Cacciare tra le Ombre

Serie: La Voce Innocente del Male


Il momento più cupo della notte di luna nuova era ormai giunto. E il nostro cacciatore aveva appena trovato le sue prede. Ma non trovò ciò che molti si potrebbero aspettare di trovare. Uomini neri dai quali nascondersi sotto le coperte? Lupi mannari? Certo che no. Voi vi aspettavate dei goblin, vero. Mi duole deludere le vostre aspettative, ma non vi era niente di tutto questo. Ciò che trovò il cacciatore fu qualcosa di ben peggiore dei mostri di cui i vostri cuori hanno udito favole e leggende. Qualcosa che nessuno sospetta, qualcosa che da sempre è presente ma da sempre è ignorato. No, non ignorato, mascherato. Celando gli istinti più grotteschi e primordiali, distogliendo lo sguardo su una tra le tante verità taciute dell’uomo. Perché questa, miei cari, è una storia di veri mostri. Intanto il nostro protagonista si preparava a tendere il suo agguato. Non visto, silente, in attesa. Nel cuore della foresta. Ove si annidavano le vili creature. Quattro…cinque…no, otto! Erano otto. Otto uomini! Vi avevo avvertito che si trattava di veri mostri. Banchettavano, ridevano, come fossero a una scampagnata. Con la luce del caldo focolare a illuminare i volti dei mostri tanto temuti dagli uomini, ossia altri uomini. Godendosi quella che sembrava una quiete serata come tante. Come ignare bestie destinate al macello. Questo fino a quando un sinistro rumore non dissolse l’allegra atmosfera.

«Cos’è stato?».

«Vallo a scoprire no?» disse uno degli altri uomini, quello più vicino al focolare.

«Perché io?» chiese il puzzolente, grosso uomo.

«Perché di sicuro sei il più appetitoso qui in mezzo.»

Il gruppo scoppiò a ridere, tranne lui ovviamente.

«Non è divertente Lian!»

Esclamò con voce tremolante.

«Dai Vanet stavo solo scherzando. Sarà qualche cervo, scoiattolo o un cazzo di gufo. Non badarci.»

Poi ecco un altro rumore, stavolta più vicino. Vanet non era più il solo a preoccuparsi. Anche il resto del gruppo iniziò a puzzare come lui. Impugnarono le armi, stringendole più forte che potevano. Come bambini che stringono forte la mano della  madre nei momenti di paura.

«Chiamiamo il capo?» Chiese uno degli altri, titubante e guardingo.

«E dirgli cosa? Che ci stiamo cagando sotto per qualche rumore? Prego, vai pure» rispose un altro. Poi d’un tratto ecco il terzo rumore, ancor più vicino del precedente.

«Copriamoci le spalle e stiamo lontani dalla luce del fuoco!» ordinò quello che sembrava comandare li in mezzo. Gli uomini si posizionarono in diversi punti dell’accampamento, riuscendo a coprire i punti ciechi. Non erano banditi, sapevano muoversi. Ma ciechi lo erano eccome. Poi d’un tratto, udirono qualcos’altro dalla nera foresta. Stavolta non era un rumore. No, era diverso, più sottile, più sinistro. Un flebile sibilo. Da prima lontano, il suono si faceva sempre più vicino. Gli uomini cercavano con lo sguardo, ma le tenebre gli erano nemiche.

«Che cazzo è?!» urlò Vanet il gran fifone, sudando come un maiale cucinato vivo sopra al fuoco.

«Chiudi quella bocca Va-»

Mentre il loro capo tentava vanamente di placare il subordinato, la sua testa o meglio, metà di essa, scivolò dal corpo. Reciso da un taglio netto. Da cosa non era dato sapere.

«Per il grande Tetramorfo!»

La paura si diffuse come la peste e il caos emerse come un frutto ben maturo. I pensieri venivano divorati dal terrore. Il panico stringeva i loro cuori come lunghe e affilate unghie.

«Oh merda!» gridò Vanet, fuggendo verso chissà dove.

«Azamar zatana!»

