Armadio a scomparsa

“Sempre le stesse cose. Possibile che sua moglie fosse così poco stimolante? Così oppressiva e svilente? Che vita grama, per non dire altro.”

Mario fingeva di ascoltarla, mentre lei, dal bagno e con l’acqua che scorreva, blaterava a proposito di alcune serrande che il gatto aveva rovinato coi suoi artigli affilati. In realtà, lui sospirava al muro che stava in fianco al letto, per poi inforcare gli occhiali e aprire il libro che da troppo tempo giaceva sul comodino.

Clarice era logorroica. Pedante e petulante. Un macigno. Mai che chiudesse la bocca e gli permettesse di leggere in santa pace. Sebbene non fosse un romanzo troppo impegnativo, le sue continue interferenze gli impedivano di procedere nella lettura.

Era ora di finirla. Doveva dirle qualcosa. Doveva trovare il coraggio: quella donna gli stava avvelenando la vita.

“Quell’imbecille non ascolta. Cosa crede? Che io non me ne accorga che annuisce biascicando solo un sì qua e là? E adesso, cosa starà facendo? Legge stupidi romanzi, lui. Mai che si interessi della casa. Sta cadendo a pezzi, non lo vede?”

Clarice fingeva di confidare che lui, di là a letto, fosse interessato al suo discorso. Dopo essersi lavata i denti e avere fatto pipì, si era passata un generoso strato di crema sul viso. L’immagine che rifletteva lo specchio non la convinceva neanche un po’. Da quando in qua era diventata così vecchia e stanca?

Mario era superficiale. Arido e vuoto. Un cretino. A lui bastava farsi gli affari propri che tutto andava bene. Sebbene fossero sposati da più di vent’anni, lei si sentiva sola. Doveva prendere tutte le decisioni; imporre la sua volontà, passando per quella puntigliosa mentre invece era l’unica in casa ad avere p… olso.

Era ora di finirla. Doveva dirgli qualcosa. Doveva trovare il coraggio: quell’uomo le stava avvelenando la vita.

La donna spense la luce del bagno e raggiunse il consorte in camera. Come immaginava. Lui era immobile sotto le coperte, con quegli stupidi occhiali calati sul naso e il romanzetto patetico in mano. Le era parso di udire dei rumori, poco prima. Ma evidentemente si era sbagliata. Dovevano essere i vicini.

Figurarsi se lui, Mario, avrebbe mai intrapreso un qualsiasi tipo di attività che contemplasse del chiasso. Pure sordo, era, dato che non si interrogava mai su niente!

Quando la donna gli andò vicino, avvolta nella sua ingombrante camicia da notte di flanella, Mario non la degnò di uno sguardo.

Ma qualcun altro, ne approfittò per agire. La scena fu talmente inaspettata, che i due faticarono a metterla a fuoco.

Le ante dell’armadio, di rovere e imponente, si aprirono di scatto, mostrando prima una mano e poi una faccia terrorizzata. Uscì un ragazzino sui dodici o tredici anni, che si limitò a guardarli senza emettere un fiato. Subito, appresso a lui, un uomo con un passamontagna a coprirgli il volto. I due presero gli sprovveduti padroni di casa in contropiede. Forti dell’effetto sorpresa o confidando nel mezzo infarto che sicuramente era venuto alla coppia presente nel letto (Clarice aveva iniziato a gridare), gli intrusi si erano fiondati verso la porta d’uscita, quella a vetri che dava sul giardino.

Mario era rimasto immobile, pietrificato.

“Doveva chiuderla lei, quella porta. Cosa fa, se ne dimentica?”

Fu la sola cosa che riuscì a pensare.

“Devo chiamare i carabinieri, lui non lo farà di certo. Sta solo lì a fissare quel maledetto armadio.”

Fu quello che pensò Clarice.

“Da quanto tempo quei due tizi stavano in mezzo alle nostre cose? Ma soprattutto, come hanno fatto a chiudersi in uno spazio così stretto? Cazzo, dobbiamo stare più attenti!”

Questo lo pensarono entrambi, mentre convenivano che quella era stata una notte decisamente movimentata. Diversa dal solito.

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Commenti

  1. Marta Borroni

    Trovo sempre molto azzeccato il modo che hai di descrivere gli scenari e “iniziare” il lettore alla storia, riesci davvero a trasportare gli occhi dentro le vicende… complimenti!