Dall’altra parte del mondo

La bambina contava i passi necessari a percorrere tutto il basso muretto che cingeva l’aiuola fiorita del giardino. Voleva vedere se erano pari o dispari. Metteva un piede davanti l’altro, con molta cura, sfiorando con il tallone del piede destro la punta del sinistro. Procedeva su un filo immaginario, diritto e sottile. Si manteneva in equilibrio allargando le braccia, come un funambolo.

Se i passi fossero stati pari i suoi genitori avrebbero smesso di litigare. Se fossero stati dispari allora avrebbero continuato, anche quel giorno, come ogni giorno. Ancora per chissà quanto tempo. Forse una di quelle volte in cui il papà andava via sbattendo la porta poi non sarebbe più tornato. Forse la mamma e il papà non sarebbero stati più insieme, com’era capitato a quella sua amica che adesso viveva in un altro quartiere della città.

Questo pensiero era molto pesante per il cuore della bambina e allora ricominciava a contare i fiori dell’aiuola o le finestre della casa di fronte, o i rami del grande albero con il tronco rugoso e scuro che c’era nel giardino. Poi raccoglieva i petali di rosa caduti a terra, sotto il piccolo arco di metallo dove la pianta si arrampicava. Parevano piccoli corpi vivi, rossi come il sangue. Ma toccandoli sui polpastrelli erano levigati e teneri come il velluto. Pensò che dovesse essere così, toccare con le mani il cuore di qualcuno.

La bambina divenne più grande. Studiava molto. Non per la scuola, ma per riempire i vuoti nella testa, che non si imbottissero sempre di domande, di ipotesi, di dubbi, di spiegazioni. Di possibilità. Quello era molto stancante.

Invece studiare la riposava, e anche leggere. I libri avevano cose da dire, e le dicevano sottovoce, nel silenzio e nella penombra della stanza nelle sere d’inverno, oppure su una panchina del parco, nei pomeriggi di inizio estate, quando l’odore morbido e buono dell’erba appena tagliata parlava di vacanze dalla scuola, di maniche corte sulle braccia pallide. Di tramonti rossi, d’arancio e d’oro, di ricordi di un altro tempo. Ricordi di un posto vero ma lontano, luminoso e profumato di mare.

Avrebbe potuto sottolinearli i suoi libri, o maltrattarne la rilegatura o lasciarli ad impolverare per giorni e giorni. Avrebbe potuto criticarli in cuor suo, dicendo che il contenuto non era buono, il linguaggio scialbo, la carta troppo lucida, la copertina poco colorata.

Nessuno si sarebbe offeso, nessun libro sarebbe andato via sbattendo la porta. Sarebbero rimasti seduti sullo scaffale o poggiati sulla scrivania, uno sopra l’altro, con un lieve sorriso, aspettando. Non si sarebbe offeso Joyce di stare accanto a Brown o a Mafalda.

La bambina pensava che i libri si conoscessero tutti tra loro, che fossero amici nel profondo e stessero bene insieme. La copertina morbida o rigida, saggi o fumetti, grandi volumi o piccoli opuscoli, tutti.

La bambina prese l’aspetto di una ragazza e crebbe pensando che stare sola con i suoi libri fosse la strada per una vita tranquilla, con pochi dolori. Presto prese un appartamento per conto suo, dove nessuno alzava la voce o sbatteva la porta, e leggeva.

Usciva con gli amici e le amiche e con il tempo capitò che essi si sposassero, che avessero dei figli. Questo la rallegrava ma si sorprendeva a contare, a volte, le briciole sulla tavola, o i cappotti sull’attaccapanni, o i decori di una mattonella, per verificare che non fossero dispari. Per essere certa che quella coppia di cari amici non litigasse.

Gli uomini provavano sempre ad uscire con la ragazza perché era molto bella. Qualche volta lei diceva sì ed era gentile, qualche volta dormiva con loro. Ma non aveva quello che cercavano. Compagnia e parole giuste e altro tempo da passare insieme. Quello lo teneva da parte forse per i suoi libri o per gli amici o per sé. O per qualcuno che non c’era.

