Big Joe

Serie: Peter Fight


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Peter è rientrato a casa, come ogni sera. Ad accoglierlo Grace, la sua vicina, e Moby, il pesciolino rosso con cui condivide il salone.

Peter amava l’oscurità. Anzi, gli piaceva pensare che l’oscurità si era innamorata di lui per prima, sin da quando, in un tempo lontanissimo, aveva scoperto i deboli riflessi notturni prendere vita attraverso i cristalli del lampadario, di fronte alla sua stanzetta.

Una volta nel letto, faticò ad addormentarsi. Poteva sentire i rumori attutiti che provenivano dall’appartamento di Grace, riconoscere perfino la sua voce. Non pensava molto a lei o, almeno, così gli sembrava tutte le infinite volte che le tornava in mente. Né a suo marito, quell’uomo burbero che non la meritava. No, proprio non ci pensava mai. Indossò le cuffie e si addormentò, come sempre, al dolce suono della musica.

La musica. Era un mondo a parte per Peter: fedele e inseparabile compagna, discreta di giorno, irriverente e passionale nel buio della notte. Talvolta, frammenti di brani senza età esplodevano di colpo nella sua mente, il più delle volte veri e propri cortocircuiti simili a lampi, o ai messaggi nelle bottiglie che il mare abbandona su spiagge lontane.

Il mattino giunse in un attimo e Peter si ritrovò di nuovo in strada. Le sue giornate lavorative si erano ormai cristallizzate, senza più interruzioni né particolari emozioni, così regolari da poter essere assimilate al ticchettio di un metronomo. O a una stringa di parole che, grosso modo, suonava così: Moby-rose-Grace-strada-gente-ufficio-gente-strada-Grace-rose-Moby. L’esserne cosciente rendeva la situazione ancor più amara, poiché tutto sembrava susseguirsi in una storia che ripeteva, giorno dopo giorno, le battute di un copione immutabile. Anche i minimi, impercettibili cambiamenti, che da qualche anno aveva iniziato a scorgere, non sembravano collegati ad aspetti quotidiani, tanto da fargli sentire una certa affinità con Moby… le loro esistenze si somigliavano sempre di più se non fosse stato che, a differenza di quella del pesciolino rosso, Peter viveva la propria in una boccia molto più grande. Provava sensazioni sconosciute e ambigue, atmosfere rarefatte che, nel tentativo d’inquadrare, accostava a improbabili metafore: una foto in bianco e nero, la foschia del mattino o l’odore dell’aria prima dell’arrivo di un temporale. Tra questi segnali, deboli ma reali, rientrava il modo in cui aveva iniziato a percepire sé stesso in rapporto agli altri. Non di rado si scopriva disinteressato, assente, quasi fosse un ingranaggio stridente mal posizionato, soggetto a un evidente sfasamento temporale: l’uomo sbagliato, al momento sbagliato.

Per sua fortuna però, quando l’aria si faceva tesa e l’umore piombava giù, poteva ancora contare su piccole ma solide certezze. Come la silenziosa Luna, ancora appesa lassù, o le pagine di un vecchio libro. E poi c’era Big Joe, il robusto barman sulla Victoria Street che, alla guida di una infernale macchina cromata, gli sfornava ogni mattina l’agognato cappuccino tra getti, sibili e un sorriso appena accennato, di quelli che la stessa Monna Lisa avrebbe definito enigmatici. All’immancabile “Grazie!” di Peter, Joe rispondeva inarcando lievemente le sopracciglia per tornare, senza eccessiva enfasi, al posto di comando, conscio del suo ruolo di custode dei segreti del prossimo, piccole storie nascoste che non avrebbe rivelato mai. Era quello il momento più bello per Peter, davanti alla bevanda fumante la cui schiuma, così densa, gli ricordava le nuvole e, di nuovo, le dita di bambino che bucavano la soffice panna. Il mondo deponeva le armi e lui si sentiva, per quel breve attimo, in armonia con esso giungendo perfino, in rari momenti di grazia, a ricordarsi com’è fatta la speranza. Istanti che si sarebbero potuti definire perfetti, se non fossero stati turbati dalla subdola interferenza dello Specchio Stregato, silenzioso e implacabile, appena visibile dietro le innumerevoli bottiglie multicolori.

Serie: Peter Fight


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Discussioni

  1. Micol, interessante questo ‘equilibrio nella solitudine’. In realtà, mi fai più pensare a una quieta disperazione (@sergiosimioni non mancherà di raccogliere il suggerimento musicale).
    Ma non solo questo. Non troppo tempo fa, i Pooh lanciavano un bel pezzo, molto signifcativo: uomini soli. Un brano struggente che mi colpì, forse perché avevo abbandonato la musica italiana, ahimè, già da un bel po’.
    Il tuo è uno spunto di riflessione su cui, credo, molti di noi potrebbero costruirci innumerevoli racconti. Può essere che la solitudine sia una condanna, oppure una conseguenza. Ma a volte, credo sia una scelta forzata, e allora è quella invincibile.
    Grazie ancora.

