Capitolo sei: Mi

Serie: Siamo pazzi


Ogni tastiera ha un inizio ed una fine, e la chitarra in tal senso è circolare: inizia con un mi e finisce con un altro mi (certo, non sono alla stessa altezza, ma concedetemi questa licenza poetica, voi chitarristi). La chitarra è uno strumento tutto da scoprire; volendo uscire un momento dal punto di vista di Giulia, Paolo spesso rifletteva sulle peculiarità di quello strumento rispetto al pianoforte: tralasciando le possibilità differenti che avevano, i timbri che erano diversissimi, ed i propri vantaggi e svantaggi, per Paolo era incredibile che sulla chitarra si potesse prendere la stessa nota in più posizioni diverse, e che ciò rendesse l’unisono davvero possibile. Per i meno pratici di musica, l’unisono è quando due voci suonano la stessa nota, lo stesso suono. Sul pianoforte ogni tasto è una nota, quindi due voci non possono mai fare la stessa nota: sarebbe come suonare con due dita lo stesso tasto. Ma sulla chitarra quella era una cosa possibile, perché la stessa nota aveva più “tasti” che la ospitavano. Inoltre l’intimità che un chitarrista aveva col suo strumento, che l’avvolgeva, l’abbracciava… era un mondo diverso dal suo, e quello era il bello.

Tutti quei pensieri gli frullavano per la testa mentre vedeva il programma di cinquanta minuti, il concerto finale di Giulia… in video. Non perché non fosse stato presente e lo stava recuperando, anzi. Aspettate, torniamo un po’ indietro, e dal punto di vista di Giulia.

Giugno, il periodo più caldo, non per il clima, bensì per la quantità di esami; ma quello che Giulia stava per fare non era un esame: era L’Esame.

Vestita per bene, le unghie alla perfezione, le corde cambiate il giusto tempo prima dell’evento… e si era seduta sulla sedia del suo appartamento. Il mondo era stato cattivo con lei, anzi, il destino lo era stato. Quasi tre anni di lavoro per un biennio d’inferno per la sua difficoltà, finalmente il momento era arrivato… ma siamo nel 2020. Per chi sia stato abbastanza fortunato da non essere stato artista e da non essere stato adolescente in quel periodo, per i posteri (chissà quali), il 2020 è stato l’anno delle disuguaglianze, della paura, delle diffidenze, delle battaglie, del caos, delle distanze, del lievito… il primo anno di Covid19 (che nome ingiusto, il 2019 non merita di stare in quell’acronimo!), un minuscolo essere vivente che ha piegato il pianeta intero, distruggendo vite, menti, economia, socialità… e, tra le cose più inutili (sì, hanno deciso così in una lista, senza pensare a come l’hanno passato il 2020), anche l’arte, per non dire la cultura (ma si può vivere senza, no? Chiudi pure questa storia se vuoi, così come i libri, Spotify, Netflix, Youtube ed allontanati dal mondo, visto che OGNI cosa d’umana fattura è stata fatta con arte).

Non usciamo troppo fuori tema però: quel dì di giugno Giulia s’era vestita perfettamente e s’era preparata al meglio: ed il destino le aveva dato un triplo motivo per abbattersi: non solo il Covid, ma anche la sfortuna che, malgrado in quel periodo molti conservatori avessero deciso di fare le tesi in presenza, a lei fosse comunque toccata la tesi, da sola, senza genitori ed amici, da casa (che neanche era sua); ed inoltre la sfortuna che, mentre tutti erano stati fortunati ad avere la possibilità di registrarsi mille volte fino alla perfezione (fortuna fino ad un certo punto, perché a Paolo era toccato ad aprile, e lo stress era triplicato a raggiungere una perfezione inesistente, ma implicitamente richiesta in un video preparato), Giulia doveva fare tutto live, su Meet, con una connessione ballerina usando il routing del cellulare, a bassissima qualità sonora, dopo tutto l’impegno e la pratica ed il sudore e le lacrime che col maestro aveva versato per curare i dettagli. Lui era rimasto contrariato, e lei ancora di più: neanche a dimostrare ai genitori dove fosse arrivata. Aveva deciso che, di nascosto, si sarebbe comunque ripresa per gli amici e gli altri che non avrebbero potuto vederla in quel momento.

Intanto era in attesa, seduta, ad ascoltare più o meno gli altri, sudando per il caldo procurato dall’abito bellissimo che i genitori, come supporto, le avevano fatto recapitare a casa: nero elegante – anche se oramai era più a lutto, vista la situazione.

Erano le undici e quarantadue quando chiamarono il suo nome, accese microfono e… suonò, con tutto il cuore, senza mai fermarsi. Le dita le scivolavano sulla tastiera battuta e ribattuta più e più volte, su quelle note, su quei passaggi, su quelle emozioni; diede tutta se stessa, ed il maestro, Giulia vedeva nei pochi momenti di pausa tra un pezzo all’altro, che era felice. Portò tutto a memoria, senza leggere nessuno spartito (anche perché sarebbe stato un bel guaio con tutta la roba che aveva in programma, a seguire mille spartiti).

Poi, proprio a metà performance, accadde l’irreparabile: saltò la corrente; il portatile si spense subito dopo. CAZZO! pensò terrorizzata Giulia. S’alzò di scatto, si guardò attorno: ma proprio ora?! Cercò di capire dove diamine fosse il quadro della corrente, sperando che fosse quello il problema. Questa casa di merda!

