Capitolo quattro: Re – parte seconda

Serie: Siamo pazzi


Era piena estate; la chitarra era più sudata di lei, e la sua gola era secca. I risparmi erano finiti, le tasse erano da pagare, e Giulia aveva il cervello in fiamme. Maria si stava preparando per la laurea, ad ottobre, e lei era solo al primo esame pratico del secondo anno di specialistica. Era al limite.

Stanca e senza più un soldo. Cosa le restava da fare? Beh, una sola cosa. Sapeva cosa doveva fare per uscire da quella situazione, ma sarebbe stata una sconfitta assurda, e probabilmente avrebbe dimostrato di non poter vivere di quel mestiere, almeno nel breve termine. Però, se voleva continuare, cosa poteva fare? Doveva calpestare il suo orgoglio: doveva chiedere aiuto ai genitori.

Altro che modifiche corporali: per spender di meno e per studiare di più, talvolta saltando interamente il pranzo, Giulia era dimagrita di sei chili; e dire che già prima non è che fosse particolarmente in carne. Inoltre, cosa più importante: l’università era da pagare. Lei agli occhi del maestro suo era un grande talento e, se gliel’avesse chiesto, lui le avrebbe pagato l’università senza problemi; ma non poteva sapere di quella situazione.

Dopo giorni a pensarci, con la paura davvero di restare senza cibo e denaro per l’università, Giulia capì: doveva chiedere aiuto ai suoi genitori. Ma non l’avrebbe fatto da perdente; non l’avrebbe fatto senza combattere; non l’avrebbe fatto in maniera classica: per ridurre al minimo il sentore della sconfitta prese il cellulare, lo appoggiò ad una sedia, e suonò. Suonò per due ore di fila, unendo vari programmi di vari esami, creando un unico concerto multietnico e plurisecolare: alla fine aveva inviato tutto alla madre con questo messaggio: “mamma, fallo vedere anche a papà, guardatelo insieme: questo è di quanto io sono migliorata; ora so fare questo. Ancora nessuno pagherebbe per ciò: al conservatorio non ci retribuiscono i pochi concerti che ci fanno fare. Però ha un valore, per me, e per il mondo. Per quel valore, un giorno scoperto da qualcuno, pagheranno di certo. L’arte non è solo fama e visibilità: c’è anche un valore economico dietro, ovviamente; sono sicura che prima o poi qualcuno capirà. Però intanto vi devo dire che non è vero che ce la sto facendo: non ho più praticamente soldi; ho bisogno di una piccola spinta: vi darò tutto il prima possibile”.

Quella sera stessa, senza che ci fosse risposta alcuna – cosa positiva, considerando le orribili battute ignoranti, o i discorsi contro il suo percorso; senza neanche un “te l’avevo detto” –, le arrivarono abbastanza soldi per campare e pagare l’università fino alla laurea. Giulia ne fu enormemente sorpresa.

La verità era che i suoi genitori stavano ancora piangendo commossi, condividendo con amici e parenti il video orgogliosi; ma anche questo, Giulia non poteva saperlo. L’unica cosa che fece fu rivedere il video, nel letto, prima di dormire, per addormentarsi felice di aver effettivamente suonato niente male, anzi; era per una buona causa; però tutto ciò le diede da pensare, e fu anche triste: non voleva e non avrebbe avuto quella rete di salvataggio in futuro. Doveva laurearsi il prima possibile: solo così avrebbe potuto lavorare.

Ottobre: la laurea di Maria era arrivata: 108. Non male. Giulia s’era goduta il concerto dell’amica, s’era goduta il banchetto, le foto, lo spumante, i doni, gli amici e parenti suoi e tutto l’ecosistema solito di una laurea. Aveva perso un giorno di lavoro, ma lo doveva all’amica.

E quando la sera era tornata a casa, beh, provava molta tristezza: ancora la famosa Depressione. Doveva fare mille cose: quando sarebbe arrivata la sua magistrale? Sembrava così lontana. Quando avrebbe respirato un po’? Quando, soprattutto, si sarebbe detta soddisfatta del livello raggiunto?

Forse mai. Nell’arte e nella vita mai si è soddisfatti. Ed è quello, in giusta misura e con la giusta filosofia, che ci spinge sempre a migliorarci finché respiriamo. Ma Giulia non aveva ancora trovato la giusta misura, benché meno la giusta filosofia con la quale affrontare la cosa. Ed alcuni giorni odiava quello schifoso strumento che si trovava tra le mani: l’avrebbe distrutto.

Era ancora la sera della laurea di Maria; era l’una e mezza passata, e per quanto fosse contenta per l’amica, Giulia provava invidia, gelosia, rancore, e per quello si sentiva ancora più abbietta di quanto non fosse: doveva essere solo felice per l’amica, ed invece…

Non seppe bene come, ma si mise a chattare con lei: Maria non aveva visto l’ora di dirle quanto ancora fosse eccitata, che aveva apprezzato il suo regalo (Giulia odiava le buste, quindi era andata sul sicuro con un buon microfono per registrarsi. magari per i video su Youtube, che Maria aveva intenzione di fare, o per concorsi e masterclass), e che non vedeva l’ora di vedere il suo concerto… insomma, non aveva migliorato la situazione.