  2. Chiuso in una boccia: ogni frase, parola cercata con cura, ha trasmesso efficacemente le sensazioni provate dal protagonista. Fermo in un loop. In tutto questo esiste un’apertura al desiderio di “essere”, complice la luna e la musica. Mi è piaciuto il dare ugualmente importanza alle piccole abitudini, che possono risultare confortanti: mi piace il momento empatico che hai saputo creare, pur nel silenzio, al momento di bere il cappuccino. Credo che la chiave di alcune vite possa essere la ricerca di un equilibrio nella solitudine.

  3. “le loro esistenze si somigliavano sempre di più se non fosse stato che, a differenza di quella del pesciolino rosso, Peter viveva la propria in una boccia molto più grande.”
    Penso che tutti noi abbiamo vissuto questa esperienza sulla nostra pelle. Ed è un bene, perchè una presa di consapevolezza che preannuncia un desiderio di evoluzione

  4. “le loro esistenze si somigliavano sempre di più se non fosse stato che, a differenza di quella del pesciolino rosso, Peter viveva la propria in una boccia molto più grande.”
    Questo passaggio mi è piaciuto

  5. Ho letto i commenti che mi hanno preceduto e sono rimasto impressionato dalla cura con cui semini riferimenti musicali nelle tue opere. Musica e letteratura hanno il potere di influenzarsi e ispirarsi a vicenda e quando questo accade “it’s a kind of magic”.

    1. Esatto, Tiziano. Tutti i miei scritti hanno sempre, senza alcuna eccezione, un ispirazione musicale. Come ho già detto a qualcuno in risposta, c’è stato un tempo in cui letteralmente inserivo i versi dei testi nella trama, citando poi il riferimento. Ma alla fine ho accettato il consiglio di evitare questo modo di procedere e a distanza di tempo mi sembra che la scelta abbia pagato. In fin dei conti non ho rinunciato alla mia musica, che resta intatta e solo da scoprire. Anzi, mi correggo: come hai fatto giustamente intendere tu, è la musica di tutti noi.
      Grazie del tempo che mi hai dedicato.

  6. Buongiorno Alessandro, innanzitutto grazie del tuo commento. Sì hai centrato uno dei punti cardine, il voler portare il “quotidiano” in risalto. Del resto, i nostri sogni, i rimpianti, i desideri ci accompagnano sempre e ovunque. Il problema è non restare nello ‘scontato’. Considerata anche la brevità degli episodi “flash”, per cui sto puntando tutto sull’intensità.
    Moby è una presenza abbastanza discreta, ma necessaria per distendere un po’ gli animi. A volte, se ci spingiamo troppo in là con certe riflessioni rischiamo di cadere nel precipizio anzitempo.
    Mi hai incuriosito con Big Fish, nonostante io adori i film di Burton manca nella mia collezione. Ma il solo accostamento mi regala già una grande soddisfazione.
    A presto.

  7. Bello scoprire che la poesia può nascondersi anche negli attimi più comuni, un cappuccino , u brano musicale. La atmosfere così oniriche dei tuoi racconti mi ricordano un po’ Big Fish, e forse Moby e la sua boccia li ho visti come un riferimento.
    Al prossimo episodio

  8. “Peter viveva la propria in una boccia molto più grande”
    “We’re just two lost souls swimming in a fish bowl year after year”
    Efficace (lo so, è un aggettivo di cui abuso, ma davvero non saprei come altrimenti definire le frasi che trasmettono di più della somma delle parole che le compongono) il parallelismo tra Peter ed il pesce rosso.

    1. Non sai quanto piacere ho provato nel leggere questo tuo ultimo commento. Certo, dapprima una soddisfazione personale per aver “centrato” l’immagine, poichè il flop è sempre in agguato. Ma c’è qualcosa in più, e cioè una conferma, praticamente in tempo reale, della emopsicolettura per la quale, in qualche modo, ti sei dato una risposa da solo.
      Sono impressionato e ti spiego il perchè: questa serie contiene ben cinque riferimenti ad altrettanti testi musicali e due a opere letterarie. Ebbene, uno è alla splendida e significativa “Wish You Were Here” dei Pink Floyd che, nel lontano 1975, ci incantavano con questo loro brano (tra gli altri). Vorrei andare oltre e dirti che, al di là dell’immagine, il titolo del pezzo è un vero messaggio subliminale che tu, per il solo fatto di averlo riconosciuto, hai colto perfettamente. Emozione e psiche in un sol colpo. O forse è solo la mia fantasia galoppante…

      Per la cronaca, ho eliminato tutte le noticine che ero solito inserire un tempo per spiegare queste ‘sponde’ musicali, su consiglio di un caro amico, bravissimo autore, che mi segnalava come distogliessero l’attenzione dal testo, interrompendone l’immersività – per usare un termine caro a David Di Guida -.
      Resterà invece la nota di uno dei riferimenti alle opere, questo perchè citerò testualmente. Ma sarà nel finale.
      Complimento Sergio, non avrei mai pensato che qualcuno avrebbe colto un simile parallelo. Ma l’ho sempre sperato con tutto il cuore: quando l’affinità è quella musicale, i livelli diventano elevatissimi. Per l’appunto, emopsichici.

  9. ” le battute di un copione immutabile”
    questo passaggio – anche le righe precedenti, non solo la frase che ho sottolinato per la “cit.”, rendono bene l’idea del senso di prigionia emotiva di Peter, intrappolato in un ciclo ripetitivo, sempre uguale.