Cremor Tartaro- come tornare leggeri

La sofferenza per la fine della mia relazione l’avrei smaltita in balcone che quell’anno dava vita a gigliole, mostri e garbi (fiori completamente inventati, per un’assoluta necessità di ricreare lo spazio intorno, distrutto dalle ultime vicissitudini). Un giorno, una cuoca fece in tv una torta col cremor tartaro, un ingrediente che renderebbe tutto più leggero e io decisi che avrei assistito muta ai circoli di chiacchiere degli amici aspettando che il dolore passasse e tornassi leggera come quella torta. Avrei anche trascritto ciò che mi rendeva felice, evitandomi lo strazio di capirmi di nuovo. Iniziai con – il caldo, l’avocado, la dolce sensazione che quello dava alle giunture pesantemente provate dalle storie di casa, quando si alzava troppo la voce – e poi -il bar alle sei con Silvia. Solo un caffè al mattino per poi leggere, mettermi un cappotto e uscire – 

La tv era da evitare a mezzogiorno: seccava la pelle.

1. Guardare i film come quando si era piccoli

Avrei guardato i film come li guardavo da piccola. Raggiungendo gli altri sul divano, lasciandomi entrare dentro le immagini della televisione, il pane con la crema della cena.  Nulla che facesse male quelle sere, l’amore al suo più alto grado empiva le stanze come la storia secondo cui le lucciole sarebbero giunte finalmente.
 -Si raggruppano in viperaio. Troviamoci tutti lì stasera, verso le 9 e mezza- diceva il vicino. Gli altri acconsentivano, ritardando un poco la venuta perché era quello che sembrava richiedere a tutti il sole quell’anno: ritardare. Persino le lucciole potevano aspettare.


2. Cercare l’uomo sul modello dell’albero

Da bambina a Palermo, venivo portata ai giardini inglesi dove erano state le grosse vene-radici di uno speciale baobab urbano a dare la forma all’uomo che avrei voluto per me: turbolento in cima e solido alla base. Tornai a casa con un gelato in una mano e quella di un parente nell’altra ma sapevo che per via di quella scelta solenne fatta di fronte alla natura, quello era il mio ultimo giorno da bambina che festeggiai scorrazzando forte. Ora che quell’uomo l’avevo avuto e perso alla velocità di un banco di pesci disturbato da un sasso, miravo solo alla mia guarigione, a quando mi avrebbe lasciato il pallore. Monitoravo gli alluci che mi illudevo veder cambiati di forma e parlarmi di forze nuove cresciute in me, oscure, come di chiesa.

3. Prendere seriamente i giochi d’infanzia

– Madre, ti ricordi quando parlavo un’altra lingua? Salutavo le persone che guidavano dietro di noi con il gesto della mano “destrasinistra” mentre tu e papà discutevate. D’estate conduceva con una mano sola e con l’altra ti spiegava le cose. Fendeva le mani davanti a sé come vi fossero lenzuoli o carta da pacchi spiegazzata da distendere. Si allenava forse per i regali di Natale che avevate già comprato per noi e che avreste posizionato in fretta sotto l’albero. Avreste fatto la solita battuta sulla nonna che anche quell’anno non avrebbe riposto l’albero nel suo canto ma ripiegato nei suoi rami come un cadavere da resuscitare l’anno dopo. Era questa una puntuale tradizione tanto quanto il lattebbiscotti per ringraziare il Babbo per essersi ficcato dentro al camino per noi. Mi ricordo quando mi portavi nei boschi…volevo dire nei negozi. Ci addentravamo come aliene, mi provavi le cose addosso, sui seni mi poggiavi le magliette e io non sentivo mie né le une né le altre. Mi chiamavi stampella e la tua unica preoccupazione era lo sguardo della commessa su di me da quando ero dimagrita di nuovo. Credo che quelli fossero soltanto i tuoi occhi ma non dicevo niente perché l’ora dopopranzo metteva in crisi entrambe per l’eccesso di zucchero nello stomaco e poi sapevo che la sera sarebbe stata bella, ci aspettava qualcosa di bello da fare, da dire, un ottimo film da vedere. Quelle sere passate insieme erano di lunghezza straordinaria, cose che a Parigi ora mi sogno. Sempre appresso ai treni, mi stiracchio le gengive con lo spazzolino, la giacca, trituro il trucco sul viso ed è strano come quei gesti mi stremino e rallegrino insieme.
 Giocavo sempre con i tuoi gioielli insieme al ciondolo che si apriva per contenere qualcosa, una foto. Il tuo non conteneva niente e non capivo perché. Le cose che ci appartengono sono tutte all’inizio.
 I momenti come quelli della mano “destrasinistra” sono quelli in cui si decide cosa fare della propria vita. Se nelle foto si salta, bisognerebbe prendere quel salto e lavorarlo come un vaso fino a farlo diventare il nostro cavallo di battaglia in qualità di ballerini o atleti o saltatori o qualunque altra cosa che la parola « salto » contenga. Quando si decide di sviluppare ciò che è l’indiscusso protagonista delle foto si spalancano tutte le porte affinché si possa terminare la propria missione fino al suo compimento.
 Io proseguii il gioco di parlar straniero trasferendomi in Francia dove facevo jogging con la mia vicina di casa, Emilia che chiamava il mio marsupio “sacoche”. Un giorno si dimenticò di ridarmelo e quando mi disse di andarlo a riprendere sentii la tua voce tuonare – dovrebbe essere lei a riportartelo! –. È bello sfidare i dogmi dell’educazione ricevuta: bruciati emanano un fumo strano che sa di pepe e cenerentola.

