Canto di Natale

Serie: L'ultimo sogno - Microserie 2 episodi

Nemo non si unì alle risate dei compagni. Rimase un passo indietro, cercando una scusa convincente per distogliere lo sguardo. La professoressa Nandi gli giunse in aiuto: la sua auto, parcheggiata poco lontano, non dava cenno di voler partire. Non era la prima volta che scaricava la batteria: nelle ultime settimane i suoi ritardi erano divenuti epocali, dimenticava i fari accesi nella fretta di correre in classe. Povera donna, il divorzio l’aveva stressata al punto da imprecare. Come stava facendo in quel momento.

Sorcio, Mario, cadde a terra dopo essere stato spintonato in malo modo da Oreste. La cartella si aprì spargendo al suolo il contenuto: una volta in ginocchio, il ragazzino tentò senza successo di raccattare tutto in fretta.

«Guarda qua!» Oreste si chinò per afferrare un gomitolo di lana bianca. «Che c’è, femminuccia, ti piace lavorare a maglia?»

La battuta alimentò gli sfottò degli altri ragazzi.

«Marco l’ha visto fare la pipì seduto!»

«Beh, le femminucce lo fanno.»

Altra grassa risata. Mario, tutt’altro che stupido, attese a terra senza dare segno di volersi alzare.

«Mamma lo ha visto uscire dallo studio dello strizzacervelli in centro. Scommetto che è un caso disperato, la sua è una “malattia” incurabile.»

Oreste buttò il gomitolo a terra, pestandolo con evidente soddisfazione.

«Cos’è, non hai nulla da dire?»

Mario rimase muto. Sebbene il suo sguardo fosse abbassato, Nemo se lo sentì dietro al collo e represse un brivido.

Non avendo ottenuto quanto desiderava, Oreste si chinò nell’intento di afferrare la felpa di Mario e portarlo su di peso.

«Andiamo via.»

Nemo non si era mosso di un centimetro, ma alle sue parole Oreste gli rivolse un’occhiata incerta. Il compagno di classe era grande e grosso, la sua stazza riusciva a intimidire perfino i ragazzi più grandi. Aveva iniziato a menare le mani da poco, ma Oreste conosceva per esperienza il sapore dei suoi pugni. Si era conquistato il posto nella “banda” in quel modo: avevano dovuto fermarlo prima che lo mandasse all’ospedale.

«Molosso ha ragione.» Felicetto, uno dei ragazzi più pacati, prese Oreste per un braccio allontanandolo. «Sai che si dice, vero? Puoi far finta di non crederci, ma Sorcio sa fare il malocchio: glielo ha insegnato quella megera della nonna.»

Le risatine scemarono come erano nate: in fretta. Quella diceria accompagnava Mario da quando all’asilo aveva fatto pisciare addosso un compagno: Nemo. Stavano litigando per aggiudicarsi il possesso della figurina di un calciatore: il bambino più piccolo gli aveva soffiato contro come un gatto, incollandolo con lo sguardo al muro. Nemo se l’era fatta sotto per lo spavento: gli occhi blu scuro di Mario, per un istante, erano divenuti pozzi senza fondo. Non aveva mai parlato di quell’episodio, ma erano molti ad aver assistito al fatto. Con il tempo era stato dimenticato.

Oreste si erse sulle spalle, nel tentativo di darsi un tono. Fece cenno ai compagni di seguirlo senza più degnare Mario di uno sguardo. Quando Nemo si unì al gruppo, simulando indolenza, avvertì con chiarezza un dolore sordo alla nuca. Forse vergogna… forse il malocchio.

Quando rientrò a casa dedicò uno sguardo distratto al televisore, evitando con cura di incrociare la madre. La fortuna era con lui, Luisa era ancora in cucina intenta a infornare biscotti.

«Arrivo subito.»

Maledette mamme, sembravano avere il radar: nessun figlio era al sicuro dal loro potere sovrannaturale.

«Ho messo il film nel lettore, appena arriva Chiara possiamo sederci con calma e mangiare in salotto. Ho ordinato la pizza.»

La risata gentile non riuscì a scaldare il cuore di Nemo.

«Non sono più un bambino, quello stupido film ha smesso di divertirmi da almeno un paio d’anni.»

Luisa si affacciò dalla cucina. «Oh, sei troppo grande per “Canto di Natale”? È una tradizione, male non ti farà: è una delle poche occasioni che abbiamo per stare assieme.»

Mamma aveva spostato il turno all’ospedale proprio per rispettare quella consuetudine: saperlo non lo intenerì. Percorse il corridoio fino alle scale, dandole le spalle.

«Scendo quando arriva il fattorino con la pizza, voi iniziate pure senza di me.»

Il sorriso di Luisa si fece triste.

Nemo salì gli scalini in fretta, chiudendo la porta della camera a chiave. Si buttò sul letto, di traverso, sollevando lo sguardo al soffitto.

“Canto di Natale”… che idiozia. A quattordici anni le favole avevano smesso di interessarlo.

Chiuse gli occhi per un istante, tentando di arginare le lacrime. Favole… meschine bugie.

Quando li riaprì si era fatta notte. Si sollevò per sedersi sul letto osservando la luna riflessa dallo specchio: era grande, magnifica. Perché mamma non lo aveva chiamato per la pizza? Sentì la pancia brontolare.