Una voce riecheggiò nell’aria come un flebile sussurro all’orecchio di un’amante, fatta di parole arcane che tramutarono il disertore in una statua di pietra.

«L’insubordinazione non è tollerata!»

La voce sussurrante divenne ferrea, autoritaria e colma di fierezza, sebbene non fosse decisamente coerente con l’aspetto dell’uomo a cui apparteneva. Uscì dalla tenda più grande dell’accampamento. Alto, magro e dalla folta chioma blu. Con tratti graziati e il viso tinto di strani segni, senza neppure un filo di barba. Le sue vesti erano di pregiata fattura, adornate da spille argentate. Tenendo stretto a sé un libro dalla copertina in pelle, non era chiaro se di animale o di altro. Era lui il vero capo. Quindi l’uomo decapitato era solo il vice.

«Ma capitano Levrenal, la testa di Orovan è…»

«Rotolata per terra? Lo vedo da me idiota! Il prossimo disertore lo do in pasto ai goblin!» aggiunse, ricominciando subito dopo a sussurrare parole arcane.

«Tesev Veler!»

Una flebile luce si formò nella sua mano. Lanciata in cielo, divenne un bagliore in grado di illuminare tutta la foresta. Rivelando una tetra figura, ferma, quasi in attesa, lì in mezzo agli alberi. Era lui, era Vakun!

«Visto? È solo un uomo. Prendetelo!» ordinò ai suoi uomini.

Tre di loro prepararono gli archi. Gli altri si scagliarono contro di lui armati di spade e asce. Ma lui continuò a rimanere lì, immobile. Improvvisamente gli uomini percepirono un dolore lancinante sotto i piedi. Caddero a terra gridando a pieni polmoni mentre il dolore si estendeva sul resto del corpo. Tra quei gemiti, uno di loro si toccò sotto i piedi percependo al tatto qualcosa di appuntito, freddo e spesso che penetrava la carne come fosse tenero burro. Con non poco sforzo e guidato da una gran volontà, riuscì a estrarne uno, ritrovandosi tra le mani un oggetto simile a uno spuntone di ferro.

«Ma che roba è?!» si chiese mentre gli arcieri rimasero impietriti da tale scenario.

«Che diavolo state aspettando? Scoccate quelle diavolo di frecce!» gridò il mago, destando gli arcieri dal loro torpore.

Ma quando uno di loro provò a scoccare la prima freccia, Vakun alzò la mano sinistra, aprendola, rivelando uno strano segno sul palmo. In quell’istante il sibilo si fece risentire. Prima ancora di far partire la freccia, l’arciere trovò la medesima fine del vice, Orovan. Ma i compagni del defunto, sebbene terrorizzati, avevano ben più paura del loro capo. Scoccano le frecce con mani tremanti. Ma la luce dell’incantesimo era ormai diventata troppo flebile, e la loro mira compromessa dalla fretta. Nel contempo il cacciatore aveva appena afferrato quel qualcosa “recidi-teste”. Una sorta di sfera metallica che ripose sulla cintura, schivando successivamente le frecce con un breve balzo, roteando su se stesso in verticale e lanciando subito dopo dalla mano destra due piccoli coltelli verso gli arcieri. Uno di loro fu colpito alla spalla, l’altro in pieno petto, cadendo a terra nel giro di pochi minuti. Paralizzati da un male ignoto.

«Veleno eh? Molto bene. Vorrà dire che perirai per mano mia. Peccato tu non possa comprendere quale immenso onore sia.»

Lo stregone si fece finalmente avanti. Sussurrando ancora una volta le parole arcane di prima.

«Azamar zatana!»

Ma stavolta nulla accadde. L’incantesimo non ebbe alcun effetto sul cacciatore. Ma Levrenal non si scompose minimamente, mostrando un portamento forgiato nel ghiaccio.

“Deve avere qualche protezione magica. Furbo.” pensò tra sé e sé mentre il cacciatore ancora una volta lanciava l’oggetto sferico di prima.

