Come polvere

Serie: Nocturne

Il lampadario della cucina pendeva sul tavolo con le fauci spalancate. La sua luce dorata aveva assaggiato i tocchetti di pollo e rosicchiato il pane, insinuandosi fra i tovaglioli e le posate affogate nel sughetto della portata principale.
     La signora a capotavola adagiò con garbo la forchetta a lato del piatto ovale e soffiò un batuffolo d’aria, come se mangiare l’avesse affaticata. «La mia cara sorellina: che dire di lei? Chi si preoccuperebbe mai con tanta dedizione di farmi ingrassare?»
     Arabella asciugò un angolo della bocca e nascose il leggero risolino. «Zia, non sei affatto grassa, e sai benissimo che mamma cucina sempre come se fossimo venti.»
     «Non ingrasserò oggi, certo, ma domani? E se mi svegliassi con la pelle delle braccia penzolante di lardo e la pancia tanto prominente da garantirmi i posti riservati sulla metro? Dovrei smetterla di accettare questi inviti!»
     La madre di Arabella occhieggiò verso il marito. «Quant’è esagerata, dio mio,» lamentò sottovoce. «Piuttosto!» si accese di rinnovato entusiasmo, stuzzicando le corde vocali con un goccio di vino, «la cara Arabella ha finalmente trovato un fidanzato.»
     Lei quasi s’affogò e il rossore dell’imbarazzo si confuse tra i colpi di tosse. «Non è vero,» mugugnò, con la gola che prudeva. Rivolse alla madre il più truce degli sguardi.
     «Eppure c’è qualcuno che alle volte ti riaccompagna a casa dopo scuola. Spesso fai anche tardi.»
     Il padre uscì dal letargo dimenandosi sulla sedia. «Che storia è questa?» tuonò, e nessuno riuscì a capire se stesse scherzando o meno. La sua mascella barbuta si addolcì e i baffetti risero. «Io a quindici anni dovevo ancora imparare ad andare in bici e lei c’ha il fidanzato!»
     «Ho detto che non ce l’ho,» mormorò Arabella, snervata, «e ho sedici anni, comunque. Bel padre che sei.»
     «Quindici, sedici, che differenza fa?»
     La zia non voleva perdere l’occasione di pungere con uno spillo il cognato rigonfio di tracotanza. Si sporse sul tavolo e prese bene la mira per colpirlo al petto: «Vuoi sapere cosa fanno le ragazze a sedici anni, vecchiaccio che non sei altro?»
     «Ma perché l’hai invitata?» lui interpellò la moglie, comoda sulla sedia a specchiarsi nella vetrinetta di fronte.
     «Mi ha invitata perché qualcuno dovrà pur proteggere questa creaturina da voi due. Già le avete dato un nome del secolo scorso, e ora la importunate facendole pesare il fatto di essere innamorata.»
     Arabella sfilò gli occhiali e si strofinò gli occhi. «Grazie, zia. Però è vero che non sono fidanzata.»
     La madre inclinò il capo: perforò la barriera che la figlia tentava d’innalzare, inefficace come paglia contro il vento. «Chi è che ti porta a casa quasi ogni sera, scusa? È da due settimane abbondanti, ormai.»
     La zia e il padre di Arabella non s’intromisero più. Nel repentino silenzio, una goccia d’acqua dispettosa saltò dal rubinetto ed esplose contro il lavandino col fragore della tempesta.
     «È la mia insegnante di piano, è nuova.» Arabella accodò il sibilare velato della propria voce al ronzio del frigorifero.
     La madre osservò la figlia giocare con l’asticella degli occhiali. «Capisco.» Rimuginò per un po’ mentre i suoi occhi bruni, identici a quelli che stava scrutando, si riempivano di nuove domande. «Il signor Mullins che fine ha fatto?»
     «È andato in pensione.»
     «Davvero? E come si chiama questa tizia che lo sostituisce? Lo sai che ti ho iscritta a quella scuola solo ed esclusivamente per il signor Mullins, avresti potuto dirmi che era andato in pensione.»
     «Mamma, cosa cambia? Mi aveva già insegnato tutto, suono già meglio di lui.»
     «Idiozie!» la mano inanellata della madre batté con vigore e fece tremare i piedi del tavolo, così come piatti e bicchieri. Il marito si premurò di rimettere il tappo alla bottiglia di vino. «Quell’uomo è una leggenda. Ha suonato ovunque, per tutta la vita e con risultati eccellenti!»
     Arabella non poté più trattenere il diavolo che le strillava nel petto: «Samira è molto più brava di lui,» le parole erano spinte fuori dalla bocca da una parte di sé che temeva ad assecondare.
     «Samira? È un’immigrata? Un’araba che suona meglio di un pluripremiato pianista inglese!»
     «Ma ti ascolti!?» Arabella scoppiò in lacrime. «Non ti fregava niente del fatto che fossi fidanzata o meno, né di nient’altro che mi riguardi! A te frega solo di quel maledetto pianoforte!»
     «Dove pensi di andare? Non ho ancora finito!»
     Arabella si paralizzò accanto al tavolo. «Cos’altro vuoi da me?»
     «Non prendere più passaggi dagli sconosciuti. Se domani non ti vedo scendere dal bus delle cinque giuro che ti faccio cambiare scuola!»
     «Fai schifo.»

