Anima Rōnin



La nebbia mi avvolge e devo concentrarmi sui muscoli per respirare, sul torace, in modo che si gonfi e si sgonfi per far circolare l’ossigeno. Ma sento che non c’è ossigeno nell’aria, e che questa non è aria, e che non ci sono polmoni all’interno dell’involucro che abito. Forse ho dimenticato come si fa, forse… oppure devo imparare, adattarmi a questa dimensione. Che ironia, è come se fossi rinato.

Un alone scarlatto irradia la nebbia, a tratti così acceso che mi chiedo se non sia proprio la foschia a proteggermi dal fuoco che corrode e divora, strazia e tortura. Non vedo nient’altro, ma odo lo scrosciare dell’acqua… allora il fiume esiste.

Non è solo un mito o una leggenda tramandata lungo l’asse della credenza popolare e della tradizione. Non è un’invenzione per esorcizzare la paura. Ridevo di tutte queste cose, e potevo permettermelo. L’addestramento mi aveva reso arrogante e impavido, è l’unico modo per affrontare la guerra. Ma adesso la sfrontatezza non scorre più nelle vene, né il coraggio, né il senso di superiorità. C’è solo paura, terrore per quello che sono e per dove sono. Nel luogo dove mi trovo non posso fare niente per esorcizzarlo. Sarebbe come rinnegare me stesso in questo momento. Ormai sono parte del terrore, per l’eternità.

Un vento caldo e fetido si solleva e la bruma si dilegua. Il sipario della morte si è alzato. La scena è nitida. Mi sento di nuovo uno sciocco. Sì, perché ho capito che il terrore di poco fa non è niente a confronto di quello che il primo atto sta per riservarmi, ma soprattutto ho capito che tocca a me, entrare in scena. Pensarci mi atterrisce, non mi sono mai sentito così solo. Non c’è uomo, non c’è dio, a cui possa appellarmi. Posso solo avviarmi verso il destino che mi sono procurato. Non posso nemmeno sperare che avvenga il più veloce possibile. Non servirebbe a niente. Ora so che tutto, da oggi in poi, si ripeterà. Per sempre.

Li vedo. Vorrei distogliere lo sguardo, ma una forza mi costringe a guardare e ad avviarmi verso di loro. I due compagni sono seduti di schiena lungo la riva. La chioma liscia e nera, come la massa oleosa che scorre lungo il fiume, siede a fianco dell’abominevole groviglio di ciocche viscide e ondulanti, serpenti senza occhi e bocca.

Una rotazione del capo e poi del corpo, la vecchia si rivela. Il suo volto mostra l’espressione ambigua del male, il godimento del boia misto all’orrore del condannato. Le labbra versano sangue, lo stesso che piangono gli occhi, e si schiudono in un ghigno beffardo. Sembrano voler emettere l’urlo straziante dei dannati. Più la guardo e più mi sento precipitare nell’oscurità delle pupille imprigionate tra le sclere dorate. Imprigionate da una rete di capillari in rilievo che si dimenano e si contorcono e pungono, alimentando il flusso di sangue versato dagli occhi.

Anche l’anziano si mostra. L’abominevole figura mi recupera dal buio in cui ero stato risucchiato e mi scaraventa nell’orrore. Corna tortuose rivolte verso il basso, orecchie appuntite e zanne che svettano oltre la dentatura putrescente. Vermi spuntano dalle gengive infette, scivolando lungo il collo. Cavallette balzellano dalle orecchie e blatte si rincorrono febbricitanti lungo un percorso che va dalle narici agli occhi. Occhi spiritati ed eccitati dalla evidente bramosia di infliggermi la pena. Putride protuberanze su tutto il corpo. Seni femminili che si stendono aridi fino alla vita completano l’abominio.

Ma lo capisco, il peso dei peccati deve essere giudicato.

La mia anima è nuda adesso, spogliata delle vesti dall’ipnotica litania della vecchia, orgia di bestemmie e maledizioni e minacce. L’anziano sottopone i miei abiti al giudizio dell’albero che sovrasta la riva. I rami si flettono e le vesti scompaiono annegando nel tetro liquame che domina il fiume. La colpa è svelata, sono un ladro. Scippatore d’amore, e della fiducia imperiale.

Adesso ricordo chi ero e da dove vengo. L’immagine è ancora viva nella mia mente morta.

Sedevo nella posizione seiza, in ginocchio e con le punte dei piedi rivolte all’interno. La lama del pugnale nella mano destra premeva sul fianco sinistro. Alle mie spalle, avvertivo la presenza di chi mi avrebbe premiato dell’onore riconquistato sottraendomi alle sofferenze dello sventramento. Un colpo secco al culmine del dolore, la decapitazione come benedizione. Di fronte a me, l’imperatore e i suoi samurai assistevano all’harakiri.

