Archeologia Adolescenziale

Sono un grande archeologo e ho quell’intuito decisamente poco scientifico, ma che mi permetterà di fare luce su un preziosissimo reperto che sarebbe passato inosservato.
Che io non abbia mai studiato archeologia, al massimo un poco di storia dell’arte alle scuole medie; che non abbia mai supervisionato uno scavo, ma neanche mai scavato in un qualunque sito archeologico e che sia considerato un adolescente, in effetti è quello che sono, questo non ha alcuna importanza.

Oggi sto per cambiare la storia, la mia e del mio paese, una cittadina della Calabria a nord di Cosenza. Non la nomino fino a quando la scoperta non sarà resa ufficiale.
Ho in mano un reperto che solo per caso e grazie al mio colpo d’occhio, sono riuscito a mettere in salvo.
Sono emozionato e stupito che proprio a me sia capitato questo colpo di fortuna. Quando lo vedo quel pezzo di ceramica, lo prendo in mano e mi guardo intorno furtivo per verificare che nessuno mi abbia visto: la scoperta deve essere mia.
Noto però, che a nessuno importa quello che faccio. Bene. Che sballo!

Sto tornando da scuola, le famose scuole medie De Nicola, famose come lo è l’inferno per i cattolici.
Se non le conosci è perché evidentemente non hai mai conosciuto il vero inferno e non hai mai conosciuto il capo di tutti i demoni, la professoressa di Italiano della mia sezione.
Dopo una scadente carriera alle elementari, con dei compagni di merda e una maestra ancora peggiore di loro, immaginavo, speravo che la tortura della scuola sarebbe finita in quinta elementare. Finita quella scuola avrei potuto seguire la mia vera vocazione come miglior spettatore professionale televisivo del mondo.

La televisione è fantastica. Vedo programmi stupefacenti imparo di tutto, conosco musicisti e da poco a casa mia la vedo anche a colori.
Se i miei non mi rompessero le palle con invettive imperative tipo: «devi studiare» o peggio: «esci», la guarderei sempre e mi eviterei lo strazio di uscire dal mio quartiere; o meglio, di fuggire per evitare che quelli del mio rione mi sfottano tutto il tempo, o peggio.
Non lo so perché lo fanno. Penso perché semplicemente possono e vogliono farlo e perché non mi sono mai difeso. Non gli ho mai spaccato quella faccia di cazzo.
Mi piacerebbe, ma non ho mai avuto il coraggio: da solo contro tutti, coi miei che mi dicono che “tanto smettono”, ma questi non smettono. Continuano e si divertono, sti stronzi. Alcune rare volte riesco a giocarci, ma il più delle volte li evito.
Diciamolo, i miei non prenderebbero mai le mie parti, anzi si vergognerebbero pure. «La gente che deve dire?» questo mi dicono e io non devo fargli fare brutta figura.

Stiamo parlando di un quartiere in cui “cazzo” è ritenuto un intercalare come “cioè” in certe parti d’Italia; “vaffanculo” è quasi un saluto e se dai un pizzicotto ad un ragazzino non dice “Ahi”, ma un più coinciso “A puttan’i mammeta”.

La stima per il mio quartiere è tale che in altre zone lo chiamano il “Bronx”, come quello malfamato dei film americani.
Qualcuno qui, ha avuto anche la splendida idea di scriverlo sulle pareti esterne del suo garage. “BRONX” a lettere maiuscole, con la pittura rossa che cola. Sicuramente un’idea fine.
L’artista, nella sua enfasi creativa, avrà sicuramente pensato: «Sarà chiara l’allusione tra la pittura rossa che cola e il sangue?». Nel dubbio ha aggiunto un bel teschio disegnato malissimo, che neanche io a tre anni sarei riuscito a farlo più brutto, ma l’intento artistico è chiaro: «Questo è un quartiere per bene».