«Perché sei uno stronzo. Luisa ha programmato questa serata in famiglia per mesi, facendo l’impossibile per ritagliare un attimo di serenità. L’ultimo giorno di scuola, come ogni anno da quando hai smesso di andare all’asilo. Ha perfino cucinato i tuoi biscotti preferiti. »

Volse lo sguardo alla finestra scorgendo una ragazza occupata a fissare la luna. Nemo, intontito dal sonno, tornò a gettare un’occhiata allo specchio: ancora rifletteva la sola immagine dell’astro.

«Non sono reale, Genio.»

Nemo iniziò ad irritarsi.

La sconosciuta scrollò le spalle spazientita e lo raggiunse sedendogli accanto. Giudicò avesse cinque, sei, anni più di lui. Una bella ragazza dalla pelle scura ed enormi occhi blu scuro contornati da lunghe ciglia simili alle ali di un corvo. Vestiva un abitino aderente, bianco, fatto a maglia: doveva esserle costato caro con tutte quelle trecce e la lavorazione raffinata. Un paio di calze nere ed anfibi completavano l’insieme. Carina. No, proprio bella.

Ciò nonostante, l’apostrofò con strafottenza. «Sei il fantasma del Natale passato?»

«Passato, presente e futuro. Accontentati.»

Nemo sentì le labbra piegarsi, seppure impercettibilmente: pensava di non ricordare più come sorridere.

La sconosciuta si mise comoda e sedette sul letto a gambe incrociate. «Pronto?» Attese un cenno di conferma, dopo di che afferrò il telecomando sul comodino. Nemo aveva ricevuto il televisore come regalo di compleanno l’anno prima: una benedizione, gli consentiva di rimanere in camera sua per gran parte della giornata evitando la madre e la sorella.

Il ragazzo non riuscì a trattenere un moto di sorpresa. «Hai deciso di farmi guardare quello stupido film?» Cercò di strapparle il telecomando di mano. «Si può sapere, chi sei?»

Il “fantasma” sbuffò, puntandoglielo contro. «Vuoi stare zitto? Facciamo così, se hai altro da chiedere sputa il rospo. Ora. Non ho tempo da perdere.»

«Sei Mario?»

La ragazza scoppiò a ridere. «Ti sembro “Mario”?»

«Beh…» Nemo si ingrugnì «sei mulatta, come lui… hai gli occhi dello stesso colore.»

«Ah…» il “fantasma” scrollò il capo «io sono come mi immagini. Sei tu, a darmi un volto»

Aveva un senso. Nemo non era contento di quanto era accaduto nel pomeriggio, nel suo intimo la vergogna lo soffocava. Aveva metabolizzato la faccenda creando “Lei”: nella sua mente il gomitolo di lana gettato a terra aveva preso forma nell’abito a maglia che indossava.

«Come ti chiami?»

La ragazza si strinse nelle spalle, sollecitandolo con lo sguardo.

Nemo decise per il primo nome che gli passò in la testa. «Facciamo, Mara?»

«Ok» Mara accettò di buon grado, chiaramente divertita «lo preferisco a Maria.»

Nemo la guardò di traverso.

«Sei contento, adesso? Possiamo iniziare?»

«Va bene» sollevò le braccia in segno di resa.

La ragazza puntò il telecomando in direzione del televisore, fissato al muro tramite una staffa. «Non curiosare!»

Serie: L'ultimo sogno - Microserie 2 episodi
  • Episodio 1: Canto di Natale
  • Episodio 2: L’ultimo Sogno
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    Discussioni

    1. Molto, molto bello! Mi hai fatto ritornare ai tempi delle scuole… e hai reinterpretato “Canto di Natale” magistralmente. Brava Micol!

      1. Ciao Ivan, era quello che avevo in mente: un Canto di Natale un po’ bislacco 😀
        In questo periodo ho un po’ la fissa con i ricordi di scuola, forse perché sto diventando vecchia 😀 No, a parte gli scherzi, mi è servito perché i protagonisti sono degli adolescenti (quasi) e non sapevo come altro inserire la scena di bullismo.

      1. Ciao Sara, grazie per aver letto la storia 😀
        Non sono riuscita a sviluppare il concept che avevo in testa in un solo episodio, così ho pubblicato questa mini serie. Tieni conto che, sorpresa sorpresa, nel 2020 pubblicherò una serie autoconclusiva sulle avventure di Sorcio e Molosso da adulti ;D

    2. Ciao Tonino, ho colto al balzo l’occasione per rendere questo laboratorio super Natalizio 😀 😀 😀
      Per la trama che avevo in mente era necessario un pretesto per parlare di un sogno e mi sono venuti in aiuto i vecchi film che, in questo periodo, amavo guardare da bambina.

    3. Cara Micol, un Canto di Natale in chiave moderna e ironica niente male, soprattutto per il fatto che riguarda un giovane brontolone col muso! Racconto scorrevolissimo e davvero piacevole, vado a vedere come va a finire😁😁!

      1. Ciao Tonino, ho colto al balzo l’occasione per rendere questo laboratorio super Natalizio
        Per la trama che avevo in mente era necessario un pretesto per parlare di un sogno e mi sono venuti in aiuto i vecchi film che, in questo periodo, amavo guardare da bambina.