Capitolo quattro: Re – parte prima

Serie: Siamo pazzi


Era sera, faceva ancora freddo, ma oramai la primavera era alle porte; era un anno e mezzo che oramai Giulia faceva quella vita: sveglia presto, studio, pranzo, studio, caffè, studio, cena e… lavoro. Doveva pur trovare i soldi per l’università e per l’affitto.

Talvolta lo studio era sostituito da una qualche lezione al conservatorio che, se non si trattava di chitarra col suo maestro o di qualche esame pratico, sostanzialmente era tempo perso per lei. Certo, la storia della musica, l’analisi del repertorio, gli esami a scelta erano interessanti, ma non voleva distrazioni, soprattutto ora che doveva recuperare mille esami pratici.

C’è da considerare che il “pratico” al conservatorio non riguarda solo un esame di chitarra all’anno, ma, per l’indirizzo di chitarra solista che aveva scelto tra i vari, ben cinque (almeno al suo conservatorio): prassi chitarristica (ovvero l’esame col suo maestro), monografico (ovvero un esame incentrato su un unico autore (o forma musicale), a differenza di prassi che consiste in un piccolo concerto di più autori e periodi), chitarra ed orchestra, musica da camera (che sta preparando con Maria) e musica d’insieme per chitarra. Anche gli ultimi due esami sono col suo maestro.

Tutto questo pratico, ogni esame con un programma che varia da mezz’ora ad un’ora, richiede un sacco di tempo: ore ed ore ed ore per giorni. Questo tipo di esami al conservatorio non vanno a semestri: il programma viene dato, per dire, a giugno, e al giugno successivo si esegue tutto, come un concerto, davanti ad un pubblico di tre o più maestri che giudicano suono, musica, note, memoria, concentrazione, arte, capacità tecniche. Insomma, non certo una passeggiata: un solo esame di questo tipo è ogni volta l’esame della vita per un musicista. Supponendo che ogni esame (soprattutto prassi) richieda circa un anno: talvolta tante persone ci mettono più tempo, come nel caso di Giulia.

Affannava, sommersa da brani e brani che non riusciva a perfezionare come voleva o come serviva o come il maestro richiedeva. Poi cambiare le corde ogni tre giorni perché, per il tempo speso, le consumava; curare le unghie ogni tre minuti, perché consumava anche quelle; ed il resto era fuori. Oramai da mesi non vedeva Paolo, e se non fosse per gli esami insieme a Maria non avrebbe visto manco lei.

Quella sera era al locale ove lavorava, ma non certo per lavorare ancora: doveva solo ritirare l’ultimo stipendio, di un qualche centinaio d’euro risicato risicato, per poi tornarsene a casa disoccupata.

In Italia (ribadisco: in Italia) i conservatori è raro organizzino eventi retribuiti, e vivere di musica senza insegnare è praticamente improbabile; per strumenti poi come la chitarra, polifonica, difficile da inserire in un’orchestra, con un numero enorme di musicisti là fuori che la suonano, le possibilità lavorative sono ancora più basse; uniamo a tutto un’attenzione per la cultura alquanto bassa, e si spiega la fuga di cervelli in questo campo (come, diciamolo, in tutti gli altri).

Ad ogni modo Giulia, tornata a casa, si era stesa sul letto a piangere e ad aspettare che la notte passasse, in modo da poter suonare nuovamente (solitamente i vicini si lamentavano se suonava, dopo le sue dieci ore giornaliere, oltre l’una di notte; bah).

Chiuse gli occhi non sapendo che fare con gli esami e lo strumento, né che fare con il lavoro, che non aveva più letteralmente tempo di svolgere.

Nelle calde giornate che seguirono, fatte di stenti e Depressione del Musicista , Giulia continuava a suonare come fa una campana alle sette del mattino di domenica: puntuale, sempre e senza fermarsi. Continuava a praticare i repertori, per gli esami, ignorando gli altri teorici che avrebbe recuperato in seguito. L’unica salvezza in quel periodo erano Paolo, che le portava il suo amato caffè all’americana in camera la mattina, quando passava per di là, e Maria, con la quale non solo si vedeva a casa per provare i pezzi, o con la quale si ritrovava a prendere qualche pizza sul delivery (che spesso offriva stesso Maria), ma con la quale si sentiva anche online, tra video per consigli e pareri, spartiti, repertori, notizie sulle lezioni, e talvolta anche divertenti chat del campo, con curiosità carine.

Per esempio, un dì di maggio, quando Giulia ebbe un momento per respirare dato che era riuscita a dare due esami (ventisei e ventisette… non granché), su Whatsapp l’argomento erano le note musicali.

“Sai da dove derivano i nomi delle note?” le scrisse Maria.

Giulia non se l’era mai chiesto, anche se sicuramente qualche volta a lezione di storia della musica l’aveva sicuramente sentito: “eh non ricordo, da dove?”

Maria sta scrivendo. Per tre ore!

Poi infine: “Ut queant laxis

Resonare fibris

Mira gestorum

Famuli tuorum

Solve polluti

Labii reatum

Sancte Iohannes”

Giulia non era brava col latino: “è l’inno a San Giovanni?” chiese, dopo aver capito di che si trattasse.

“Sì”, rispose Maria, “è l’inno del santo protettore dei cantori. Guido d’Arezzo si accorse che questo canto aveva ogni verso su una nota diversa; le note nell’insieme formavano una scala ascendente. Quindi prese la prima sillaba di ogni verso, e ogni nota sulla quale quella si poggiava prese quella come nome: ut, re, mi, fa, sol, la. Era una scala di sei suoni quella. Poi l’ut fu sostituito al do da un tal Giovanni Battista DOni (chissà da dove l’ha presa, eh?)”

Giulia rise: “il si venne dato dopo come nome mi pare… ah aspetta, sono le iniziali di Sancte Iohannes!”

“Esatto” rispose Maria. Giulia sbuffò. Che figata… si disse. Maria non solo era più brava di lei, ma sapeva anche più cose. Ed ecco che la Depressione del Musicista ribussa alla porta. Avrebbe voluto leggere di più. Ma per lei, per il momento, le uniche note che contavano erano le sei delle corde della chitarra: mi, la, re, sol, si, mi. Il resto poteva aspettare.

Serie: Siamo pazzi


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Letture correlate

Discussioni

  1. “uniamo a tutto un’attenzione per la cultura alquanto bassa, e si spiega la fuga di cervelli in questo campo (come, diciamolo, in tutti gli altri).”
    Purtroppo hai tratteggiato uno spaccato vero e desolante

    1. Essendo passato per l’Accademia di Belle arti, il Conservatorio e Lettere Moderne, purtroppo devo dire di essere rimasto deluso. Non è tutto da buttare o da criticare, e dipende da quale università si prende in esame, però tutta la mia amarezza è un po’ entrata da sola in questa narrazione in particolare.