L’imperatore mi fissava con le mascelle contratte, teneva i pugni chiusi sulle gambe. Notai che tremavano. Tra i miei allievi e amici, c’era chi mi guardava con occhi spenti e chi, invece, mi guardava mostrando un ghigno che significava disgusto. Ma non vedevo lei. Lei che promise che non mi avrebbe abbandonato, che mi avrebbe seguito anche all’inferno. Lei non c’era. Ma incrociando di nuovo lo sguardo di suo marito, che troneggiava su tutti, capii che mi aveva già preceduto.

La certezza mi accese come un incendio che divampa silenzioso e che il vento della passione alimenta, una furia cieca che desiderava una sola cosa: uccidere.

Il braccio destro diventò una frusta, scagliata all’indietro a penetrare il cuore del kaishakunin alle mie spalle. Con la sinistra gli presi la katana. Mi sollevai in piedi e corsi verso l’imperatore.

Con la coda dell’occhio scorsi il samurai a cavallo che tendeva la corda dell’arco. Il luccichio della cuspide al sole di mezzogiorno mi abbagliò in un occhio. Poi, il colpo che arrestò la mia corsa, scaraventandomi con la schiena a terra.

Un ultimo sguardo al sole, al cielo, poi la faccia dell’imperatore che mi guardava con occhi iniettati di odio. Lo vidi sollevare il pugnale. Il buio.

La vecchia cancella ogni ricordo afferrandomi la mano e spalancando le fauci. Posso avvertire la morsa, e le ossa che si frantumano. Ne sento persino il rumore, ad ogni schiocco il dolore duplica e si propaga a tutte le altre ossa. Anche su questo la tradizione non si sbagliava. La sponda del fiume è un’anticamera dove dannati e demoni si manifestano umani, una maledetta stortura che mi suggerisce la salvezza. Che assurdità. Pensare alla salvezza in un luogo del genere. Ma sono un Rōnin, nato per sovvertire le regole.

Le falangi si disintegrano sotto il morso della vecchia. Il dolore di mille chiodi a puntellarmi la mano e il braccio. Un urlo muto mi esce dalla gola stretta nel cappio della catena con cui l’anziano mi ha legato ai suoi piedi.

Giro la testa e la vedo. Il balenio dei fulmini si riflette sulla lama galleggiante.

Lei me lo aveva detto. Ti seguirò anche all’inferno, mi disse. Promise che sarebbe stata sempre al mio fianco, a vegliare su di me, a darmi tutto l’amore che mi avrebbe consentito di resistere alle pene della morte. Ma deve essere passata di qua prima di me, portando con sé la katana sottratta a suo marito. Un marito che non ha mai amato, imposto dalla strategia e dall’interesse.

Ruoto il busto e allungo il braccio libero, afferrando la sacra katana rubata al padrone imperiale. La catena dell’anziano strattona e morde. Avverto il sangue colarmi dal collo lacerato dagli anelli che penetrano nella carne.

La vecchia si sbilancia in avanti col capo, piegando la schiena. Applico una torsione inversa del busto.

La seguo con lo sguardo, animato da un’eccitazione che non credevo di poter provare di nuovo. Seguo la testa di Datsue-ba, che volteggia in aria e va a tuffarsi nel Sanzu.

L’anziano sgrana gli occhi in un’espressione di stupore, è evidente che non può credere a quello che sta succedendo. Si scopre mentre solleva la clava chiodata. Una mossa falsa forse suggerita dal panico di un demone che ha capito che anche l’eternità ha un inizio, e una fine.

Contraggo l’addome e sollevo il busto da terra, il braccio che impugna la katana teso, in un affondo deciso e liberatorio.

Lo sguardo dell’anziano punta il vuoto, la katana ha attraversato busto, collo e testa. Un fulmine si abbatte sulla clava e Keneō diventa un tizzone ardente e fumante sul terreno.

Spezzo la catena con la spada e mi sollevo da terra, maledicendo il cielo.

Sono sempre un Rōnin, ma dello Yomi, un’anima alla deriva.



Pubblicato in LIBRICK SCELTI PER VOI, Narrativa

Commenti

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  3. Annarita Faggioni

    Un ritratto bellissimo, soprattutto come hai descritto il passaggio dall’altra parte (no spoiler, ovvio). Hai usato le parole come pennellate, senza lasciarti intimidire da un’ambientazione diversa, che hai saputo rispettare. Tanto di cappello.

  4. Giuseppe Gallato

    Scorrevole e ben congegnato, stile meraviglioso!
    Molto bella ed evocativa questa parte: “La certezza mi accese come un incendio che divampa silenzioso e che il vento della passione alimenta, una furia cieca che desiderava una sola cosa: uccidere.”
    Complimenti!