Ballerina

Uno sbuffo di neve. La porta si chiuse alle sue spalle. L’uomo slegò la sciarpa dal collo e si apprestò al bancone. Il suo amico era già seduto e, giudicare dal numero di bicchierini vuoti di fianco al suo braccio, aspettava da molto.
     «È una nuova moda?» il nuovo arrivato lo salutò con una pacca sulle spalle.
     «Cosa?»
     «Prendere un bicchiere nuovo per ogni cosa che ordini.»
     «Non saprei. Lo sbarbato è fresco d’assunzione,» accantonò il vetro vuoto e poggiò entrambe le braccia sul banco. Sospirò. «Eri tu al telefono, quindi. Lo sai che non ti avevo riconosciuto?»
     «Ci credo, per Dio. Piangevo!»
     «Piangevi? Cristo.» Si passò le dita tra la barba. Resosi conto del suo errore, non era sicuro di volergli più volgere alcuna occhiata.
     «Lo fai ancora quel lavoro?»
     «Ah, già, il lavoro,» portò le mani al petto. Si strinse fitto, come se non volesse che qualcosa scappasse via. «Non lo faccio più. No.»
     «Nemmeno per un favore a un amico?»
     «Le gabbie giù al molo sono piene di gente che fa favori. Vorrei farlo, te lo giuro, ma ho paura di ciò che potresti arrivare a chiedere.»
     «Passa da me,» suonò come un rantolo, non più parole. Altre lacrime, e sul volto di un uomo con una dignità, ogni goccia sfregiava come la lama del ladruncolo di strada.
     «Abiti dove?»
     «Abito lì, al solito.»
     «Non porto attrezzi, sappilo. Se mi becca sul tram con la valigia, la polizia mi fa secco.»

Non portò solo la valigetta. Sulle spalle, sotto un lacero pastrano da spazzacamini, nascondeva una sacca con altri strumenti del mestiere.
     Bussò una volta e mentre il pugno si levava per battere ancora, la porta si aprì di un filo. Un cenno, una risposta da dentro, e batté i piedi sporchi di neve prima di avanzare.
     «Dov’è?»
     La ciotola con la cena languiva ancora sul tavolo, tra una forchetta e una bottiglia di vino. Una sola ciotola. Ci rifletté.
     «Dove hai detto che è?» si diede una scrollata dai pensieri.
     «Sul letto.»
     «Mi devi lasciare da solo con lei.»
     «Non ce la faccio,» ancora quegli occhi morti. L’uomo con la valigia sogguardò l’amico, abbracciato dal malessere.
     «Fatti forza e stattene in cucina. Lava i piatti, spazza per terra. Mezz’oretta e sarò fuori.»

