Capitolo due: Si – parte seconda

Serie: Siamo pazzi


Ad ogni modo per Giulia i mesi passavano. Malgrado la vita di studentessa universitaria fuorisede fosse sempre stata rappresentata come un connubio di stress e prima esperienza di indipendenza nella vita, Giulia non usciva molto, anzi, per niente. Aveva pochi amici, maggiormente della classe chitarristica del suo maestro, con i quali si sentiva su Whatsapp per lo più, tra pareri, registrazioni immense di brani, consigli, organizzazione delle lezioni e chiacchiere da nerd musicali, tipo curiosità su musicisti così sconosciuti, non solo perché musicisti classici, ma soprattutto perché chitarristi, che solo loro si capivano.

L’unico amico non chitarrista che si era fatto, malgrado tutti i colleghi negli infiniti corsi di storia della musica, analisi del repertorio, semiografia musicale (tremendo!), videoscrittura musicale (materia a scelta veloce ed indolore), psicologia generale (altra materia a scelta atta all’insegnamento – cosa di cui Giulia si disinteressava. Aveva scelto psicologia solo per interesse personale, e per una piccola cosa nella sua vita che non riguardasse la musica) ed altre materie, dicevo, l’unico amico non chitarrista era un tal Paolo, un pianista della città vicina, che prendeva un pullman per le vie tortuose fino al conservatorio perché, non potendo portarsi il pianoforte dietro, non trovando una casa in affitto con un pianoforte, non volendo spendere soldi per affittarne uno nel vicino negozio musicale, e non volendo rompersi le scatole a trovare un’aula vuota nella quale infilarsi appena possibile per studiare direttamente in conservatorio con i pianoforti liberi (quelle rare volte), per tutti questi motivi, preferiva restarsene comodamente a casa.

Era un tale pigro, un po’ quadrato, con grossi occhiali, mani allungate e unghie corte (“beato lui!” pensava spesso Giulia): insomma, un pianista. Ah, quelle dannate unghie! A differenza di quel che si pensa, o da quel che si vede nell’immaginario collettivo, il plettro (quel triangolino usato dalla mano destra dei chitarristi) non è contemplabile nel repertorio chitarristico classico; anzi.

Il plettro si è affermato per lo più nella musica leggera, in quanto la chitarra ha funzioni molto diverse ed un approccio perlopiù monodico-accordale. Ma nella musica classica ogni corda ha qualcosa da dire di differente alle altre, non si suonano simultaneamente con un’unica strigliata tanto frequentemente: ogni dito della mano destra sfiora una corda, dal mi grave al mi a due ottave più su, mentre la sinistra slitta sulla tastiera per imprimere un’esatta nota: si tratta di polifonia. Incredibile come uno strumento possa avere un approccio tanto diverso in base al contesto, e non avete idea di quanto affascinante sia questa ramificazione, non solo parlando di contesto, ma anche epoca e luogo.

Ad ogni modo vi ricordate all’inizio, quando parlavo di modificazioni corporali? Beh, se i pianisti hanno le dita lunghe, i violinisti un callo sotto al collo, i flautisti una spalla più alta dell’altra, i chitarristi che s’approcciano al classico hanno le unghia lunghe: ogni dito sfiora una corda, ed ogni dito dev’essere come un plettro: cinque plettri, la cui forma, inclinazione, fin nel più piccolo dettaglio, può cambiare totalmente un suono.

Giulia ha sempre suonato con le unghie lunghe, ma col nuovo maestro era entrata in una nuova dimensione, in un nuovo mondo: non bastava più farsele crescere; ora Giulia le curava e creava (sì, creava) da zero: ci sono tanti modi (in generale sono pochi i chitarristi classici con unghie naturali), e quello di Giulia, del suo maestro, di Rebecca Marziale e della sua scuola sostanzialmente si basa su resina e colla: tanta resina ed infinita colla, applicate sull’unghia naturale, al fine di costruire una specie di prolungamento, al fine di crearsi un personale plettro.

Un quarto del tempo, se le andava bene, che in un giorno impiegava alla chitarra era speso per la cura delle unghie: le limava, ricostruiva, rifiniva, limava ancora, perché uno spigolo in un punto, un rialzo in un altro, un po’ di colla di troppo lì o là poteva fare tutta la differenza. Non era una ricerca di forma ma di suono: il giusto suono, peculiare per la sua mano, derivava dall’unica possibile forma che la sua unghia assumeva.

Era un lavoro lungo e tedioso da ripetere molto spesso in una giornata: una volta si stava anche incollando le palpebre con la colla per sbaglio; il pavimento intanto era divenuto pieno di macchie e grumi, che lei copriva con un tappeto; oramai Giulia si era abituata a girare con carta vetrata e lamette nel portafogli; la sua abitazione presentava tubetti di colla e carta vetrata ovunque, dal bagno al letto. Ogni momento era buono per aggiustarsi le unghie, soprattutto se era fuori casa e rischiava di romperle con un urto improvviso: al bar, in bagno, in pullman. Paolo, in quanto pianista, non la capiva, soprattutto quando aspettava un’ora per uscire, quelle poche volte che se lo permetteva, o lo ignorava quando parlava per cercare la giusta sonorità: un lavoro di precisione e personalità paragonabile allo stesso liutaio che ha creato il suo strumento, seppur su piani diversi, s’intende.

Pensava quanto fosse facile per Paolo semplicemente sedersi e suonare, e a tempo perso, una volta a settimana o forse due, tagliarsi le unghie. Lei invece cambiava le corde, curava le unghie, ed infine, forse, riusciva finalmente a suonare.

Ma quella fatica era un giusto pegno da pagare per ottenere un suono personale, unico ed eventualmente modificabile in base all’occasione, e dopo una delle chiacchiere più importanti col suo maestro era divenuto un peso meno grave: «il mio maestro (Rebecca Marziale, il grande idolo di Giulia) ai tempi del suo studio al conservatorio, molto prima di diplomarsi (quando ovvero non era ancora una laurea il pezzo di carta consegnato a fine percorso, e quando non era un dottore il maestro di musica, stando a quei dettagli burocratici), risiedeva proprio dalle parti dove hai preso casa; forse talvolta quando ancora insegnava qui si fermava per di lì; te lo dico perché in una di quelle casupole una volta feci lezione» gli aveva detto un dì.

Pensare che lei, come Rebecca Marziale, si trovasse in una casupola simile, in una simile situazione, a rompersi la schiena su quello strumento ora che stava intraprendendo una nuova scalata, le dava una grandissima forza.

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