Capitolo cinque: La

Serie: Siamo pazzi


Gennaio: super-mega-ritardo!

Studio matto e disperatissimo: era l’unica cosa che potesse descrivere la vita di Giulia oramai: dalla laurea di Maria, tranquilla di avere le spalle coperte per un po’ dai genitori, si era messa sotto con lo strumento – come se prima non ci stesse – ed era riuscita a dare un altro esame (ventinove!); a breve, per febbraio, ne avrebbe dati altri tre: se tutto fosse andato secondo i piani, si sarebbe laureata per l’estate!

Certo in ritardo, gravando ancora ulteriormente sui genitori per le spese; il problema era che o si finiva ad un certo livello, o non si finiva. A Giulia serviva altro tempo per maturare; la laurea altrimenti era inutile, solo un pezzo di carta. A tanti quello bastava, a Giulia no! E fortunatamente neanche al suo maestro, che voleva tirare fuori la musica dalle note di Giulia, non un titolo asettico.

Uscire fuori corso per materie pratiche al conservatorio capita spesso, o almeno avere fluttuazioni di qualche mese. Il punto è sempre lo stesso: come quantificare in un tempo prestabilito il tempo necessario per qualcuno ad assimilare l’arte? Eh beh, cari ministri, ciò non riguarda solo i conservatori o le università…

Che poi, scusatemi, questo fatto della carta… non ce la posso fare: un artista è tale quando emoziona, quando ha qualcosa da dire, trasmette, fa bene il suo mestiere, quando ci mette passione, indipendentemente che sia laureato, che sia uscito con il minimo o con il massimo. I più grandi artisti della storia si sono formati in botteghe, e talvolta erano prima di tutto grandi osservatori o ascoltatori, non fanciulli ammaestrati a prendere trenta agli esami, oltretutto fatti male grazie all’organizzazione ministeriale, per poi non essere capaci nella disciplina nella quale, per una volta nella vita, hanno preso il massimo. Che giungla, non trovate?

Ad ogni modo una sera, miracolosamente – o perché Giulia aveva il cervello in pappa – era riuscita ad uscire un po’ con Paolo, che all’indomani avrebbe avuto un concerto e si era fermato in città per la notte; era un’occasione insolita, quindi Giulia la colse al volo per distrarsi un po’. Andarono in una pizzeria la cui caratteristica era quella di mettere solo musica del repertorio jazz.

Nell’attesa dell’arrivo delle loro pizze i due parlavano proprio di quello: «… i conservatori ci hanno messo decenni ad accettare il jazz come musica “degna” d’esser suonata; il Rock classico un tempo non era musica ricercata, “raffinata”; penso che tra qualche decennio lo stesso toccherà al Pop» fece Paolo. «Alla fine la musica è musica: conta la qualità, l’emotività, il messaggio, il cuore. Le etichette di classico, jazz, pop… rendono la vita difficile ed inutilmente conflittuale».

«Sì, sono d’accordo» rispose Giulia mentre ascoltava un’altra variante di Fly me to the Moon, «soprattutto i conservatori dovrebbero cambiare mentalità, evolvere velocemente come la musica, togliere questo snobismo dei soliti periodi storici e dei soliti compositori con i soliti pezzi: fortuna che non tutti sono così, ma è una roulette russa: ti deve capitare il giusto insegnante». Paolo concordò, quindi Giulia riprese: «ma poi classico? La musica colta europea… Vallo a spiegare che il periodo propriamente classico è quel piccolo periodo tra settecento ed ottocento, prima del Romanticismo e dopo il Barocco; poi la musica rinascimentale, ecclesiastica, le scuole nazionali, Rococò, l’Opera, le varie forme di musica trobadorica, il post-romanticismo, il neo-classicismo, le avanguardie, l’espressionismo: dove lo mettono? Facile dire musica classica…» bevve della Fanta, «che poi, tra l’altro, questo contando solo “la musica degna” di essere studiata: colta, scritta ed europea: sveglia, nel ventunesimo secolo, nel pieno della globalizzazione, dovremmo muoverci anche per musica: non colta nel senso tradizionale, orale (per quel che è possibile studiare) e soprattutto non europea: ci sono altri quattro continenti per Dio!» Giulia si infuocava molto su quegli argomenti, soprattutto perché parte del repertorio che amava, parte del repertorio chitarristico che studiava, non era neanche di compositori europei, ma sudamericani. «È un universo immenso, c’è così tanto, e siamo sempre sulle solite cose. Anche se dubito che sia un problema solamente italiano… o forse sì?»

«Nah» la prese in giro Paolo, «tanto per gli altri non sarai mai brava quanto Jimmy Hendrix» e rise.

«Oh no ti prego, già i miei rompono su sta storia. Ci pensi che danno che è questo? Senza nulla togliere al caro Hendrix, ma come creare una classifica assoluta con tutti i chitarristi di enorme livello artistico attualmente esistenti o esistiti? Come puoi mettere su un podio le espressività ed i cuori di certi personaggi? È semplicemente una stupidaggine. Non può esistere una classifica del genere, come non più esistere “il più grande chitarrista” o “qualunque altro strumentista” migliore del mondo».

Paolo tornò serio: «massì, non è una gara».

Giulia lo guardò seria; quella cosa la fece riflettere: la musica non è una gara, ma allora perché lei sentiva tutto quell’agonismo? Arrivare con alti voti ad alti livelli su enormi palchi vincendo primi premi? In tutto quell’affanno, in tutta quella corsa, in tutta quella fatica, la musica, dov’è?

Serie: Siamo pazzi


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Discussioni

    1. Talvolta siamo sommersi da fattori che sembrano importanti ma che tolgono l’anima della cosa che stiamo facendo, che sia inerente ad un campo artistico (cosa che spesso vivo in prima persona) o in qualunque altro campo. Comune a tutti però, in questa nostra epoca moderna, di sicuro ci sono la fretta e la competizione, l’arrivismo, il conseguente nozionismo e così via…