Cocci

Era un pomeriggio di fine marzo. In cielo non c’erano nuvole ma una leggera foschia omogenea che velava un timido sole. Fuori fischiettavano i fringuelli e le rondini, che ricominciavano a ripopolare i sottotetti, ma Davide non gli prestava orecchio. Stava lì seduto sul pavimento della cucina, fra le schegge di vetro e ceramica che scintillavano colpiti dai raggi provenienti da fuori, le ginocchia raccolte al petto. C’era una luce particolare, tenue, come ovattata, ma abbastanza intensa da formare a terra piccoli arcobaleni quando rifratta dai frammenti di quelli che furono bicchieri. Davide vedeva quei giochi di colore ma il suo sguardo vacuo era rivolto al passato. Con la mente ripercorreva le tappe della sua vita che lo avevano condotto a quel punto, ripensava alle scelte che aveva compiuto, a ciò che aveva rinunciato e a ciò che invece aveva guadagnato. Cercava degli alibi, delle scuse, ma il tempo passava e non ne trovava nessuno. Doveva solo trovare il coraggio di chiedere perdono. Si dannava e si dava dello stupido per aver fatto fuggire l’unica donna che avesse mai amato.

Finalmente riprese in mano il telefono. Scorse la rubrica finché non apparve il suo nome come aveva fatto centinaia di altre volte, senza esito, quella notte. Riuscì però infine a farsi forza. Un attimo di trepidante attesa. Un silenzio surreale pareva aver inghiottito il mondo intero. Stava suonando. Qualcuno rispose ma non si udì una parola, così Davide cominciò a parlare. Ammise di non averla trattata con il rispetto che si meritava, di non averla amata come si meritava, di essere stato uno stupido, che sarebbe cambiato. Dall’altra parte solo dei flebili singhiozzi.

– Perdonami, ti prego, ti ho nascosto delle cose che non avrei dovuto, ho provato a sopportarne il peso ma si è rivelato eccessivo per me solo. Se solo ti avessi messo prima al corrente avresti saputo cosa fare, sai sempre cosa fare…

Le disse finalmente tutto. Il primo libro che aveva pubblicato, su cui aveva lavorato a lungo e duramente, aveva riscosso un discreto successo iniziale e gli era valso un contratto con una casa editrice di rilievo. In seguito però le vendite non avevano tradirono le aspettative e la casa editrice aveva cominciato a fare delle pressioni per dare alle stampe un secondo romanzo. Da allora era passato più di un anno e non era riuscito a scrivere niente se non false partenze. Il foglio bianco lo guardava con disprezzo, gli scuoteva l’animo ogni volta che tentava di avvicinarsi, lo scherniva con il suo lucente pallore. Nemmeno la penna gli era più alleata. Era stressato, irritato, aveva cominciato a bere solo per il masochistico piacere di un dolore più concreto, più tangibile. Nel suo declino però lei gli era rimasta affianco nonostante fosse all’oscuro di tutto, o quasi.

– …ma adesso rischio seriamente di perdere i soldi del contratto e non so come fare. Quando ieri me lo hanno comunicato per telefono non ci ho più visto. Ho sbagliato, giuro che non volevi dirti quelle cose terribili…

Ma le aveva dette, urlate anzi, e con quanta voce avesse in corpo.

Anita se ne era andata la sera stessa. Era tornata dai suoi genitori che vivono non molto distante da lì. Lo amava ancora, certo, ma un comportamento del genere non poteva tollerarlo. Davide, una volta solo, aveva scioccamente provato a sfogarsi su ciò che gli stava attorno. Non era possibile però colmare la notte e il vuoto con il rumore di piatti e bicchieri infranti. Un sorriso amaro gli percorse le labbra, a guardarli ora sembravano il prodotto di un capriccio infantile. La notte era passata senza che riuscisse a prendere sonno e pian piano la rabbia feroce che provava verso se stesso era scemata, cedendo il passo ad un senso di colpa straziante. Come poteva lei capire come si sentiva? Nessuno sapeva delle notti in bianco trascorse a lottare con le parole, scrivendo e riscrivendo la stessa frase permutandone le componenti, indugiando sulla ricerca della ritmica più espressiva, sui singoli termini. Il sogno egotistico di vedere pubblicato un suo scritto negli anni si era espanso fino intaccare ogni aspetto della sua vita, gonfiandosi fino a scoppiare. Il tempo aveva finito con il corrompere l’oggetto del suo desidero. Ormai era tardi. Sentiva di aver sempre inseguito un miraggio e di trovarsi ora solo e senza acqua sotto il sole cocente del deserto, in petto un’insostenibile pressione costante. Persino le domande innocenti della donna lo ferivano, scavavano nel animo portando alla luce il fallimento e la vergogna.

– Davide io…

– Voglio solo che le cose tornino come una volta. Io ti amo, Anita. Mi cercherò un lavoro, te lo prometto, avremo noi due, avrò te e questo mi basta…

All’orecchio di Davide giungevano ancora i suoi singhiozzi sommessi. Improvvisamente ci fu come un acuto strozzato, una specie di squittio come quelli che faceva lei quando erano a letto e le veniva da ridere ma non voleva fare rumore. Ricordi dolcissimi gli tornarono alla mente e gli occhi si offuscarono di lacrime.

– Davide io sono… Avremo un bambino, Davide. Sono incinta.

Ci fu di nuovo quello squittio. A Davide, che inizialmente non capì, parve di sentire il suo sorriso, di averla di fronte a sé. E quanto gli sarebbe piaciuto averla lì davvero. Quanto desiderava stringerla forte, baciarla, asciugarle le lacrime che si immaginava, a ragione, le rigassero le guance come a lui in quel momento.

Era un pomeriggio di fine marzo. I frammenti di vetro, mossi dalla scopa dell’uomo, riverberavano i raggi del crepuscolo affrescando la cucina con caleidoscopici giochi di luce. Il sole stava calando e Davide saggiava infine la felicità di una gioia improvvisa.

Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in LibriCK

Commenti