni?» ribatté lui, osservando con gravoso interesse la scatola.
     «Non è così singolare. Per quanto ne so io, il gatto più vecchio è vissuto oltre trent’anni.»
     «Per Dio, chi diavolo c’è in questa cassa!?» sbottò Barrett, urlando a squarciagola. «Non potrò mai indovinare, non ho dati!»
     «E quindi la lascerai al suo destino?»
     «È una lei?» l’ispettore si terse il sudore dalla fronte. Gli altri due colleghi, alle sue spalle, confabulavano e studiavano un piano d’emergenza con gli artificieri. L’ambulanza e i pompieri avevano raggiunto a loro volta il capannone.
     «Quanti anni ha sua figlia, ispettore?» domandarono dal cellulare.
     «Non ne avresti avuto il tempo, né il modo. Lei è a scuola.» Barrett poggiò entrambe le mani sulla cassa.
     «Certo, è vero. Ma le ricordo che stiamo parlando di paradossi. Ha lasciato casa convinto che sua figlia andasse a scuola; ci sarà mai arrivata, mi domando?»
     «Perché fai questo?»
     «Perché voglio far comprendere al mondo quanto in realtà la nostra vita sia uno scherzo, un enorme paradosso di Schrödinger. Andiamo avanti convinti di contare qualcosa su questa terra; non vogliamo mai alzare il coperchio della nostra scatola, abbiamo troppa paura di scoprire se siamo davvero vivi o già morti.» Il cellulare si quietò. Barrett infilò una mano in tasca e la voce velenosa riprese: «No, ispettore, niente chiamate. Troppo facile, non crede?»
     «Cosa devo fare?» guaì lui, ormai vinto.
     «Rispettare le regole e indovinare chi c’è nel contenitore.»
     «È mia figlia,» scelse di dire, a capo chino.
     «D’accordo. Ora sbloccherò la serratura e potremo controllare assieme se è la verità.»
     Lo scatto meccanico fece trasalire l’ispettore. Allungò subito le mani verso il box, ma si bloccò con altrettanta rapidità. Una risata distorta dai piccoli altoparlanti del cellulare riecheggiò nel silenzio, come ulteriore smacco.
     «Non ne ha la forza, vero ispettore Barrett? Sarà davvero sua figlia o no? E se si trattasse di lei, sarà viva o morta? Aprendo il coperchio, badi bene, prenderà su di sé ogni responsabilità. Può gestire un peso tanto sfiancante? In questo preciso momento è l’incertezza a renderla viva, è chiaro: sua figlia potrebbe essere a scuola o dormiente nel contenitore, così come morta nel medesimo. È un bel dilemma, difficile negarlo; il suo tempestivo silenzio mi suggerisce anche quanto bene lei abbia compreso l’essenza del nostro gioco.»
     «Al diavolo…»
     Barrett afferrò il coperchio con rabbia e lo spinse affinché mostrasse l’interno. I suoi occhi si colmarono di lacrime, mentre l’uomo al cellulare respirava a fondo prima di congedarsi:
     «Grazie del suo tempo, signor Barrett.»

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Commenti

  1. Marta Borroni

    Giovanni i complimenti a te paiono banali, sei sempre e ripeto sempre bravissimo in qualsiasi genere, anche i tuoi dialoghi mi convincono ogni volta e si incastrano perfettamente nella storia, davvero bravo, racconto che regala al lettore un ritmo serrato da grande maestro e un finale da panico, a tratti mi hai ricordato Jeffery Deaver e a mio modesto parere, è un gran complimento 😀

    1. Giovanni Attanasio Post author

      Sono molto felice del paragone! 🙂
      È da un po’ che sperimento uno stile più serrato, il formato breve aiuta di sicuro. Per il resto: adoro i dialoghi, è per questo che in futuro dovrei provare a scrivere una storia senza di essi. 😀

  2. Isabella Bignozzi

    Agghiacciante. Lo psicopatico colto e brillante, che applica principi scientifici o pure astrazioni quantistiche alle sue deviate riflessioni e teorie sull’universo (come il gatto vivo e morto che coesistono virtualmente nel paradosso di Schrödinger, facendo di vita e morte due stati mischiati, non puri e contrapposti) fa veramente paura. Perchè emerge il suo cinismo e la mancata devozione alla vita. Sottile, intelligente, come sempre bravissimo

    1. Giovanni Attanasio Post author

      Grazie mille per il commento!
      Hai colto nel segno: il “cattivo” doveva proprio dare questo effetto. 🙂 Alla fine, poi, chissà cosa c’è nella scatola… 😛