Avi Lontani, Prigionieri del Tempo

Aldo sfiorava le lenzuola con le mani. Si doveva distrarre.

Erano così fresche; piacevoli al tatto.

Nell’agonia udiva cose all’apparenza impercettibili, mentre il resto gli era inaccessibile e caotico.

E tutto era sempre più vorticoso. E ansiogeno.

Respirava affannosamente, bocca spalancata, occhi semichiusi, tentando di mettere a fuoco il mondo circostante, disteso su quel lettino trascinato, la madre accanto, preoccupata, e dottori, molti dottori.

Quella notte ebbe un malore. Aldo non sapeva come era stato portato in ospedale, ma stare lì un po’ lo tranquillizzava. E intanto si sentiva sempre più debole.

In quel momento di crisi, tra le luci abbaglianti Aldo si rincuorò rivivendo alla sua esistenza.

Breve, semplice, ordinaria. Ma il classico passaggio prima o poi arriva per tutti. Ed era giunto anche il suo momento.

Si rivide giovane, tra giocattoli e tecnologia primitiva. Pensò ai suoi amici d’infanzia, ai primi amori, alle serate spensierate con i cartoni animati…

Rimembrò della scuola, e di tutte le cose nuove che visse: diverse amicizie, impegni odiosi e partite a pallone…

L’università, anni dopo, fu piacevole. La richiesta di climatologi era aumentata negli ultimi decenni di esplorazione, e con la specialistica poté inserirsi nei contesti sulle nuove frontiere…

Il lettino sobbalzò.

Venne portato in una vecchia ed angusta stanza, bianca come le nuvole e spoglia come gli alberi in autunno. Alla parete solo l’ombra di un crocifisso, rimosso da chissà quanto. Gli venne impiantato qualcosa sul braccio, poi tutti uscirono.

Era solo con la madre adesso, che gli stringeva la mano.

Era spaventato, ma sapeva che non ce n’era motivo: tutto sarebbe andato bene, e il passaggio sarebbe stato indolore.

Era fortunato, tanto fortunato. Tutti lo erano. Era grato. Era in tempo.

Fu in quel momento che gli venne in mente un tetra-tetra, una poesia di Pietro Papadopoulos, il poeta preferito del padre, venuto a mancare qualche anno prima: aveva rifiutato le stesse idee dell’artista che amava.

I versi iniziarono a scorrere nella mente di Aldo automaticamente, insieme ai ricordi di quando li recitava col padre:

“Ahi, avi, avviati da un tempo

immemore; via, lontani,

mesti in galea del tempo

vostro: destini distanti.

Per coloro senza posto

un profondo dispiacere,

arrivati troppo presto

del futuro da vedere.

Siam beati oggi tutti,

e dobbiamo stare zitti,

che silenzio si rispetti,

per quei coscienziosi matti.

Ma è natura, nulla più.

Muti in mura, tutt’al più.

Dalla culla ci guardano,

Ahi, avi, da lontano.”

Aldo adorava quel tetra-tetra, anche se lo rendeva triste. Perché il padre non aveva seguito la poetica di quell’artista?

Le porte si aprirono, ed ecco che gli ingegneri erano arrivati, così come anche la sua ora.

Sua madre lo guardava preoccupata, ma Aldo le sorrise e la lasciò andare mentre veniva portato via.

Provò a rilassarsi, mentre i lampadari sotto il soffitto si susseguivano monotonamente uno dopo l’altro. Infine raggiunse un’altra stanza, dove venne sistemato e connesso a centinaia di macchinari.

I dottori mascherati si scambiavano opinioni, e gli ingegneri si misero al lavoro.

Aldo si sentì in pace, se non grazie ai pensieri che cercavano di consolarlo, almeno grazie ai tranquillanti.

Ma sì! Dopotutto novantasei anni era una buona età per il passaggio. Se solo anche il padre avesse deciso di restare in vita, avrebbe potuto vedere l’uomo che Aldo era diventato. Che testa tosta!

Un brivido lo percosse tutto e i macchinari si avviarono.

Respirò…

Chiuse gli occhi.

Si abbandonò…

Qualcuno lo accarezzò sulla mano, e avvertì il contatto fintanto che il tatto non scomparì.

Sentì i battiti del proprio cuore…un fischio.

Poi fu scollegato dal mondo circostante.

Buio.

***

Aldo riaprì gli occhi.

Respirò. Tremò.

Poi i ricordi lo colpirono forte e sobbalzò.

Alzò leggermente il capo. Gli girava la testa, ma diede comunque un’occhiata intorno.

Era come essersi appena svegliati, nel panico totale, da un brutto sogno.

Ma sua madre era lì. Esalò via tutta l’ansia: il passaggio era avvenuto come previsto.