Lavorava molto, perché anche quello era un buon sistema per riempire i vuoti nella testa, che non si riempissero sempre di domande, di ipotesi, di dubbi, di spiegazioni e di possibilità. La ragazza era molto brava nel suo lavoro e con l’andare degli anni prese l’aspetto di una donna.

I suoi genitori si ammalarono di vecchiaia. Non gridavano più ora e passavano molto del loro tempo insieme. Suo padre aveva ripreso l’abitudine di prendere la madre per mano e di guardare bene prima di attraversare la strada. Sua madre gli aggiustava il bavero del cappotto o la sciarpa calda bene sul collo e sulla gola, che non gli venisse il raffreddore.

Ogni pomeriggio alla stessa ora bevevano un thè, a volte sorridevano. La giovane donna si chiese perché avessero litigato tanto, prima, quando lei era bambina. E quale fosse stata la volta che, trovando pari le mattonelle, o i fiori nel vaso, o le patatine nel piatto, li avesse fatti smettere di litigare. Ma era contenta di vederli così, di vedere che avevano ancora tempo.

La giovane donna iniziò a chiedersi dove fosse la persona che aveva con sé la metà del suo tempo. L’altra metà dei discorsi che avrebbe voluto fare, la risposta alle sue domande, il contenuto delle sue possibilità.

Si mise in testa che fosse all’altro capo dell’universo, esattamente tra lei e il centro di tutto. In ogni momento, qualsiasi movimento la donna facesse, vi era un cuore rosso come i petali delle rose che si muoveva nello stesso modo, come se il centro del mondo fosse uno specchio.

Un nucleo incandescente e insuperabile al centro della terra, profondità non percorribili li dividevano. Una danza identica e speculare sulla superficie del mondo, nelle sue due parti più lontane, li teneva lontani.

Qualsiasi movimento avesse fatto per raggiungerlo, ora ne era certa, egli lo avrebbe fatto uguale e contrario. Non sapeva che il campo magnetico che li teneva lontani era fatto dalle onde della paura di avvicinarsi.

Si rassegnò a questa lontananza e divenne triste. Anche i suoi libri la guardavano malinconici ormai dallo scaffale, perché avrebbero voluto che ella parlasse di loro a lui, a quello dall’altra parte. Perché non solo il suo tempo, ma anche i suoi pensieri e le sue parole, si rese conto sempre di più, erano sue.

Una mattina camminava verso la casa dei suoi genitori. Notò quanto la sua ombra fosse più diritta di quella delle altre persone, degli alberi intorno. Si convinse che venisse dall’altra metà della terra, che fosse l’ombra di lui che traspariva attraverso il mondo.

Bianco e nero, acqua e vento, sole e pioggia. Allora forse davvero non si sarebbero incontrati mai.

Quando pensava questo, un senso di indicibile malinconia la prendeva e nulla aveva più senso. Il suo lavoro divenne noioso, i libri le sembravano banali o già letti, non ascoltava più le parole degli amici.

Una mattina portò la spesa ai suoi genitori. La casa era silenziosa. In ordine perfetto.

C’era un profumo buono nell’aria, di panni stirati o di thè caldo o di cera sul legno lucido del pavimento.

La giovane donna li trovò. Solo il loro corpo era rimasto nella casa profumata. Si davano la mano, come quando attraversavano la strada.

Pianse tutta l’acqua del cielo dai suoi occhi, e poi tutta quella del mare e si chiese se avessero ancora tempo, i suoi genitori, da qualche parte, per stare insieme.

Dall’altra parte del mondo qualcuno stava guardando la sua stessa ombra e la trovava troppo dritta rispetto a quella degli alberi e delle persone intorno. Quella persona sentì nel suo cuore un forte dolore improvviso, al centro del petto. Ebbe la sensazione che non avesse ragione o contenuto quel dolore, come se lo sentisse lui per sbaglio, perché era destinato a qualcun altro. Qualcuno che però gli apparteneva, proprio come quella strana ombra che lo seguiva dappertutto.

Così pensando, la guardò. Ne osservò la forma e si rese conto che non replicava affatto quella del suo corpo. Era più piccola, più sottile.

Iniziò a camminare, cercando di non perderla mia di vista. Attraversò i mari e le pianure, i deserti e le montagne. Più camminava più quel dolore si faceva forte, più quell’ombra diventava lunga, e diversa dalla forma che egli attribuiva al suo corpo. Continuò a camminare. Non si pose molte domande né dubbi, né vagliò possibilità. Sentiva di doversi avvicinare ancora.

