Corsi e ricorsi: la risposta è là fuori

Ed ecco in vista la sua superficie rugosa, arida, plumbea.

Crepe e crateri disseminati ovunque, come nelle osservazioni da terra.

L’adrenalina salì alle stelle per il comandante, che si spostò impazientemente più vicino all’oblò, facendosi strada nel poco spazio.

Dopo anni di duro lavoro da parte di un team di collaboratori globali, e inesauribili tentativi con altre sonde, la prima con equipaggio umano era quasi giunta alla sua incredibile meta, che ha fatto riflettere poeti, artisti, filosofi, intellettuali: la Luna.

Erano tempi difficili sulla Terra, in quel duro periodo storico, in quel secolo di conflitti, tensioni politiche, diffidenza.

Ma tra tutto il caos di rapidi cambiamenti globali era nato un progetto alla ricerca della verità, e dopo millenni l’uomo avrebbe camminato su un nuovo suolo ritenuto irraggiungibile.

Il Novecento, malgrado il suo sanguigno percorso, avrebbe incoronato il più grande sogno dell’uomo da tempi immemori.

Il comandante si girò verso il primo pilota del modulo lunare. Gli sorrise e lui ricambiò.

Oltre all’entusiasmo c’era anche parecchia tensione: l’allunaggio non sarebbe stato una passeggiata. Inoltre, il tutto era accompagnato da un generale timore: nessuno sapeva minimamente cosa aspettarsi sulla superficie del satellite.

Erano come navigatori che approdavano su un nuovo continente. Avrebbero trovato qualche indigeno? Nessuno poteva ancora saperlo.

Arrivò il permesso dalla base. L’equipaggio si divise tra l’orbiter e il lander. Erano già nell’orbita giusta da un po’: la discesa stava per iniziare.

L’allunaggio fu difficile e lungo, nonché ansiogeno e stancante, ma l’equipaggio si era addestrato per questo.

Una volta toccato il suolo con il lander, l’equipaggio ricevette l’ordine di riposare, ma nessuno dormì. Come potevano?

Erano in una piccola scatola metallica adagiata su un pianeta a più di trecentottantaquattromila chilometri dalla Terra, gli uomini più lontani da casa nella storia.

Quando dalla base arrivò il permesso di uscire, finalmente gli uomini poterono aggirarsi sulla superficie lunare. Chi sarebbe stato il primo uomo a camminare su un pianeta al di fuori della Terra? Non era una competizione, niente decisioni personali, e l’equipaggio scelse unanimemente il capitano.

Avevano un paio d’ore di autonomia prima di dover ripartire ed essere intercettati dal resto dell’equipaggio dall’orbiter.

La superficie era polverosa. La gravità bassa. I movimenti difficili.

La prima cosa che il capitano fece fu voltarsi a guardare la piccola Terra, che riuscì a coprire con il solo suo pollice. Che cosa meraviglia, la natura, e quello che avevano fatto gli uomini.

I quattro dell’equipaggio erano molto eterogenei, e le mansioni che dovevano svolgere erano tra le più svariate: oltre alla ricerca scientifica bisognava lasciare il segno, come l’uomo ha sempre fatto. La bellissima bandiera della Confederazione era già pronta.

Non erano andati fin lì come singoli popoli, ma come umanità: uniti.

Il comandante non poteva crederci. Si guardò attorno. Fin da bambina osservava il cielo notturno con il desiderio di recarvici prima o poi.

I suoi sogni ad occhi aperti furono interrotti improvvisamente dall’allarme di Vitroschus, il primo ufficiale.

«C’è qualcosa qui!» disse spaventato come non mai, «qualcosa di strano che non dovrebbe esserci».

Gli altri membri si precipitarono sul posto, armi sguainate, portate in origine come precauzione.

Vitroschus si voltò verso il comandante. «Danjehla…cos’è?» chiese intimorito, alle sue spalle un oggetto di natura ignota, ma in tutto e per tutto di origine artificiale. Una specie di sonda, seppellita da polvere e danneggiata dalla prolungata esposizione al vento solare.

Il comandante fu scosso da un impeto, ma restò freddo, a meditare.

Dall’inizio del secolo, con lo sviluppo tecnologico e le prime osservazioni avanzate, le primordiali esplorazioni atmosferiche e suborbitali avevano riscontrato spesso difficoltà di diversa natura: si danneggiavano apparecchi, si interrompevano i segnali, avvenivano incidenti. C’era sempre nell’aria la paura di qualcuno, o qualcosa, che stesse cercando di sabotare attività umane.