Stavolta l’obiettivo era lo stregone, eppure non ne era minimamente impaurito. La compostezza era rimasta immacolata, la sua mente mai piegata. Concentrato al massimo di sé stesso, iniziò ad agitare velocemente le dita della mano, arrestando l’oggetto a mezz’aria, lasciandolo cadere a pochi passi da lui. La vera forma dell’arma fu infine rivelata. Era sferica, come detto prima, ma con quattro sottilissime lame poste ai lati. Impercettibili all’occhio umano con una visibilità così scarsa.

«Dovevi mirare a me fin dall’inizio con quel tuo giocattolo.» disse lo stregone con aria superba.

«Se per questo, tu avresti dovuto congelarlo… il giocattolo.» rispose Vakun le cui parole gettarono un dubbio nello stregone che rivolse di nuovo lo sguardo verso l’oggetto sferico, iniziando a sentire un altro strano suono, diverso dal sibilo di prima. Un movimento di ingranaggi. Fin quando, d’un tratto, cessò, cadendo in un pericoloso silenzio. Fu allora che…esplose! Lo stregone si ritrovò travolto da una vampata di fuoco, sbalzato via dall’onda d’urto, cadendo rovinosamente per terra. Un acuto ronzio gli trapassava la testa. Tutto diventò sfocato. Stordito e privo di forze, vide una sagoma avvicinarsi a lui. Voleva reagire, voleva rialzarsi, ma le forze cedettero il posto alla stanchezza. Perse i sensi, scivolando lentamente nel buio della sua mente. Al risvegliò si ritrovò legato a un albero. Iniziò ovviamente a guardarsi attorno, sebbene confuso e con la vista ancora un po’ sfocata. Poteva vedere altre sagome vicino a lui. Erano i suoi uomini, quelli sopravvissuti, legati come lui. Ma quando provò a chiamarli, un tremendo bruciore gli avvolse la bocca. Non riusciva a muovere le labbra. Non si trattava di uno straccio o altro. Assolutamente nulla di così scontato e rischioso. Né di un incantesimo, di questo ne era certo. Sentiva come se qualcosa gli tenesse chiusa la bocca. Un qualcosa di sottile. Lo poteva sentire passare dal labbro inferiore a quello superiore. E più tentava di aprirla, più il dolore aumentava. Non gli ci volle molto per capire ciò che voi immagino abbiate già intuito. Si, miei cari. Aveva la bocca cucita. Letteralmente. In quell’istante, paura e ansia si intrecciarono in una veste di terrore. E lui fece la sua comparsa. Proprio come Colvir, anche lo stregone vide. Vide le verdi zanne, vide i diabolici occhi illuminati dalle tenebre. Vide il volto della sua paura rivolgergli lo sguardo. La caccia era appena conclusa, ma non la nostra storia.

Serie: La Voce Innocente del Male


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

Letture correlate

Discussioni

  1. Ho letto parecchio in vita mia, sono piuttosto vecchiotta e questa dualità (stile misto) non mi infastidisce. Le saghe di Weis e Hickman (dragonlance) sono ancora nella mia libreria. Mi diverte leggere qualcosa capace di farmi trascorrere qualche momento da un’altra parte, questa potrebbe essere una favola della buona notte a me congeniale.

  2. La storia in sé non è malaccio, solo non riesco a comprendere questo voler mettere insieme delle scene indubbiamente violente (quindi per un racconto più adulto) con uno stile di scrittura più vicino a un libro per ragazzini, stile che si nota molto nella scelta dei dialoghi. L’inizio così come è raccontato non mi ha colpito molto proprio per quanto detto precedentemente, Tutto sommato, passerò a leggere la terza parte.

    1. Ancora una volta ti ringrazio nel seguire questa serie e sopratutto per i commenti, in effetti l’incipt è un parte che devo e che sto cercando di migliorare. Mentre per le scene violente diciamo che è stato un goffo tentativo di provare ad integrarlo in un racconto per ragazzini. Grazie ancora per l’interesse mostrato, buon proseguimento di lettura 😉