Il mio vicinato, oltre ad un gusto squisito per l’arte, ad un linguaggio forbito, non può farsi certo mancare una buona dose di emulazione per il senso civico che film come “i guerrieri della notte” e il “padrino” hanno trasmesso con sincera enfasi.
Ogni tanto due deficienti adulti danzano l’uno verso l’altro con la stessa eleganza di Bombolo, e s’accoltellano.
Ci provano almeno.
Accompagnano ogni gesto con urli, strepiti, offese alle rispettive mamme, sorelle e i rispettivi morti con sintetici “ncgul a chi te murt e chi te stramurt” fino alla settima generazione. Anche se nessuno di loro abbia la minima idea di cosa sia la generazione, ma il suono è quello che conta. Forse perché finisce in “one”.
Senza poi dimenticare il contorno di rispettive madri, mogli che starnazzano a braccia alzate, chi dalla strada e chi dalla finestra. Berciano cose che, alla fin fine, non ha nessuna importanza.
La cosa importante è che questo spettacolo, forse, sia l’unica cosa che potrebbe distogliermi, per qualche minuto, dalla “santa televisione”.
Se non fosse che sappia che, come tutti gli spettacoli, anche questo è una farsa, ma più impacciata di quello della televisione.
Nessuno muore. Forse qualche feritella qua e la o qualche sbucciatura. Forse, ma è una remota possibilità.
Poi ci sono i soliti “amici” che acchiappano l’uno e tengono l’altro. I protagonisti quindi cominciano ad agitarsi di più, uno forse sputa, l’altro urla: «t’ammazz» tentando di liberarsi , sapendo che il gruppo li allontanerà mentre le donne urlano “«AH!».
Forse arriva anche qualche luce blu di una volante della polizia a colorare la scena, già ridicola senza gli agenti. Dico forse perché da noi gli agenti non vengono, troppo onore. Hanno di meglio da fare.
Una volta finita la sceneggiata, dopo una serata nelle rispettive case, i due, calmatisi, tornano ad invidiarsi, malignare in segreto e schifarsi più che mai, insomma amici come prima.
Magari un giorno sposeranno le rispettive sorelle e trasmetteranno ai figli che non devono chiamare lo zio, “Cujjiùnu”, e “devono portargli rispetto a zio”, almeno finché non esce da casa loro.

Questi, un giorno o l’altro, mi faranno perdere una scena importante del mio cartone animato preferito.

Non mi resta che essere concorde coi miei: una mia brutta figura con persone così squisite, sta “gente”, non è auspicabile in un quartiere così rispettabile.

Nessuno di loro, comunque è nei paraggi. Ci sono solo gli operai; stanno scavando il fianco della strada asfaltata che passa davanti casa mia. Dice che devono riparare qualcosa sotto terra, le tubature dell’acqua o che ne so.

Tra la terra ammonticchiata di lato allo scavo, lo vedo. Un coso, rosso pompeiano. Lo prendo. Sgrano gli occhi mentre mi rendo subito conto.
Un pezzo di ceramica tirato fuori da sotto terra. Due più due.
Nessuno mi ha visto.
Sono quasi le due, il sole splende, fa caldo e il vicinato sarà a pranzo – o a fare qualche sacrificio umano di qualche malcapitato che, per caso, passando di qua, è collassato, vittima della voce di quello che è convinto che canta come Nino D’angelo.

Ho in mano un pezzo convesso di ceramica. Mi avvio.
Mentre cammino verso casa con tutta la calma che posso simulare con gli operai, do una rapida occhiata al reperto. “Il reperto”, ho trovato un “reperto”: uno sballo!
“Ceramica spessa, rossa, la parte interna ed esterna sono invetriate. La parte esterna è smaltata di un bruno scuro.
Allora… Stai calmo, cazzo: pensa.
Mancano pochi metri a casa.
È uno sballo, ma analizziamo i fatti:
Qua siamo in Calabria, la MAGNA GRECIA.
Questi hanno scavato con la scavatrice e non si sono accorti che la macchina ha tirato su un pezzo piccolo di un qualche vaso gigante. Due più due: è antico.
Con questo spessore, deve essere almeno un otre, di quelli per conservare l’acqua o l’olio.
Qua sotto, minimo ci sarà un villaggio sepolto o addirittura una città.
Uno sballo.
Devo dirlo a mamma.