Si guardò attorno, poi capì: lo sgabuzzino! Era chiuso a chiave. Il conservatorio a due passi, tanta fatica per trovarsi una casa, manco il rientro a causa del lockdown, ed ora anche la corrente si doveva mettere contro di lei! Furiosa calciò la porta più e più volte, finché la serratura non cedette sotto la sua forza rabbiosa: entrò nello stanzino, rischiò di inciampare sulla custodia, quindi alzò gli interruttori: sentì un “blip”: la corrente era tornata.

Fortunatamente, una volta ripristinato tutto, si connesse, si scusò, e nessuno le fece questioni: poteva riprendere da dove si era fermata. Che concerto di merda, pensò amareggiata, ma almeno poteva continuare, anche se aveva perso la concentrazione e doveva recuperarla: ma, oramai, era andata in frantumi.

Vabbè… Si gettò nel suonare, di nuovo.

Poi finì: arrivò il verdetto: 99. Auguri dai maestri, il suo particolarmente soddisfatto, dai suoi, nonni, zii, Paolo e Mary tramite videochiamata… e lei stralunata: 99? Perché non 98 a quel punto? Ma che cazzo di voto era?!

Erano le due quando il turbinio di chiamate e live e tutto era finito, e mesta se ne stava sprofondata nella più forte Depressione Musicale che avesse mai avuto: tanto impegno, tanta fatica, per questo?

Non aveva potuto suonare al massimo, perché già la condizione era assurda; ma forse semplicemente non era brava? Erano forse le materie teoriche ad averle alzato la media finale. Aveva sbagliato molte note, e spesso la connessione si bloccava. Forse era stata penalizzata dalla condizione? Il problema era stata la corrente che era saltata?

Pianse, quel dì potenzialmente così importante, non per il pezzo di carta, ma per l’aver suonato il concerto più importante, il primo, della sua carriera: quello era l’ultimo concerto del biennio, dell’università; dopo quello era finito quel ciclo: si iniziava un percorso di vita e di perfezionamento finché avrebbe avuto la forza di muovere le dita.

Però era andata così. 99. Imperfezione totale. Anzi, era così imperfetta la sua esibizione e l’esito finale, che paradossalmente era perfetta nella sua imperfezione.

Ho. Fallito…

Teneva il suo strumento nelle mani consumate, le unghie distrutte; in lacrime alzò la chitarra, preziosa, per il manico sopra la sua testa per distruggerla, così come Hendrix aveva bruciato la sua. Iniziò a farla precipitare: poi si fermò di scatto.

Non poteva distruggere quello strumento stupendo. Non aveva colpe. Lei ne aveva. Posò la chitarra nella sua custodia ed iniziò a mordesi le mani con frustrazione, furia, nevrosi, masochismo: aspetta… poi si ricordò: custodia… C’è una custodia!

Si avvicinò confusa allo stanzino che aveva aperto con la forza, dove c’era il quadro per la corrente, e fece la scoperta: una vecchia custodia in pelle giaceva, vuota, in un angolo, a prendere la polvere. Chissà da quanti anni era lì. Incuriosita, attratta per un qualche motivo da quella custodia, Giulia la esaminò: non v’erano plettri nella taschina frontale, quindi o apparteneva ad un chitarrista classico, o semplicemente la persona che l’aveva lasciata lì si era portato la chitarra con tutti i plettri. Però cercando dentro, oltre ad un ragno che l’aveva fatta saltare in aria, aveva trovato una busta: inizialmente pensava ad una confezione di vecchie corde, perché sembrava piena, ma si sbagliava: era una lettera.

Uscì dallo stanzino, si sedette accanto alla chitarra e lesse. Una volta finita pianse e tremò dall’entusiasmo. La Depressione dissipata. L’obiettivo che aveva sempre avuto era stupido, realizzò: cosa voleva dire divenire “una grande musicista”? Quella è una conseguenza al massimo: doveva divenire “una musicista che sapeva trasmettere, emozionare, dare”. Quello era un vero obiettivo, quello che già Rebecca Marziale aveva raggiunto.

Si fece una lista mentale: la perfezione non era la cosa principale; non le serviva velocità o precisione prima di tutto, bensì cuore; e soprattutto la follia di iniziare, ed il coraggio di perseverare, per mai arrivare.

Ma è la vita di un musicista, anzi la vita, perché la musica è vita, e bisogna suonare.

C’è per questo una frase attribuita a Beethoven: “suonare una nota sbagliata è insignificante, accettabile; suonare senza passione è imperdonabile”.

Serie: Siamo pazzi


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

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Discussioni

  1. Ciao,leggendo questi episodi della tua serie, ho imparato delle cose nuove, non sapevo che S.Giovanni fosse il protettore dei cantori, che le note della chitarra partono dal Mi e ci tornano, che occorresse così tempo e organizzazione per cambiare le corde. Questo è anche l’esempio di come la passione da sola non basta, occorre disciplina e molto senso di dedizione per questa arte, così come per altre.Mai per ambire alla perfezione che spesso è noiosa e limitante, ma per lasciare libera la musica di suonare. Buona musica dunque. Imparare cose nuove è sempre un bene, quindi grazie.

    1. Ti ringrazio, essendo una persona curiosa apprezzo molto quando divertendomi leggendo una storia riesco anche ad imparare cose nuove, e questa cosa a mia volta cerco di trasmetterla nella scrittura introducendo cose che mi sono vicine senza cadere nel nozionismo. Di base questa storia è nata come sfogo, ma anche come “storia divulgativa”, quindi per me è un grande successo il tuo commento, e sono davvero felice che tu abbia apprezzato questo racconto!