Capitolo tre: Sol

Serie: Siamo pazzi


La primavera e la sua sessione era passata, e fu immediatamente seguita da quella estiva e lo studio matto e disperatissimo per gli esami pratici di chitarra, le ore ed ore in casa, chiusi dentro malgrado il caldo per non essere disturbati dai rumori esterni, con delle pezze ruvide sulle gambe atte ad impedire che lo strumento scivolasse, una calza bucata con infilato dentro il braccio destro in modo che il sudore non lo facesse scivolare via; i tendini a fior di pelle, i capelli in bocca, lo strumento sudato quanto il suo interprete.

Poi un po’ di frescura, con ottobre; nuovi corsi, nuovi insegnanti, stesse crisi strumentali, fino a giungere alle porte dell’inverno: quasi tutti gli esami teorici del primo anno del biennio erano passati, ora toccava solo insistere per l’ultima salita accademica, ovvero l’ultima prima di quella infinita che poi avrebbe continuamente scalato Giulia nella vita.

Il problema era che l’aspirazione alla perfezione di Giulia non l’aiutava. Il maestro aveva insistito per cambiarle postura, in modo da ottenere più forza sul braccio destro e quindi maggior suono. La chitarra classica col suo repertorio richiede una postura che spezza la schiena, con lo strumento tra i quattro arti come le braccia d’argento di un anello che tengono ferma la gemma. Anche quella si modifica di continuo, con il maestro che cercava di aggiustarla di volta in volta per migliorare la situazione peculiare di Giulia: una ricerca continua.

Purtroppo tra cambi di postura e tecnica (per non parlare delle diteggiature sui pezzi, che era un altro infausto mondo) Giulia si trovava in ritardo con gli esami di prassi esecutiva, quindi si sentiva frustrata, indietro, incapace: non che fosse l’unica in ritardo, ma lei non lo accettava; inoltre il nuovo lavoro, in un ristorante sotto casa, per permettersi di pagarsi l’appartamento e gli studi, le avevano ridotto il tempo che dedicava alla chitarra: quanto avrebbe voluto lavorare in quel locale suonando: almeno avrebbe iniziato a guadagnare con lo strumento che amava! Avrebbe unito l’utile al dilettevole.

Ecco, quella frustrazione, quello struggimento, quella depressione è normalissima per un musicista: la definirei una finta patologia cronica del musicista, che ripetutamente s’affaccia nella sua vita, soprattutto in gioventù, quando tutto è da scalare: la Depressione del Musicista, ecco.

Giulia ne soffriva spesso, forse più dei suoi colleghi. Per dire, un giorno si era vista con la sua amica chitarrista, Maria, per studiare per un esame di musica da camera, portando un meraviglioso duo di Paulo Bellinati: Jongo (ne consiglio vivamente l’ascolto). Insomma, si erano ritrovati a suonare, eppure Giulia, rispetto all’amica, si sentiva così indietro, così poco all’altezza, che alla fine delle prove non si era stancata, ma totalmente scaricata dall’ansia e dalla frustrazione. Non è facile guarire da quella Depressione.

Arrivarono le prime nevi, e Giulia ne era contenta: almeno si sarebbe goduta un clima totalmente diverso da quello normalmente vissuto dai suoi. Un dì incontrò Paolo all’uscita dal corso di storia della musica, ed aveva un mal di testa pulsante che le tuonava in fronte; necessitava di un caffè, e già aveva tirato dal suo portafogli la limetta. Una volta seduti al bar, con un solito pacco di biscotti per Paolo, ed un caffè all’americana per Giulia in battaglia con le sue unghie, i due amici iniziarono a parlare; poco dopo giunse anche Maria, e tutt’e tre si persero in chiacchiere.

«… certo che voi pianisti siete fortunati! Non dovete portarvi sempre lo strumento dietro» fece Maria.

Paolo rise: «questo è vero, però noi soffriamo di altro: cambiamo sempre strumento; quando facciamo un concerto non è nostro, non suoniamo su quello sul quale ci siamo esercitati; inoltre noi non abbracciamo lo strumento come voi fate: ne siamo distanti, con un certo rispetto anche, perché ogni volta è diverso, non quello sul quale studiamo, e ci dobbiamo adattare» fece tra un biscotto e l’altro. «Più che altro voi siete fortunate!» disse alle due chitarriste, «che vivete sempre in ogni circostanza il vostro strumento, col quale si può dire che avete anche un rapporto più fisico. Inoltre agite direttamente sulle corde ed avete a disposizione infiniti effetti».