Spinse la porta della camera da letto con la punta della scarpa. Leggero, il suo tocco, tanto che la bimba sul letto non si accorse di nulla. Però, appena lui la vide, lei fece altrettanto.
     «Papà? Sei tu?»
     «No, piccola, non è papà.»
     A quel punto lasciò le coperte. Poggiò entrambi i piedi nudi per terra. La gamba destra però aveva solo immaginato di averla, e cadde. Cadde di faccia, forte, forte abbastanza da far tremare persino le pareti.
     «Stai bene?»
     «Papà? Sei tu?»
     «No, piccola, non è papà.» Ripeté. La fissò di traverso, con la coda dell’occhio. Si convinse che se l’avesse osservata con poca attenzione, il cuore avrebbe smesso di dolere. Falso.
     «Si è rotto qualcosa?»
     «Oh, no. No. Katrin è resistente.»
     Katrin lo era davvero. Ma proprio come per la gamba, la sua si scoprì essere solo una convinzione. L’uomo si avvicinò di un passo. La prese di peso e a fatica la fece sedere sul letto.
     «Le corde vocali non sono intonate. Come mai? Urli spesso?»
     «No. Katrin parla poco.»
     «Motivo?»
     «Papà racconta tante storie, ma non ne ascolta nessuna.»
     «Katrin conosce qualche storia?» il meccanico si terse il sudore della fronte. «Katrin, mi sai dire a cosa servono quei cacciaviti?»
     Sul comodino si susseguivano una fila di attrezzi da macellaio, un tipo di macellaio moderno e lontano dalla carne. Vicino al gelido metallo, il vecchio mestiere aveva perso ogni contatto con la vita e la morte.
     «Una carcassa che sanguina è meglio di una carcassa di ferraglia. Lo sapevi, Katrin?»
     «Papà? Sei tu?»
     «Sono io, tesoro.» Non valeva la pena insistere.
     «Ciao, papà!»
     «Quali sono le tue funzioni, Katrin?»
     «Posso ballare!» si lanciò giù dal letto.
     La gamba le mancava ancora, e cadde. Dal suo punto di vista, le sembrò di volare. Katrin agitava le braccia. Piroette e prodezze, in punta di piedi e alla barra.
     «Sei una ballerina bravissima.»
     «Grazie papà!»
     «Hai altre funzioni, Katrin? Qualcosa di legato alla bambina che stai sostituendo?»
     La risposta fu un abbraccio. I capelli dorati non avevano più la lucentezza di un tempo; la maggior parte, sfilacciati e orribili, si erano annodati come polvere sotto gli armadi. La vernice alle guance il tempo l’aveva mordicchiata tutta. Le cadute di faccia e le piroette fallite avevano rosicchiato via la bellezza di una bambola costruita con amore e plasmata per restituire altrettanto affetto.
     «Papà, raccontami una storia! A Katrin piacciono un sacco le storie.» La voce stonò ancora. Le labbra si muovevano senza logica, asincrone, storpiando ogni vocabolo. Tentò di dire altro, ma il ronzio metallico del fallimento si fece insormontabile. L’ammutolì con un gesto.
     «Papà? Sei tu?» riuscì a dire, con la bocca immobile, gli occhi fissi nel vuoto: due biglie di vetro senza anima.
     «Sono io, tesoro. Sono papà. È il momento di dormire.»
     «Buonanotte, papà.»

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in LibriCK

Commenti

  1. Angela Catalini

    Molto bello. Dall’incipit non avevo capito che si trattava di un racconto steampunk. La ballerina mi ha fatto tornare alla mente un episodio della mia infanzia, quando la mia migliore amica mi mostrò un carillon con la ballerina che girava su sé stessa. Era un carillon di pregio, con intarsi sul coperchio e velluto rosso all’interno. Noi non avevamo un soldo, eravamo in affitto e mio padre non aveva lavoro, così, non ho mai avuto un carillon come quello. Per questo mi è rimasta la passione per le ballerine giocattolo, quindi immagina come ho apprezzato il tuo racconto! Ben scritto e calibrato, con un pizzico di sentimentalismo che ho colto con piacere. Ti seguo 🙂

    1. Giovanni Attanasio Post author

      Ciao!
      Grazie per avermi letto. 🙂 Sì, diciamo che è una sorta di steampunk, ma è molto di sottofondo. Grazie anche per aver condiviso un pezzetto della tua vita, mi fa piacere sapere che ho stimolato un ricordo. Alla prossima! 🙂

  2. Eliseo Palumbo

    DIciamo che la descrizione degli indumenti, come il lacero pastrano da spazzacamino, non ti porta nel futuro, né tanto meno ti pianta nel presente, quindi che fosse ambientato tra XIX e inizi del XX secolo lo si poteva immaginare, però poi con l’aparizione di katrin, ho dimenticato tutto e sono andato in fissa.
    Complimenti ancora

  3. Eliseo Palumbo

    Cioè, bellissimo, una bomba, mi piace troppo questo racconto, complimenti.
    All’inizio non riuscivo a capire la disperazione dell’uomo, poi quando ho letto che il meccanico fece fatica a rimettere la “bimba” sul letto mi si é accesa una piccola lampadina ricollegando la cassetta degli attrezzi, alla fine la certezza di un robot con le sembianze della figlia dell’uomo disperato, che non accetta volentieri di perdere anche l’imitazione della ragazzina.
    Fantastico

    1. Giovanni Attanasio Post author

      Ciao. Ti ringrazio per il commento 🙂
      Più che un robot, è un automaton. Il setting dovrebbe essere un mondo steampunk in uno stadio un po’ avanzato rispetto al periodo a cui siamo abituati. Non è una cosa importante ai fini della storia, e non ho lasciato (se non erro) neanche troppe informazioni per immaginare un periodo storico preciso.
      Ancora grazie 🙂