Carrozza standard

Stazione Termini. Scendo dal taxi, aria gelida sulle gambe. Non avrei dovuto mettere la gonna oggi, con questo freddo. Il tassista scarica scocciato le mie due valigie. Controllo che non le sbatta forte sull’asfalto, valgono una fortuna. Penso ai tassisti di Milano invece. Come mai è tutto meglio al nord.

Viaggio, libera. I ragazzi sono con il padre. Vantaggio dell’essere separati, mi dico cercando di scherzare con me stessa, ma non mi trovo simpatica nemmeno da sola. Viaggio di lavoro, nuovo incarico forse.

Mi mancano già quei due delinquenti. Me li immagino, sul divano, che si litigano il posto o le cuffie o la gatta e riesco a strapparmi un sorriso.

Guardo il tabellone delle partenze nell’ambiente affollato e caotico dell’immenso atrio, facendo attenzione a non farmi rubare i bagagli. Allora vediamo, il treno è in arrivo, binario 8.

Scarpe nuove proprio oggi, accidenti a me. Controllo che non si sia macchiata la parte di camoscio. Décolleté nere firmate, comprate ieri, pagate una follia.

Piove. Faccio attenzione a non rovinarmi la piega, mi copro con il cappuccio.

Spreco un sorriso per quella specie di gendarme inespressivo che controlla i biglietti e consente l’accesso ai binari. Avanzo con fatica lungo la banchina, le scarpe alte e le due valigie non mi aiutano. Servirà tutta questa roba?

Ho la carrozza 7, la standard. Nella business non c’era posto. Ci dev’essere un convegno, qualcosa di particolare, di solito è il contrario. Mi adatterò. Speriamo non ci sia gentaglia.

Salgo con sollievo nell’ambiente tiepido della carrozza, cerco il posto 14d ma l’ambiente è molto affollato e ci vorrà qualche istante prima che tutti si sistemino. Guardo il telefono. Nessun messaggio, meglio così.

Partiamo. Accanto a me un signore piuttosto distinto, meno male. Ben vestito, curato. Almeno non mi ruberà la borsa, farà buon odore spero. Tiene il Mac aperto su immagini terrificanti, penso siano delle foto di interventi chirurgici, al viso, alla bocca, non saprei. Distolgo lo sguardo e provo ad immergermi nel romanzo che Betta mi ha prestato da un po’. Glielo devo ridare ma non riesco a finirlo.

Davanti a me siede un ragazzo, mamma mia avrebbe pure un bel viso ma porta quei capelli così lunghi e sul braccio ha un enorme tatuaggio con un serpente o un drago, di quelli tutti colorati anche di rosso e di verde. Un altro sul collo. Che poi dicono non faccia bene riempire la pelle di tutti quei coloranti. Mi chiedo sua madre che cosa ne pensi di un figlio così. Sicuramente non la vede da un pezzo, se no gli avrebbe detto di tagliarsi i capelli o almeno di pettinarli, e gli avrebbe sistemato quei jeans tutti rotti che gli si vedono persino le mutande. Accanto a lui una suora che guarda Facebook e digita sul telefonino sorridendo.

Una ragazza siede alcuni posti più in là. Giovane, carina, un po’ slavata. Silenziosa. I capelli raccolti, il viso pulito, anche troppo. Sta leggendo il “Prometeo incatenato” di Eschilo e penso chi glielo fa fare, studierà lettere classiche. Bello, certo, ma poi chi te lo dà un lavoro? E come impari a cavartela nel mondo? Con la filologia classica?

Nel frattempo la neve cade sempre più intensa, a grandi fiocchi. Nei pochi tratti in cui la velocità e le gallerie permettono di guardare fuori, è tutto bianco. Non vedevo nevicare così da anni. Ho solo la sensazione che avrò freddo quando scenderemo, e mi si rovineranno le scarpe.

Il mio vicino di posto intanto inizia a fare innumerevoli telefonate in cui racconta sempre la stessa cosa, di quanta gente c’era al congresso e del successo della sua comunicazione scientifica fatta per giunta in inglese, preparata poi in sole ventiquattrore. Lo avrà ripetuto, sempre con maggior enfasi, con particolari di crescente artificiosità e ostentazione, almeno a cinque persone diverse. Inizia ad infastidirmi e penso che sarebbe stato meglio sedermi vicino a quel signore laggiù, che sembra perbene ed è silenzioso. Strano. Stringe la mano ad una compagna o moglie piuttosto volgare, il viso rifatto da un chirurgo non bravo, i capelli di un biondo innaturale.