Il bianco tozzo di gesso, stretto tra le mani grassocce del professore di storia dell’arte, ticchettava e strisciava contro la lavagna. Arabella fissò il nero indeciso, la lastra graffiata e sudicia che aspettava d’essere letta.
     La pinzarono al braccio e lei si voltò. «Che c’è? Sto seguendo.»
     «Oggi ci vai?»
     «Dove?»
     «A pianoforte.»
     Il professore schiarì la voce. «Cosa c’è da chiacchierare?»
     La campana segnò la fine della battaglia. Arabella, circondata dai compagni sulle panchine dietro la scuola, ascoltava le loro discussioni. Sotto gli alberi più in fondo, qualcuno fumava di nascosto e altri studiavano anatomia esplorandosi i corpi a vicenda.
     «Hai smesso di prendere passaggi da lei?» la ragazza di fianco ad Arabella buttò la gomma da masticare tra i cespugli rattrappiti dal gelo.
     «Mia madre rompe le scatole.»
     «C’avrà il radar tua madre. Classico!»
     Arabella soffiò il naso, «che radar?» strinse il fazzoletto tra le dita.
     «Non vuole che sua figlia diventi una lesbica infoiata.»
     «Ma che stai dicendo?» drizzò la schiena, con l’aiuto degli altri che la sospingevano a suon di risate.
     «Sai com’è, hai rifiutato mille volte Danny, pensavamo tutti che te la facessi con la maestrina di piano. Lei ci potrebbe anche stare, ok, ma basta che non ti metti a leccare la fica di qualcuna di noi!» risero ancora, con più cattiveria di prima.
     Arabella serrò i pugni nelle tasche. Chinò il capo tanto da affondare il mento nel petto.
     «Non lo sai?» continuò la compagna, «ne parla tutta la scuola. I professori non sono riusciti a tenere la bocca chiusa.»
     «Cosa dovrei sapere? Non mi avete già insultato abbastanza?» lasciò che il cappotto kaki la schermasse dagli spifferi e dalle occhiate sadiche.
     «Sai perché è venuta a insegnare proprio in questo buco di culo?»
     «No,» le tremavano le labbra, «Lizbeth, cosa vuoi da me?»
     «È stata cacciata da un conservatorio di Liverpool perché si dice che abbia molestato un’allieva minorenne.»
     Arabella morì. Ogni goccia di sangue si polverizzò ed evaporò sospinta dal vento d’inverno.
     Un compagno fece un passo avanti. «Liz, ora basta. Non sai neppure se è la verità, e non lo sanno neppure i professori.»
     «Cosa la difendi a fare? È una lesbica merdosa, di quelle così patetiche da approfittarsi di un’ingenua come Arabella. Farebbero bene a indagare se ha fatto davvero qualche cazzata, ‘sta schifosa.» Lizbeth avanzò e tirò Arabella a sé per il braccio. «Hai capito, razza di scema? Sta giocando con te: è lì che si domanda se la rifiuterai quando infilerà la faccia tra le tue cosce. Io le starei lontana.»
     Arabella intravide la sagoma di Samira in fondo al piazzale dietro la scuola, immobile di fronte alla propria auto con le chiavi ancora in mano. Lei raccolse la tracolla da terra e si diresse alla porta più vicina. Nella testa le rimbombavano le note della nona Nocturne di Chopin. Rivisse ogni singolo movimento delle dita che l’avevano eseguita sotto gli occhi di Samira, sempre a sorvegliarla dal fondo dell’aula di musica.

Serie: Nocturne
  • Episodio 1: Bianco e nero
  • Episodio 2: Come polvere
  • Episodio 3: Una barca di carta
  • Episodio 4: Un pianoforte nell’angolo
  • Episodio 5: Annegare
  • Episodio 6: Aspettando la morte
  • Episodio 7: Nocturne Op.9 : n.2
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    Commenti

    1. Giuseppe Gallato

      Altro bel capitolo, dallo sviluppo piuttosto curioso: l’insegnante di piano dal trascorso lavorativo “oscuro”, cacciata da un conservatorio. Saranno semplici insinuazioni? Vedrò di scoprirlo leggendo il seguito! 🙂
      Stupenda la frase: “Arabella morì. Ogni goccia di sangue si polverizzò ed evaporò sospinta dal vento d’inverno.”

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Grazie ancora!
        Avevo leggermente il timore che dal primo capitolo al secondo ci fosse un salto un po’ repentino nei temi. Ho voluto ugualmente che si capisse di che tipo di serie stiamo parlando, soprattutto per non illudere i lettori che fosse una serie “leggera”. Il passato di Samira e le debolezze adolescenziali di Arabella sono punti chiave e mi felicita sapere che incuriosiscono. 🙂