Il motorino di papà non c’è, a casa ci sarà solo mamma.
Apro il portone e infatti, supero la cucina e la trovo nella veranda piccola, vicino alla lavatrice.

«Ma’ guarda» gli dico calmo.
Mo come reagirà? Apro la mano e preciso: «Ma’ aggjiù truvat na ceramica antic.» (1)

Si gira incuriosita e dalla mia mano prende il prezioso reperto.
Come me, le basta un secondo per analizzarlo, valutarlo e riferire subito il suo inconfutabile responso: «Ma quistu è nu pizzu i fognatura!» (2)

Pubblicato in LibriCK

Commenti

    1. artematiko Post author

      Ciao Tiziano, scusa per la lentezza nella risposta, ma prima non ho potuto.
      Da quanto ho letto nel regolamento, o almeno credo di averlo fatto, se ho pubblicato racconti su altri social, non posso pubblicarli anche qui.
      Ora non trovo il regolamento e mi stavo chiedendo se si potesse renderlo più facile da reperire.

    2. Edizioni Open

      Ciao Settimo, ti rispondo io ma sono sempre Tiziano (si tratta di un banale disturbo di personalità multipla). Ci tenevo però a fornire delle precisazioni importanti parlando a nome della piattaforma. Su Edizioni Open non si possono pubblicare storie che sono già presenti su altri siti perché se lo stesso racconto si trova già (ad esempio) su Wattpad e poi viene pubblicato anche su Edizioni Open, Google lo percepisce come un contenuto “duplicato” e penalizza il sito che ha “copiato” (nel nostro esempio, edizioniopen.it). Puoi però fare due cose: 1) rimuovere il racconto dal sito in cui è stato pubblicato e SUCCESSIVAMENTE pubblicarlo su edizioniopen.it oppure 2) pubblicare inediti su Edizioni Open

    3. artematiko Post author

      Ciao Tiz, ho capito.
      Posso farlo. Posso cancellare la raccolta da Wattpad.
      Mi chiedo se debba farlo anche dai social su cui, precedentemente sono stati pubblicati.
      “Racconti, brevi, brevissimi anzi social” è una raccolta di materiale nato esclusivamente per i social, quindi non troppo lunghi o addirittura di poche frasi, che cercano d tenere alta l’attenzione per tutto il tempo della lettura. In questo caso dovrei cancellarli anche da li?
      Quindi cancellarli da FB per esempio?

    4. Edizioni Open

      Eh il principio purtroppo vale per tutte le piattaforme (non solo per Wattpad). Io al posto tuo non cancellerei niente, mi limiterei a usare Edizioni Open per i tuoi prossimi racconti 🙂

    1. artematiko Post author

      Sono insicuro e ricevere complimenti mi rende ancora più insicuro. Ossimori a parte, scrivere mi prende molto tempo.
      Come ho accennato nel racconto, a scuola ero un ciuccio. In terza media mi hanno bocciato e poi promosso col minimo. Da qualche tempo ho scoperto che so scrivere, ma immagino ci metta più tempo di chi è più preparato.
      Credimi, quando mi sono iscritto qui, la parte che qui vengono pubblicate solo storie con un sintassi di un certo livello, mi era sfuggita, se no non credo mi sarei permesso di pubblicare nulla.

      In realtà, di racconti pronti e che fanno parte di questa serie ce ne sono un po’, ma le ho pubblicate su altre piattaforme.
      Scrivevo soprattutto su fb.
      Qualcuno mi ha chiesto di redigerle in una raccolta e scriverne altre. Già questo mi ha spiazzato per i motivi di cui sopra.
      Dopo varie richieste, ho cercato un po’ di siti tra cui questo e wattpad e ho cominciato a ordinarle li, ma col nome di “storie brevi, brevissime, anzi social”.
      Ora son li e se prima le leggevano in pochi, ora credo non le legga nessuno.
      Comunque appena avrò altro materiale nuovo, pubblicherò volentieri. Preferirei pubblicarle qui, almeno alcune, ma da quanto ho capito non si può.
      Grazie per l’aiuto.