«È un amore-odio, ti garantisco» commentò Giulia.

«Di certo voi pianisti potete permettervi più cose rispetto a noi, partendo dalle ampie sonorità per poi arrivare all’intuitività della tastiera: sai che macello ogni volta che abbiamo noi con le posizioni?»

«Sarà anche più cervellotico lo studio, ma almeno voi avete a disposizione diverse posizioni in base a comodità e timbrica per ogni nota… è qualcosa di pazzesco» controbatté Paolo.

Nel bar entrò un percussionista, un loro collega della classe di pedagogia musicale; un tipo strambo, come tutti i percussionisti, con uno zaino strapieno di ogni tipo di bacchetta. Un percussionista sembra avere la vita facile, con una nota ogni tanto nell’orchestra, ma non è così! Oltre all’altissima soglia d’attenzione, e al senso ritmico (perché non sempre si tratta di strumenti come il triangolo o i piatti), v’è la varietà immensa di strumenti (dai timpani al vibrafono, dalle campane tubolari ai capelli d’angelo, dal glockenspiel fino alla marimba), e quindi la varietà di bacchette.

«Nel caso dei percussionisti le bacchette sono un po’ come le nostre unghie?» si chiese Maria.

«Immagino di sì» provo a rispondere Paolo.

Giulia non sapeva cosa rispondere; immaginava di sì. Però era come una via di mezzo tra pianisti e chitarristi: portavano le bacchette ma spesso gli strumenti non erano i loro. Dipendeva certo dall’ambiente. Giulia si ritrovò a ridere pensando a come quel bar, semplice bar di una cittadina, fosse riempito di un’aria bizzarra e musicale, ognuno con i propri strumenti, a parlar di musica, ascoltare musica, scrivere musica, pensare alla musica: avevano totalmente monopolizzato quel locale, portando un ambiente eclettico in un bar normalmente frequentato da persone di ogni tipo che vi entravano prima di andare a lavoro o per pranzo.

Giulia osservava allegra: come una dimensione aliena che corrompeva la terra tramite un portale, quei musicisti, o aspiranti tali, erano lì a portare un pezzettino di quell’ambiente magico che erano i corridoi rumorosi del conservatorio, o le sue aule; l’ambiente era davvero eclettico: i musicisti sono strani, ve lo garantisco, e lo dico proprio io che, oltre a narratore, ne sono uno! Ma questo già ve l’ho detto. Però non vi dirò il mio strumento, lascerò che lo indoviniate voi: no, non è la chitarra.

In quel bar quante volte Rebecca Marziale avrà fatto colazione? Si chiese Giulia. E quante altre possibili Rebecche vi erano tra quei ragazzi che ora sembravano solo semplici studenti, talvolta in crisi, talvolta schiacciati dalla vita e dai sacrifici come lei?

Giulia ritrovò un po’ di buonumore a quei pensieri ed a quei discorsi, e riprese la conversazione con i compagni: «immaginatevi un povero contrabbassista: lui sì che è incasinato col suo strumento!» e tutti risero.

Serie: Siamo pazzi


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

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Discussioni

    1. Il narratore di questa storia è stato un esperimento che ho fatto con me stesso, che solitamente uso narratori molto diversi. Diciamo che è tutto impostato quasi come una chiacchierata attorno ad un fuoco sulla spiaggia

  1. “cambiamo sempre strumento; quando facciamo un concerto non è nostro, non suoniamo su quello sul quale ci siamo esercitati; inoltre noi non abbracciamo lo strumento”
    Vero, non c’avevo mai pensato. Chi abbraccia lo strumento che suona instaura un rapporto più carnale…

    1. Strumenti di questo tipo diventano veri compagni d’avventura, e tutta la tecnica, le distanze, i suoni, i pesi, tutto poi si costruisce su quell’unico strumento, del quale non esiste una copia identica da nessuna parte del mondo (a differenza di strumenti “industriali” e non di liuteria come il pianoforte)