Annegare

Serie: Nocturne

Vaniglia, forse. Arabella spinse il capo contro il soffice cuscino e respirò sino a riempire il naso della fragranza. Tirò le gambe al petto e si accucciò sotto le coperte, scacciando il freddo con un lamento che il cervello assonnato non volle trattenere. I fili di seta imbruniti dalla penombra sfioravano la fronte limpida e coprivano a tratti le guance. Più in giù, una ciocca le era finita tra le labbra, bagnate da un velo di saliva a testimonianza del mondo sognante in cui ancora vagava. Storse il naso e aprì gli occhi, avvolgendo più fitto il cuscino e torcendosi per stiracchiare ogni giuntura.
     «Ben svegliata.»
     Trasecolò, strabuzzando gli occhi. «Samira!» la fissò, accigliata. Prima di prorompere in ovvie domande, rammentò di essere a casa della sua insegnante di piano. Un forte calore le colmò l’intero torace, bruciando come legna lanciata in un grosso camino. «È domenica?»
     «Sì,» rispose lei, seduta allo sgabello della postazione da trucco. «Hai dormito parecchio. Eri stanca?»
     «No, ma le tue coperte sono profumate e soffici.»
     Samira strinse il pugno sul ginocchio. «Vuoi fare colazione?»
     «Hai dormito sul divano?» Arabella investigò il suo eludere ogni confronto e seguì il chiarore perfetto dei due diamanti sino a che non si persero dietro le palpebre chiuse. «Se vuoi che vada a casa…»
     L’ammutolì con un gesto secco: «Spiegami una cosa, Arabella: sei cosciente di ciò che fai?»
     «No, per niente,» ansimò, e ogni forma di disagio che aveva dimenticato col sonno tornò a dominarla. «Ho paura di te, Samira, ho una paura incredibile e non capisco nulla di ciò che provo. Lo capisco di essere stupida, di essere ancora una bambina rispetto alle ragazze della mia età. Sono così stupida da essermi convinta che una persona meravigliosa come te non avrebbe mai potuto fare del male a nessuno, tantomeno a un’altra ragazza. Nella mia testa certe cose non sono possibili, non ho mai voluto credere a ciò che Lizbeth mi ha detto.»
     Samira non si mosse, se non per le labbra che si dischiusero appena. «Perché?»
     «Non lo so.»
     «Lo sai.»
     «Non ci riesco,» tirò su col naso, «non voglio dire cose che non penso.»
     «Ti sembra strano che una donna possa abusare di un’altra, è vero? Ti sembra strano perché non se ne parla mai da nessuna parte, perché noi donne siamo sempre le vittime e mai le predatrici, giusto? È per questo.»
     Arabella scosse il capo e tirò le coperte sino a lasciare in vista solo gli occhi. «Se l’avessi aggredita davvero adesso saresti in prigione.»
     «Hai ragione.» Samira mandò giù i ricordi e osservò Arabella che aspettava le sue spiegazioni come una stilettata nel cuore. «Sono stati i genitori di lei a convincermi ad andarmene. Il resto non importa.»
     «Va bene, ti credo,» i piccoli gesti di Arabella la tradivano, rivelando al mondo intero ogni sua preoccupazione.
     «Anche se mi credi, non hai ragione di starmi ancora attorno.»
     «Perché?»
     «Perché all’inizio pensavo di poter evitare di cascare di nuovo nella stessa trappola, ma è ovvio che non posso! Giorno dopo giorno hai rosicchiato via le mie difese, hai esposto le mie vulnerabilità e mi hai costretta a vederti in un modo che non posso sopportare. La tua bellezza così semplice, il tuo modo di camminare sempre insicuro, gli occhi che guizzavano qua e là impacciati e impauriti, i capelli sfibrati che non pettini mai, le nottate passate a piagnucolare che ti si leggono addosso e ti rendono ancor più fragile. Lo capisci? Ogni cosa di te, ogni minuscolo cenno che rivolgi al mondo è solo un invito.»
     «Forse qualcuno può curarti,» sibilò Arabella, senza badarci.
     Samira la fissò sbigottita. «Secondo te sono malata?»
     «No…»
     «Sii onesta!» strillò, alzandosi dallo sgabello e facendolo cadere con un tonfo metallico. «Lo capisci che in questo istante vorrei solo saltarti addosso nel letto?! Riesci a capire in che posizione sei?»
     Non le rimasero altro che le lacrime, perché Arabella non aveva la minima idea di cosa dire né di cosa fare davanti a una donna che le urlava in faccia quelle cose: nessuno l’aveva mai toccata come Samira minacciava di fare. Solo per errore aveva preso coscienza della propria femminilità, per poi rifuggire ogni altro contatto, anche accidentale, con la propria curiosità verso se stessa.
     «Vattene, per favore. Esci da questa casa.»
     Lei obbedì. Cercò le scarpe sul tappeto ai piedi del letto, la tracolla coi cambi appesa alla maniglia della porta. Non si voltò, non si premurò nemmeno di salutare. Strinse il gelido metallo del portone e rotolò giù dalle scale col pianto a rendere ogni gradino incerto.