Dietro di loro, oddio non lo avevo visto, un indiano malvestito, l’espressione seria, direi risentita, tiene accanto a sé un borsone nero quasi vuoto che deve contenere qualcosa di pesante cui tiene molto, da come lo sistema continuamente, e da come lo protegge con le gambe. Si guarda attorno con l’aria di un animale braccato, di qualcuno che è tra persone odiose, che disprezza. Pelle scurissima, capelli e occhi neri come la notte, inquieti, sembra alla ricerca o in attesa di qualcosa. Guarda volti, abiti eleganti, borse firmate, visi rifatti e scollature, con uno sguardo che fa gelare il sangue.

Noia. Il romanzo è decisamente brutto. Glielo ridarò comunque, dicendo che mi è piaciuto. Nella carrozza standard non ti portano nemmeno lo snack e i movimenti del treno mi provocano la nausea. Il mio vicino continua con le telefonate di autocelebrazione e intuisco che è un docente universitario.

D’improvviso luce che lampeggia, fischio assordante dei freni, stridore agghiacciante, attrito di ferro su ferro, contraccolpo micidiale. Tempesta di valigie sui sedili, addosso ai passeggeri, grida di terrore. La sensazione di essere usciti dai binari, di precipitare, poi il treno si ferma, faticosamente, in modo innaturale, forse siamo in bilico su qualcosa. Fermi. Senza luce. Solo quel che rimane del giorno permette di vedere poco distintamente nella carrozza che ci sono persone ferite, alcune cadute a terra, altre rimaste sotto grossi bagagli.

Non mi rendo conto bene in che posizione sono e che cosa mi è successo. Sento un forte dolore alla tempia, esce sangue. L’indiano si alza dal suo posto. Non è spaventato, ha un’aria risoluta, minacciosa. In un istante mi rendo conto di tutto. Sono disperata, morirò qui, tra sconosciuti, al freddo, nel terrore.

Si dirige alla porta che collega una carrozza all’altra, controlla l’apertura, non funziona. Attraversa tutta la carrozza e controlla anche l’altra porta. Sono chiuse entrambe, siamo senza corrente.

Farà saltare la sua bomba o tirerà fuori il coltello, di quelli orribili, lunghi e lucidi che hanno loro, ci taglierà la gola uno ad uno dopo averci terrorizzati.

Si ferma con la solita faccia astiosa, lo sguardo aspro, l’incidente è opera sua, ha fatto fermare il treno, lo ha sabotato, ora ha controllato che non possiamo scappare dalla carrozza. Mi aspetta una morte orribile, chiusa qua dentro, nelle mani di un pazzo.

Ora la bomba sembra la cosa migliore, rapida, risolutiva, corale. Ho sempre avuto orrore per i coltelli, quella punta lucida, gelida, che entra nella carne, mi sembra già di sentirlo, il dolore glaciale, intollerabile della lama, il taglio che brucia, profondo, il sangue caldo che esce pulsante, ti bagna i vestiti, ti porta via il respiro, il calore della vita. E vedersi morire, l’uno con l’altro, uno ad uno. Fino a sciogliersi nell’orrore e gridare inutilmente pietà.

Mi ricordo del medico, quello accanto a me, quello che fa gli interventi, che parla ai congressi, il professore. Lui farà qualcosa, ci difenderà, medicherà la suora che è caduta malamente a terra e sanguina dalla testa, oddio è sdraiata a terra in un lago di sangue. Ma c’è quel ragazzo accanto a lei, si è tolto la maglietta, la sta tamponando. Controlla polso, respiro. 

Allora il medico fermerà il terrorista che sta rovistando nel borsone ecco, ci giurerei, adesso tira fuori il coltello.

Provo a girarmi, a cercare il medico-professore accanto a me e solo ora mi rendo conto che anch’io sono caduta a terra. Lo trovo, infine, seduto ancora al suo posto, terrorizzato più di me, non sa fare altro che provare a telefonare con il suo iphone che non prende, perché siamo in una vallata in mezzo agli appennini e fuori c’è una bufera di neve. Impreca e riprova a fare il numero, non c’è campo. Inizia a piagnucolare, senza dignità, o forse sono io.

Fa un freddo terribile nella carrozza, penso di essere sdraiata a terra, non ne sono certa, ora mi fa tanto male una gamba, devo essere incastrata sotto qualcosa che non riesco a capire ma mio dio non riesco a muovere la gamba.

