Club India

Serie: Solar Punk


Salgo le scale illuminate da lampade a xeno.

Al quarto piano, incontro un ubriaco che barcolla sulle scale, mi chiede con la voce strascicata: “Conosci l’uccello di sakkara?”

Lo sorpasso, arrivando all’entrata.

Al Club India, dei signori ben vestiti sono seduti su poltrone di velluto marrone, mentre delle donne di carnagione mulatta sono distese placidamente su dei divanetti turchi e mi osservano da lontano, incuriosite dalla mia presenza. L’acqua scorre su piccole e strette assi di legno che in un ciclo chiuso attraversa il perimetro del Club India, micro ingegneria antica e raffinata. Mi chino e immergo la mano nel piccolo fiume. L’acqua è fresca, pulita e profumata, circola lungo tutte le pareti del locale producendo un suono pacifico. Mi avvicino al bancone. “Che tieni da bere?”

Il robot al bancone risponde: “Lemongrad, Mystus, Sarthe, Kaizen…”

Scuoto la testa, guardando il menù dietro le sue spalle. “Cos’è Yokoy?”

Mi piego per sentire la voce metallica del droide, quando mi dice: “liquore per ammorbidire spirito… e anche feci”.

“Bene, dammi quello!”

Il locale è pieno di statue illuminate da lampade a olio e altri fanali elettrici illuminati. Rimango a fissare una statua lignea raffigurante un monaco con la testa di scimmia, accanto alla toeletta.

Bevo Yokoy, mentre un bambino si alza dalla sedia e mi viene incontro. Il bambino dagli occhi a mandorla punta uno dei suoi indici verso la statua e mi dice serio: “Wukong”.

“Bimbo, ti sei perso?”

Il cinesino indica altre statue, pronunciando dei nomi. Bevo Yokoy, un liquore che si presenta come acqua profumata, con un sapore dolciastro, simile a una grappa aromatica. Il bambino mi chiede: “sei tu l’italiano?”

Sono già ubriaco e rispondo che: “in tempi antichi, nella Vecchia Europa, venivo chiamato viaggiatore. Mia madre, una saccopelista olandese degli anni Sessanta, veniva chiamata daytripper all’isola di Wright”.

“Non conosco isola di Wright”.

Yap si toglie il cappellino rosso della New Era. “Ma conosco bene isola di Nishi. Vieni con me”.

Dopo essermi presentato in inglese gli racconto la storia della mia vita in cinque minuti, sul fatto che voglio eseguire le Sette prove eccetera, eccetera. Il ragazzino non sembra molto interessato, e con tono affabile mi conduce fuori, verso l’attico.

Fuori, s’intravede la stazione ferroviaria in lontananza, la Yoga Express Station, mentre un tenue fascio di luce illumina un punto d’intersezione di quattro stradine. Il Nishi Market, osservato a vista d’uccello, sembra un quadro uscito dall’arte dei Folli. Gli edifici coloniali sembrano cadere a pezzi: sono ingrigiti dallo smog, macchie giganti sulle pareti. Lo vedo affacciarsi alla ringhiera. “Tu vuoi fare salto nel vuoto”.

“Si. Puoi aiutarmi?”

“Se paghi.”

“Mi pare giusto.”

Poso il bicchiere di Yokoy sulla ringhiera e tiro fuori il portafogli, mostrandogli le banconote.

Sbuffa, il bimbo minchia.

“E’ più della paghetta che prendi da mamma e papà, dico io, poi chiedo: i monaci… saranno un problema?”

“Sono orfano”. Il bambino mi guarda storto: “soffri di cuore?”

“Perdo molti liquidi ma resto in condizione”, faccio io.

Yap scruta la stazione dei treni. “Allora… No problem. Ci penso io, ai monaci”.

Sto sorseggiando di nuovo il mio Yokoy, sentendo un impervio e circolante fiume di euforia nei vasi sanguigni.

Yap, lui dice: “ci vediamo domani, all’ingresso del sentiero di Aya. All’alba”.

Dopo aver annuito, mi porto il bicchiere alle labbra e lo finisco.

Il flusso piroclastico dello Yokoy m’impedisce di usare il cervello. Sarà anche il vuoto che possiedo nello spirito, ma questo liquore mi è salito subito. Torno all’hotel Vimana a mezzanotte, completamente ubriaco e fuori controllo. Faccio luce con il cellulare, notando una serie di piante rampicanti avviticchiate sul fianco dell’hotel. Mi rollo un tabacco sulle scalette, osservando l’addetto al ricevimento notturno che dorme sul bancone.

Qualche ora dopo è mattino e Yap fa un lungo respiro, muovendo la testa nella mia direzione, come per darmi un comando.

Mi aggiro nel mercato di Nishi alle sei del mattino, in questa densa coesione sociale, tra feticci e altari, sacerdoti di brutta presenza, mercanti pelosi e ingovernabili, vecchi indovini con le loro preghiere perduranti nell’aria, la quale profuma di pianticelle e legna, le vetrinette piene di carote d’ogni tipo, un drone mi taglia la strada, poi lo vedo inserirsi nel pannello a muro di un vecchio tempio infestato dalle scimmie. Dopo aver guardato il mio Casio riprendo il passo verso il tempio di Aya, il grande sancta santorum inghiottito dalla foresta.

Mi muovo sul terreno ripido e rosso, all’interno di una natura esotica, profumata e asfissiante. Mastico foglie di Qat per farmi forza, con il localizzatore GPS che m’informa che sono quasi arrivato a destinazione. Dopo quattro ore di cammino, il tempio di Aya sbuca alla mia sinistra, dietro le fronde delle palme.

Mi asciugo il sudore, ammirando quella splendida architettura che assomiglia a una pannocchia gigante avvolta dalle nuvole. Una torre altissima, costruita sulla vetta di un monte che domina il panorama, recintata in uno spazio detto il giardino delle farfalle. Qui presso, mi attende il piccolo Yap. Il bambino asiatico indossa un cappellino a becco girato al contrario e, vedendomi arrivare, alza un dito e dice in inglese: “Se vuoi, io posso fare preghiera speciale per te.”

“Ho finito il budget.”

“Se io fare questa preghiera per te, tu stai sicuro che non morire.”

“Accetterei volentieri,” replico io: “ma i soldi mi servono per le altre prove.”

“Molta gente muore. Risultato no assicurato, farang.”

“Ti ringrazio che lo stai dicendo, Yap. Ti rispetto molto, per questo.”

L’interno del tempio ha il pavimento in cotto e i soffitti a cassettoni bassissimo. Yap, la mia guida locale, si è un po’ innervosito: “Allora, turista… la vuoi o no, questa preghiera speciale? Non te ne pentirai!”

“No”, replico in tono apologetico. “Ho finito le banconote.”

“Non c’è problema, dammi il tuo orologio!”

“Questo?” Digito qualcosa sul piccolo display, poi dall’orologio esce un piccolo ologramma con la scritta gialla fluorescente: “NO”.

Una gradinata a cerchi concentrici si distende verso il cielo. Mi chiedo se ne uscirò vivo, mentre la voce di Yap riecheggia da sopra: “Vieni, vieni!”

Yap si asciuga il sudore dalla fronte con il dorso della mano. Entriamo in una specie di vano, illuminato flebilmente da giare di argilla.

Proseguiamo in salita per trenta, quaranta minuti.

Serie: Solar Punk


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Letture correlate

Discussioni

    1. si mi sono tipo ispirato a guerre stellari, quando obiwankenobi entra in un bar che non c’entra niente col contesto, dove degli alieni suonano il clarinetto, grazie Sara!