E, sempre non sapendo bene come, si erano trovati a parlare dell’Ingiustizia della Chitarra, di quanto loro si sentissero marginali rispetto ai giganteschi Pianoforti e Violini, strumenti che avevano grosso suono, rispetto all’esile della chitarra, e che tanti musicisti avevano usato per comporre, sicuramente senza malizia e pensieri di superiorità: il problema era che la chitarra, se si vuole scrivere nuova musica polifonica di un certo livello, bisogna saperla suonare, altrimenti meglio non avvicinarsi. Questo i compositori lo sapevano e sanno bene.

E quindi tutta la questione, tutta la frustrazione e la sconoscenza che provavano e subivano molto spesso, stesso all’interno del loro settore, si poteva riassumere con: Chopin e Francisco Tárrega.

Immagino che non vi sia il bisogno di specificare chi fosse Chopin. Basta il cognome solo per far risuonare nelle nostre menti le delicate note dei suoi notturni (benché abbia scritto tanta, tantissima musica, malgrado la breve vita – ricordo che è morto a trentanove anni). Un musicista legato al pianoforte, che si identificava con il suo strumento, così come Bach lo era all’organo: il pianoforte e lui erano quasi la stessa cosa, i tasti e la carne, le corde e le dita, il legno ed il corpo esile. Insomma: Chopin.

Ora, lui ha composto praticamente solo per il pianoforte nei suoi trentanove anni di vita; è stato un grande Compositore, un grande Musicista, sarebbe riduttivo considerarlo solo pianista. Certo, un clarinettista magari lo vedrebbe in prospettiva diversa rispetto ad un Mozart, che per il suo strumento ha scritto tanto; però è indubbia la grandezza musicale, non solo pianistica, di Chopin.

Ora, se vi dicessi quest’altro nome: Francisco Tárrega. Eh? Niente? Sicuri?

Francisco de Asís Tárrega y Eixea, nato e morto in Spagna, 1852-1909, tra i più grandi chitarristi ed uno dei principali responsabili della diffusione e dello sviluppo della chitarra classica moderna. Insomma, non un Domenico Alberti che di famoso ha il basso… (d’accordo, era solo una battuta!)

Così poco conosciuto che lo avete ascoltato migliaia di volte, che è divenuto un meme, che è divenuto parte dell’immaginario collettivo della tecnologia di fine ventesimo secolo ed inizio del ventunesimo: avete presente la celeberrima suoneria predefinita del Nokia, quella tipo arpeggiata, acuta, famosissima seconda solo allo sfondo di Windows XP? Ecco. Cercate su Youtube Gran Vals di Tárrega; avrete una bella sorpresa.

Comunque, anche Tárrega, come per Chopin, ha composto quasi unicamente per chitarra, tanto da essere, come per Chopin, volendo, identificato nel suo strumento.

Ora, a parità di condizione, a parità di storia (certo, da me molto abbozzata giusto per render l’idea), a parità di concezione, chi davvero si è imposto nell’immaginario collettivo? Chopin o Tárrega? Ecco.

Proprio di quello stavano chattando Maria e Giulia: “eppure ha scritto musica bellissima” fece Maria.

“Sarò banale” chattò Giulia, “ma per me il massimo è sempre il Capricho Arabe; suonato da tutti, ma non ci posso fare niente: mi scioglie proprio!”

“AHAHABABAB” chattò di risposta Maria, “guarda, se ancora non l’hai ascoltato, fatti un regalo: cerca su Spotify: Fantasia sobre motivos de la Traviata. E poi godi”.

“Ahahaha, lo farò! Che palle che non si ascoltano questi pezzi come i notturni di Chopin – che poi Tárrega l’ha anche arrangiato il più famoso per chitarra! Purtroppo è come se lo strumento l’avesse onorato e dannato allo stesso momento. Tanto che è bistrattata la chitarra?”

Maria rispose dopo un po’: “limiti della fisionomia, scarsa intensità del volume, poco utilizzo nell’orchestra, scrittura difficile, difficoltà nel fare uscire un bel suono, lavorone sulle unghie, pregiudizi nel vederla uno strumento del folklore o di musica leggera: ti servono altre motivazioni?”

“No grazie… hai espresso bene l’idea…”

“Comunque sono stanca; dopo oggi ho bisogno di almeno venti ore di sonno! Ma domani… nuovo programma: il maestro mi farà conoscere un nuovo insegnante: inizierà un nuovo percorso, e non vedo l’ora!”

Quel messaggio inacidì ancora di più Giulia: non per gelosia della laurea; in verità per il percorso da affrotnare: non si finiva mai, come giusto che fosse, però la formazione di base per valere abbastanza per vivere di quell’arte… richiedeva chissà quanto ancora dopo la magistrale… che comunque non era all’orizzonte!

No, seriamente, date un’occhiata ai pezzi di cui ho parlato: ne vale la pena.

Serie: Siamo pazzi


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