4. Osservare le spose

Sognai pini sardi imbevuti a metà nell’acqua. Mezzi morti sembravano non guardarmi o lo facevano con un’espressione di indifferenza, dovuta alle palpebre un po’ abbassate. Niente della giocosità del panorama sardo come lo ricordavo dalle vacanze. Quegli alberi che avevano alzato e abbassato tante volte le loro chiome per me, reso più intrigante il mio passaggio sotto e creato intermittenze negli sguardi che lanciavo, nel sogno erano inermi. Intorno il cataclisma. Oggi Alessia si sposa e la sua macchina è bellissima. Verde albero, entra dal cancello da cui ho sempre visto entrare cose mediocri, strane, rosse. Da lì io e i condomini con cui avevo osservato le lucciole, avevamo messo sacchi dell’immondizia sotto al sedere per scivolare sulla neve. Alessia guarda l’auto con una specie di arroganza nel viso che in verità non nuoce a nessuno. Tutti i condomini guardano lei poi la macchina poi di nuovo lei sentendo montare nei cuori una strana rabbia, proveniente da antri sconosciuti: venivano spazzati via come un ventaglio i loro slittini, le immagini di quel bel mattino, come le locandine a cui il vento strappa il vestito.

5. Passare del tempo sotto i carrubi

San Vito era il paese delle carrube in caduta libera. Ce n’erano milioni incastrate tra i ciottoli coperti dalla calce in cui avevo sentito dire che venivano infilati i mafiosi pentiti. Potevo stare ore sotto al carrubo, incuriosita dallo strano prodigio per cui il vento lì sotto è più fresco che altrove. In Francia le macedonie non sono quelle a base di frutta ma le insalate russe come le preparava la nonna. Quelle che, se la tavola imbandita fosse una testa piena di pensieri, rappresenterebbero quelli meno utili. Odiavo la frenesia dei pasti a San Vito e che la cura della preparazione fosse seguita da una tale fretta.
In quei momenti sognavo di andare a giocare in cortile, tra i carrubi incastrati con il personaggio inventato da me e Giulia che si chiamava Rebecca: giovane ladra che rubava cose luccicanti come una gazza e che aveva il sembiante di un cartone che piaceva a entrambe. Rebecca era fulva, slanciata, strizzata in una tutina nera che però non era sexy.

6. Vestire di velo e vento alle feste

Per le feste il sorriso era al viso e il vestito al corpo e si assaggiavano sempre due tipi di melone. Di feste ve ne erano state molte ma la mia preferita era quella in cui avevo portato il vestito di velo e vento e gli orecchini di mia madre, convinta così di piacere agli uomini più grandi di me che non avrebbero notato, grazie a quei gingilli, i 50 anni di differenza. Mio zio aveva suonato la fisarmonica e la sua musica da quel giorno si ristabiliva nella mia testa in ogni momento di gioia. Mia nonna rispondeva ai ringraziamenti per le sue macedonie aprendosi in un gran sorriso e rivelando il rossetto finitole sui denti. Quello, mischiato al sugo delle arancine le sarebbe finito nello stomaco.

7. Couper les ponts

L’ultima cosa da fare per tornare leggeri era lasciare casa.
 Non ripensare a mia madre davanti al cancello in cui la macchina di Alessia era entrata, dove ero scivolata con i vicini su speciali slittini, dove avevo visto per la prima volta le lucciole.
 Avrei dovuto anche iniziare a fare le cose di getto perché era sotto la freschezza delle cose e dei carrubi che mi ritrovavo meglio. Le ultime indicazioni riguardavano l’agire nei momenti di disimpegno della gogna, non appena lei non guarda, quando si beve il the con le amiche o si fissa il prato. Non credere alla stanchezza che si prova: è proprio quello l’orario perfetto per le cose più difficili, per liberarsi dei pesi del cuore. Che la posizione della luce sia sbilenca, soffusa e calda la sua luce.
 Spegni quella vicino al registratore e accendi quella vicino all’armadio. Ecco, così. 

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