Ciò diede inizio ad un periodo di tensioni e diffidenza, che erano stati messi da parte per quella prima missione di coalizione. Si scoprì poi che intorno alla Terra orbitavano oggetti di natura sconosciuta e di origine misteriosa.

Però non ci si aspettava nulla sulla Luna. Inoltre, sembrava così antico che non poteva essere per niente opera di esseri umani. Quella era la prima missione umana sul suolo lunare.

L’altra opzione, ignorata per lo più, ma la cui validità era sempre più plausibile, riguardava l’esistenza di esseri non umani nelle vicinanze del sistema Terra-Luna.

E ciò terrificava Danjehla.

«Comandante, possibile ci siano davvero forme senzienti di vita sulla Luna?» chiese timoroso Al’bert, il panscienziato per eccellenza.

«Ci sono delle scritte, guardate» aggiunse Akemilia, il secondo pilota del modulo lunare, indicando segni indecifrabili sulla fiancata dell’oggetto.

«E’ un reperto bizzarro, ma è evidente che non sia attivo da molto tempo» decise infine il comandante, «chissà di che tecnologia si tratta. Restiamo a distanza di sicurezza e perlustriamo la zona circostante a gruppi di due; Al’bert, invia quante più foto alla base».

Il circondario era deserto. Non c’era nessuno, e nessun’altro reperto misterioso come quello.

Era passata già più di un’ora, trascorsa a perlustrare il circondario in cerca di indizi, in attesa di ordini dalla base, che continuava solo ad intimare gli astronauti ad allontanarsi e annullare la missione.

Ma Danjehla era curiosa. Poteva questo essere connesso ai detriti attorno alla Terra?

Erano nel 2970 dopo l’Anno Zero, e ancora l’uomo viveva di misteri: reperti di un lontano passato, culture frammentate e nessun senso logico nella costruzione storica. Erano stati due millenni duri di assestamenti politici negli attuali Ventuno Gran Ducati dei territori abitabili, e il rinascimento umanistico era in atto da solo quattro secoli per studiare il proprio mondo. Probabile era la presenza di civiltà avanzate sulla Terra prima dell’arrivo dell’uomo, ma incerta.

La base fu scossa dalla notizia del ritrovamento. Rappresentanti dei Ventuno Gran Ducati erano presenti. L’intero mondo si era movimentato per venire a capo della cosa, e dopo due ore di ricerche, studi, consultazioni, arrivarono i primi resoconti.

“Qui base. Danjehla, ci riceve?”

«Sì base. Ci sono novità?»

“Sì; abbiamo –zzz– consultato e smosso il pianeta in sole due ore. Alla fine siamo riusciti a decifrare più o meno la lingua usando termini del Ducato di Rhome. Ciò che è scritto sulla nave è in una lingua appartenente a un qualche ceppo mediorientale, e si legge “Beresheet”. Il simbolo subito dopo dovrebbe indicare una numerica, in questo caso “terzo”. Però –zzz”.

«Beresheet terzo? Pronto?»

Le comunicazioni erano saltate. Avveniva spesso, con tutti quei detriti intorno al pianeta.

Il capitano prese quindi in mano la situazione. Era stufo di aspettare. Per soddisfare la sua curiosità era divenuta astronauta. Diede ordine all’equipaggio di allontanarsi, spense le comunicazioni e si avviò al reperto.

Era lì, davanti alla navicella, un monolite ferroso. Sembrava costruita per lei, questo perché, malgrado fosse una struttura aliena, ne era facilmente intuibile la costituzione.

Armeggiò timidamente per un po’, attenta ad ogni mossa. Aprì, smontò, ripulì dalla polvere.

Poi trovò qualcosa: un contenitore.

Smontò l’impianto, e con estrema cura lo prelevò.

Aprì lo scrigno metallico, dal cui interno fuoriuscì un debole bagliore: tantissimi dischetti lucidi erano al suo interno, ognuno con tante piccolissime scritte sopra.

Era quello un tesoro? Un premio? Cos’era?

Il capitano sentiva che era importante.

Danjehla prese tutto e lo portò con sé alla nave, dove l’equipaggio l’attendeva.