Il campanello di casa suonò una sola volta, seguito da passi che si rincorrevano giù per le scale di legno.
     «Arabella? Che diavolo ci fai qui?»
     Lei tentennò. «Non so dove andare.»
     «Mio dio, è stata lei?» Lizbeth la tirò al petto. Di fronte alla minuscola figura di Arabella, spezzata e distrutta, dimenticò ogni ferita che le aveva inferto e lasciò che l’istinto materno prevalesse. «Che ti ha fatto?»
     «Niente.»
     «Cristo santo, mi dispiace così tanto per ciò che ti ho detto,» non aveva la minima intenzione di lasciarla andare, si premurò invece che Arabella sfogasse il pianto sul suo petto. «Sono stata una stronza. Vieni, ti preparo un tè caldo.»
     L’accogliente cucina, addobbata con oggettini e minuzie degne di un arredatrice esperta come la madre di Liz, riscaldò il cuore di Arabella ancor prima che il primo sorso di tè la lambisse. Spostò per un po’ l’attenzione sulla sua compagna di classe, così più alta e matura di lei da domandarsi se non fosse già pronta a vivere nella rabbiosa società che lei ancora rifiutava. Ammirò la sua postura degna, i seni tondi che dormivano dietro il pigiama, i lunghi capelli biondi raccolti in uno chignon. Era perfetta, Arabella lo sapeva, e ciò servì solo a rattristarla ancor di più: Samira aveva scelto lei, piuttosto che una ragazza viva e prorompente come Lizbeth. Nonostante le fosse stato gridato senza pietà, si ostinava a tacere a se stessa di essere la preda perfetta per chiunque avesse voluto approfittarne. Provò dolore e angoscia.
     «La devi denunciare,» esordì Lizbeth, porgendole una tazza fumante. «Non voglio sentire storie, sono stata chiara? Ti aiuterò io. Devo farmi perdonare per averti trattata a quel modo, non te lo meritavi affatto. Sei una vittima e mi faccio schifo per essermi accanita su di te per colpa di quell’imbecille di Danny.»
     «Non ha fatto niente,» Arabella strinse la tazza e si bruciò.
     «Magari è così, ma stai certa che se non lo ha fatto, è pronta a farlo non appena abbasserai la guardia. I nostri professori sono degli idioti, non avrebbero mai dovuta accettarla, persino se la cosa dell’aggressione fosse infondata!» prese un pacco di biscotti dalla credenza e tornò a sedere al tavolo. «Piuttosto, come mai sei venuta da me? Hai litigato coi tuoi?»
     Un cartello indicava due vie, distinte in fondo alla strada che Arabella era forzata a percorrere. «Sì.» Scelse.
     «Dopo pranzo ti riporto a casa, ok? Diciamo loro che sei stata da me e che avevi solo bisogno di rilassarti. Alla cara pianista pensiamo domani a scuola.»
     «Va bene.» Non andava affatto bene e Arabella lo sapeva. Tappò ogni buco, chiuse ogni rubinetto e aspettò che le perdite del cuore cessassero di annegare la sua anima in un mare di rammarico e colpevolezza.

Serie: Nocturne
  • Episodio 1: Bianco e nero
  • Episodio 2: Come polvere
  • Episodio 3: Una barca di carta
  • Episodio 4: Un pianoforte nell’angolo
  • Episodio 5: Annegare
  • Episodio 6: Aspettando la morte
  • Episodio 7: Nocturne Op.9 : n.2
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    Commenti

    1. Giuseppe Gallato

      Altro ottimo episodio, in cui finalmente ci si addentra nel cuore della trama. Trovo fantastiche alcune frasi, sia per la scelta stilistica adottata e sia per il significato espresso. L’indecisione di Arabella è continuamente palpabile, così come quella di Samira. Questa serie mi sta piacendo parecchio, per cui attendo il seguito! 🙂

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Tra tutti questo è il mio episodio preferito, penso sia quello che meglio descrive l’atmosfera della serie. Parlando della trama: questa non è la più “veloce” tra le mie serie, tantomeno scoppiettante o diretta. A modo suo è prevedibile, penso io, e ciò che ho voluto fare è stato rendere personaggi e dialoghi interessanti. L’emozione che volevo infondere era quella “sì, vabbè, ho capito com’è la situazione, ma voglio leggere perché ‘ste due tizie sono troppo spassose da guardare”.
        Grazie ancora per i tuoi commenti. 🙂