La ragazza che leggeva Eschilo sta soccorrendo le persone da sotto le valigie; sposta i bagagli caduti, uno ad uno. Sembra calma, determinata, è instancabile, sa benissimo che cosa fare. La guardo e mi calmo un po’, strano, mi sento in buone mani, aiuterà anche me, lei oppure il capellone, sì, ne sono certa, sono in gamba, ci salveranno. 

Ma ecco l’indiano mi si avvicina con la sua faccia ostile, ha qualcosa in mano, un involto di tessuto, è color rosso sangue, sicuramente vi nasconde il coltello. Terrore, dolore. Buio.

Non so quanto tempo è passato. Lampeggianti, sirene, sempre più vicine. Sto sognando forse.

No, apro gli occhi. E’ notte fonda, sono arrivati a prenderci. Il ragazzo con il drago e la ragazza studiosa stanno aiutando i soccorritori a portarci fuori di qui.

Ho qualcosa di rosso addosso. E’ una giacca, è calda.

L’indiano è accanto a me, mi tiene per mano.

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Discussioni

  1. Scritto e costruito magistralmente. Tiene viva l’attenzione grazie a un ritmo serrato, a uno stile fluido e a dettagli che fanno la differenza. Azzeccate le ironiche descrizione dei personaggi che la protagonista avvista sul treno, fino al colpo di scena finale che ci dimostra che l’apparenza, e il pregiudizio, ingannano.

  2. Bel racconto, bel ritmo, in sintonia con la situazione. Mi unisco a chi già ti ha detto che ci hai regalato uno spaccato di società in cui i pregiudizi ahimè ci danno rappresentazioni distorte di quello che veramente accade e le etichette sono indelebili e ci segnano… fino a prova contraria. Molto gradito anche questo tuo racconto.

    1. Grazie Massimo. Sono contenta che ti sia arrivato. Un modo per riflettere e lavorare sicuramente anche e soprattutto su me stessa, mantenere la mente aperta e pulita dai pregiudizi, staccare le etichette dalle persone. Grazie sempre 🙂

  3. Mi unisco agli altri per farti i miei complimenti. Sei riuscita a creare un’immediata empatia con il lettore proprio perché la tua è una storia “di tutti i giorni”. I pregiudizi sono difficili da estirpare.

    1. Grazie Micol, mi fai felice. Parlando di empatia con il lettore mi fai un enorme complimento. Anche perché sono sempre stata convinta che, per cambiare un po’ il cuore della gente, è più utile comunicare una piccola emozione che fare altisonanti proclami… Pertanto se sono riuscita a trasmettere qualcosa, sono molto contenta. Grazie di cuore!

    1. Ciao Raf! Grazie di avermi letta! Tu non sei affatto così…tu avresti soccorso tutti con coraggio e competenza 🙂

    1. Grazie Cristina di avermi letto! Sono molto contenta se con il mio racconto sono riuscita per un momento a far riflettere sul fatto che si possono vedere le cose in modo meno schematico e ovvio. Ognuno di noi, così come la realtà che ci circonda, ha mille verità e mille sfaccettature. È pieno di sorprese, belle e brutte. Non vederle significa privarsi di infinite possibilità di esperienza, di conoscenza e di vita. Grazie davvero 🙂

  4. Ciao Marta sei molto carina a leggermi sempre. Hai colto nel segno…gli stereotipi come macigni. È proprio questo il nucleo del racconto, un piccolo tentativo di riflessione su realtà e apparenza delle persone che ci circondano. Per cercare io stessa di andare oltre, il più possibile, i pregiudizi di ogni tipo. Grazie sempre di cuore 🙂

  5. Che bello, finalmente sei tornata! Ormai aspetto di leggerti sempre 😀
    L’inizio mi piace, è frizzante, gonna o pantaloni per una donna è sempre emblema e rispetto al nord, da nordica non posso che darti ragione! 😉 Scherzo, ovviamente.
    Nella prima parte descrivi benissimo la difficoltà delle banalità quotidiane e ancor di più posso capire le dinamiche femminili della protagonista, poi il racconto vira, e sorprende per il suo sviluppo finale, le paure che diventano reali, gli stereotipi di immagini e di persone che ci si incollano addosso, come macigni.
    Sembrerebbe impossibile che le due parti del racconto possano essere un solo, ma tu ci riesci e davvero sorprendi, ti ammiro molto per questo tuo stile. Bravissima.