«Lasciate dei campioni lunari qui, fate spazio per questo» disse. Poi si mise in contatto con l’orbiter, e una volta ripristinato il contatto con la base, e informata questa a metà degli eventi, iniziarono le operazioni per il rientro.

Passarono anni, e Danjehla più che astronauta si sentiva archeologa.

La risposta era là fuori alla fine.

Al’bert scrisse la relazione finale, e Danjehla la supervisionò e revisionò.

“Duemilanovecentosettasette anni prima del presente l’uomo già esisteva e aveva sviluppato una tecnologia così avanzata da poter già interagire abbondantemente con lo spazio.

Aveva un programma spaziale molto complesso e avanzato, tanto da poter lasciare tracce di sé per i posteri su altri pianeti.

I detriti suborbitali sono i resti di migliaia di satelliti.

Grazie alla codifica dei trenta dischi di nichel rinvenuti sulla Luna, contenente una mole di informazioni come mai immaginata possibile prima, con più di quarantamilioni di pagine di un archivio immateriale – la cui nostra tecnologia attuale non riesce ancora a supportare tutta, ma sappiamo sia possibile – abbiamo ottenuto grandi informazioni sul mondo passato, e sono iniziate molte ricerche. Grazie ai Dati Lunari sapevamo dove cercare. C’era una logica nelle rovine sparse ovunque.

Recenti avvenimenti archeologici e tecno-archeologici di un gruppo di ricercatori in un luogo chiamato Tokyo, hanno rinvenuto, in luoghi d’abbandono, dati e tecnologie mai scoperte prima, che unite alla mole di informazioni sospese in un luogo virtuale chiamato Internet – ne abbiamo ottenuto accesso grazie ai dischi; non tutta la struttura era intatta, ma molte aree, con sorgente ignota, erano ancora in funzione – ci hanno fornito la storia precedente all’Anno Zero.

In particolare, dati dei contemporanei (tradotti grazie alle istruzioni sulle lingue antiche sui Dati Lunari) sono molto illuminanti: “la Terza Guerra Satellitare ha mandato fuori uso le comunicazioni! Il Blocco Occidentale attacca il Blocco Oceanico: come andrà a finire, troveremo la pace, o ci autodistruggeremo?”

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Commenti

  1. Giuseppe Gallato

    Racconto scritto benissimo e farcito di notevoli dati “pseudo storici” tali da rendere la vicenda piuttosto verosimile. Quoto le parole di Tony sul fatto che potresti idearci qualcosa di più ampio. Sì, magari una serie. 🙂

    1. Roberto Gargiulo Post author

      Grazie!!🙏🙏
      Sono stato occupato con altre storie (tra cui una a cui tengo molto ma che ancora non è stata pubblicata), ma sono già al lavoro sul progetto!
      Non vedo l’ora che possa essere letto 😁

  2. Antonino Trovato

    Ciao Roberto, questo libriCK non può finire così, è più logico mutarlo in incipit per una serie sci-fi, o magari reimpostare il lavoro, approfondendo i vari aspetti, alla scoperta di un mondo futuristico lontano da noi e di un passato tutto da decifrare, come anche approfondire ciò che è accaduto prima dell’anno zero. Hai ben descritto le varie scene che riguardano l’avventura spaziale, i nomi scelti mi sono piaciuti, e mi hai coinvolto soprattutto nella scoperta dei reperti, visto che sono un appassionato di antiche civiltà. È solo un mio parere, ma credo dovresti farne una serie, perché la mia curiosità è rimasta smorzata😁! Alla prossima😁!

    1. Roberto Gargiulo Post author

      Grazie Antonio per il bellissimo commento! Sono felice ti sia piaciuto. Nella stesura di questa storia ho speso molto tempo ad ideare un background solido che potesse rendere realistico l’avvenimento, e spero sia coerente. Come spesso accade però, molto è stato ideato ma non inserito (sono esattamente 1500 parole!), quindi l’idea di un ampliamento aveva sfiorato anche me.
      Il tuo commento mi è stato rivelatore, e potrei rimettere mano alle bozze scartate. Nel caso non trasformerò questo librick in una serie, perché per me ha un significato isolato, però potrebbe essere l’incipit (come hai suggerito) di una serie, o addirittura qualcosa di più articolato.
      Ti ringrazio ancora tantissimo per il commento (e la segnalazione dell’errore di battitura 😅), e spero tu possa ancora trovare questo entusiasmo nelle prossime storie che pubblicherò 🙏