Arrivò un giorno che vide da lontano una bambina che aveva l’aspetto di una donna. Era seduta su una panchina, e accarezzava il petalo di una rosa. Era bellissima, ma sembrava triste e capì che quello era il centro del suo dolore. Come poteva un dolore senza ragione scuotere lui ma abitare nel cuore di qualcun altro?

Se lo chiese un istante, ma poi capì che era finito il tempo dei vuoti nella testa, che si riempivano di domande, ipotesi, dubbi, spiegazioni e possibilità.

Le loro ombre si incontrarono e ne formarono una sola sull’erba.

Sperarono di avere molto tempo, e parole, e pensieri da regalarsi. Quando si presero per mano, il dolore della bambina con l’aspetto di una donna divenne una farfalla e volò via, a giocare tra i fiori. 

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Commenti

  1. Giuseppe Gallato

    “Quando si presero per mano, il dolore della bambina con l’aspetto di una donna divenne una farfalla e volò via, a giocare tra i fiori.”… i brividi!
    Isabella, sei riuscita a emozionarmi veramente, veramente tanto! Che prosa, che stile… che cuore! Sinceri complimenti! 🙂

  2. Loredana Conti

    ma santo cielo… incuriosita da te, visto il tuo commento, sono venuta a cercarti. È il tuo primo racconto che leggo, e l’ho chiuso con un sorriso e un nodo in gola (sono in ufficio, non posso permettermi lacrime).
    Fantastica

    1. Isabella Bignozzi Post author

      Grazie Loredana! Felicissima di esserti piaciuta e ti averti comunicato qualcosa. Ancora più felice di averti trovata come autrice! A rileggerci presto 🙂

  3. Tiziano Pitisci

    Isabella, sono passati diversi giorni dalla pubblicazione di questo librick e finalmente trovo il tempo e il piacere di leggerlo. Di questo racconto ho apprezzato l’estensione della linea temporale (una vita intera!) e alcuni dettagli ricercatissimi, come il tic di contare tutto o la ricerca romantica

    1. Tiziano Pitisci

      [mi è scappato il dito, scusa] dicevo mi è piaciuto il rapporto di amicizia con i libri e la ricerca romantica della propria metà; la creazione di un ciclo che si chiude; mi è piaciuto come sempre il tuo tocco stilistico.

    2. Isabella Bignozzi Post author

      Ciao Tiziano 🙂
      Grazie di avermi letto. Questo è in effetti il mio personalissimo modo di vivere i libri e l’amore e l’ho voluto condividere attraverso un racconto. Felicissima che ti sia piaciuto!

    1. Isabella Bignozzi Post author

      Grazie Nicola! Mi fai felice 🙂 anche il fatto che si legga con facilità è molto importante per me!!

    1. Isabella Bignozzi Post author

      Grazie Giacomo del tuo commento carino e generoso, sei molto gentile. Felicissima che ti sia piaciuto!

  4. Marta Borroni

    “all’altro capo dell’universo, esattamente tra lei e il centro di tutto”

    Una frase che ho particolarmente apprezzato dentro il racconto perchè fa capire perfettamente la distanza che si ha nel sapere che siamo destinati a qualcuno e che quel qualcuno, se esiste, è sempre troppo lontano dal nostro adesso, dalla nostra città, da ciò che noi chiamiamo casa e che proprio per questo vorremmo condividere con quell’ombra di cui tu hai scritto.
    L’ho trovato un racconto delicatissimo, anche quando, con una semplicità disarmante, narri le varie fasi di tristezza di questa bambina/donna.
    La seconda parte si arricchisce ancora di più di dettagli e descrizioni e diventa capolavoro di narrazione, mi è piaciuto molto, bravissima!

    1. Isabella Bignozzi Post author

      Grazie Marta di avermi letta e del tuo commento come sempre sensibile e attento. Sono davvero contenta che ti sia piaciuto e le parole “semplicità” e “delicatissimo” che hai usato per commentarmi mi rendono particolarmente felice perchè era esattamente la sensazione che volevo dare. Grazie 🙂