Il suo nuovo corpo rispondeva bene.

Estese la mano verso la madre, macchina che tocca macchina, robot che tocca robot. Beh, non proprio come lo immaginavano nel passato, più un complesso sistema organico tenuto insieme da cellule meccaniche.

C’era qualcosa campionato un po’ male forse nella sua coscienza; non ricordava tutto bene – come il periodo di studi climatologi su Venere – ma probabilmente sarebbe tornato tutto normale in qualche giorno.

«Perché credi che papà abbia voluto morire?» chiese improvvisamente alla madre con la sua nuova voce.

Lei lo guardò. «E’ rimasto fedele al pensiero di tuo nonno, e di tanti altri prima di lui» rispose semplicemente.

«Non capisco» fece Aldo. «I nostri avi erano così spaventati dal progresso, ma comunque ne erano affascinati e incapaci di fermarlo; avrebbero fatto di tutto pur di essere vivi in questa nuova era di immortalità: abbiamo sconfitto la loro più grande paura!»

«Non credo sia questo il punto» rispose la madre. «La loro più grande paura sono sicura non fosse la morte».

«E cosa temevano? Cosa ha spinto nonno e papà a voler morire?»

«Tuo padre mi ripeteva sempre che con una vita infinita non avremmo più combinato nulla; le scadenze erano importanti per lui: credeva che lo rendessero vivo, in una continua gara con il tempo». Rise: «e poi diceva che non mi voleva vedere invecchiare oltre natura».

«Ma non possiamo più invecchiare! Abbiamo corpi nuovi che non invecchiano».

«Credo fosse questo il punto: temevano di perdere l’umanità più che la loro stessa vita».

«Non capisco».

La madre si alzò. Passeggiò per la stanza.

«Non devi biasimarli» disse guardandolo dopo un po’ di tempo. «Erano altri tempi, e hanno agito come era giusto per loro. Erano gli ultimi testimoni di come l’uomo avesse sempre vissuto prima del “passaggio”».

Si avvicinò di nuovo ad Aldo: «erano un po’ come Foscolo, come Beethoven: in mezzo a due ere. Erano più vicini agli attacchi di Xinairobi che alla “venuscovery”. Hanno scelto di essere fedeli a quello che per loro era più congenito».

Aldo rifletté. «Umano, inumano. Naturale, innaturale. Sono dicotomie di filosofie antiquate, che si basano su percezioni sbagliate della realtà, della natura, della scienza».

«Non mi viene da criticarli. A ognuno il suo» concluse la madre. Guardò negli occhi Aldo, fiera, e rise nuovamente: «tuo padre lo diceva sempre: le persone sono più figlie alla loro epoca che a loro padre – tu compreso rispetto a lui».

Aldo rise e guardò fuori la finestra.

Ahi, avi avviati da tempo. Noi ancora non siamo partiti.

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa, Sci-Fi

Letture correlate

Discussioni

  1. Ciao Roberto, il tuo racconto tratta un tema a me caro. Sto proponendo ora un romanzo che ha per protagonisti dei cyborg umani, e il dilemma è focale. Cosa ci identifica, come “esseri umani”? Secondo me, la possibilità di provare emozioni: carne o metallo. L’immortalità pone un grosso limite a questo “essere”: dopo millenni di vita, cosa ci resta da scoprire? Ancor più, saremmo in grado di apprezzarla pienamente?

    1. Ciao Micol!
      Dilemmi di questo tipo mi fanno impazzire, perché per quanto possano sembrare lontani dalla nostra quotidianità, in verità han radici in temi attualissimi. In questo caso basti pensare ai grandi progressi tecnologici del xxi secolo.
      Credo sia divertente porre domande solo all’apparenza lontane e sconnesse dall’attuale contemporaneità – il lettore acuto si divertirà a trovare analogie con la realtà ahah.
      Ma poi questo tema è – e sarà – sempre più “attuale”, e sono sicuro che sia difficile darci risposte esaustive ora: il mondo sta cambiando così velocemente che la nostra percezione di cosa è umano – secondo criteri che personalmente ritengo arbitrari, come quando si discute del “naturale” o “normale” – sarà estremamente diversa da una generazione all’altra (basti pensare a come si è evoluta l’idea di “robot”, dal Novecento ad oggi), arrivando ad avere uno spettro che pian piano porterà a maturare idee sicuramente molto lontane da quelle che oggi avremmo mai potuto anche solo immaginare.
      Mi piace pensare sia il compito degli artisti (non è il mio caso, ma ci provo divertendomi ahah) provare ad allungare le antenne e tentare di cogliere tali sfumature ancor prima degli altri, forse anche innestando incertezze, forse anche inducendo ad una riflessione.