Danza Macabra (Parte II)

Serie: La Dannazione dei Corvi


Nel frattempo, Isole di Itenia, Sottile Canto

A ovest della città si imponeva un’alta collina che agli occhi dei romantici e degli artisti, nelle notti di lune nuove, pareva mutare nelle vesti di una terrificante, immane creatura proveniente dai più profondi recessi delle paure umane. Capace di inghiottire ogni cosa. Il giorno dissolveva l’orrida suggestione delle tenebre, pennellando il profilo ondulato di erba secca ricavandone una criniera dorata che si accendeva di rosso negli ultimi spasmi del crepuscolo. Eccetto quel giorno. L’abietta creatura permase ricoperta da seimila scaglie scintillanti di spade e scudi, lance e destrieri, sventolando il vessillo di una città straniera: Porto di Montagna, Città-Madre di Neapis, Regione Meridionale del regno di Orsilia.

Dalla punta dell’esercito, un giovane ragazzo, Ghidon, scrutava lo scenario della sua prima battaglia. Lo sguardo oltrepassò le basse mure di sassi e calce antica fino alle case più esterne, scorrendo l’occhio sulle tegole di terracotta sfumate nel colore delle ossa dalle estati senza fine.

Le vesti di cuoio indurito del soldato a stento proteggevano il busto, ghermendo tutto il calore dell’anello infuocato che sbirciava il mondo da dietro le vaste pianure aldilà della città. La sgradevole irritazione del sudore si faceva insopportabile. Il gioiello dell’inferno, cosi chiamavano l’isola, mercanti e avventurieri, un soprannome che rendeva pienamente giustizia all’isola, eppure ciò non impedì al ragazzo di sperare lo stesso nella clemenza dell’autunno.

Palesemente mal riposta, lo ammetto.

E sotto il manto di calore, Ghidon scorgeva con timore l’unico ostacolo tra loro è la città, un confine invalicabile di ottomila uomini, giù, nella vasta distesa di nuda terra limosa: notando due piccoli punti distaccarsi dal resto dell’esercito nemico avvicinandosi a cavallo rivelando due figure singolari. Un nobile dalla vistosa armatura argentata incorniciata da finiture che rifulgevano d’oro sotto i violenti spasmi del cielo terso, l’ideale per la storia di un bardo, e il suo seguito; una possente sagoma al cui confronto lo faceva sembrare uno stuzzichino infiocchettato, mostrando gusti più sobri e pratici: spallacci e busto in bronzo, gli avambracci, spessi come tronchi, si chiudevano in bracciali ad anelli e le gambe inguainate in schiniere di ferro. Ma l’attenzione di Ghidon ricadde tutta sull’elmo. Un foro, uno soltanto sull’occhio destro spezzato da un taglio non contemplato dalla forgiatura, e un ciuffo sulla testa bagnato d’ambra come il mantello che avvolgeva l’uomo.

Seguendo il codice militare, il Primo Capitano gli andò incontro con il proprio vice, e fu allora che l’uomo d’argento e d’oro scoprì i giovani lineamenti dalla pelle abbrunata, scostando la folta chioma castagna che evocava l’immagine di un fiero destriero puro sangue.

«Assurdo, avrà a stento qualche anno in più a noi.» commentò Ozen da dietro il ragazzo, domandandosi: «E poi perché sono sempre più belli di me sti ricconi?»

«L’autorità non ha età se sei un nobile» spiegò Ghidon «E comunque, perfino la merda sotto lo stivale di Grud ha più fascino di te.»

I compagni scoppiarono in una fragorosa risata con Grud che imprecava strusciando lo stivale sul terreno.

Tuttavia il nostro soldato non poté fare a meno di guardare l’incontro con segreta riflessione, ripensando alle parole dette prima: L’autorità non ha età se sei un nobile. Poteva esserci lui al posto del Primo, da pari a pari con il nobiluomo, se solo…Il pensiero morì in un improvviso scuotere dalla spalla, trovandovi sopra la mano di Ozen «Ti dispiacerebbe scansarti un po’?»

«Vuoi che ti prenda sulle spalle?» offrì all’amico che finse una risata «Ha parlato la montagna.»

«Chi è che sta guardando la schiena di chi?»

«Oggi sei più simpatico del solito, lo sai?»

Ghidon ridacchiando si spostò quanto bastava per non ostacolargli la visuale.

Intanto, le voci del capitano e del nobile li raggiungevano come sussurri dalle parole sbiadite dalla lontananza.

«Cosa si staranno dicendo?» chiese il ragazzo all’amico asciugandosi il collo con la manica logora.

«Probabilmente il belloccio ci starà dando, nella sua misericordia, la possibilità di ritirarci. E a sua volta il Primo Capitano gli starà concedendo, nella sua di misericordia, la possibilità di arrendersi. Questo o pompose cavallerie simili.»

Poco dopo, il condottiero nemico si allontanò con aria offesa, ed entrambe le parti ritornarono dai rispettivi eserciti.

«Ci siamo.» disse Ghidon, buttando via un forte sospiro come a tentare di gettar via l’ansia.

«Serrate le fila!» tuonò il Primo cedendo subito dopo un breve discorso di incoraggiamento, cavalcando lentamente da una parte e l’altra della prima fila. Il ragazzo non udì neppure una parola. Troppo preso dagli ottomila uomini che lo attendevano all’orizzonte della vita. La coscienza stava finalmente prendendo atto del pericolo a cui andava incontro.

Un tempo qualcuno gli raccontò che L’avanguardia è come la punta di una spada che spiana la strada fino al cuore del nemico. E su di essa che la morte dedica un occhio di riguardo. I primi a colpire, i primi a cadere. La consapevolezza di quelle parole gli attraversò le membra. Desiderò di fuggire via con il sole alle spalle attraversando il fiume che si celava dietro la collina, e dopo ancora le campagne coperte di velo bianco dalla bambagia dei fiocchi di cotone che circondavano le capanne d’argilla abbandonate; per ritrovarsi davanti alle acque spiumose del Mar Itianico che levigavano, onde su onde, le centinaia di pietre e pietruzze sparse sulla sabbia. Lì, sulle scure rive, si innalzavano possenti galeoni dalle cui schiene spuntavano alberi maestri che sembravano trafiggere il tetto del mondo, con i marinai muoversi nelle anguste vene delle navi impregnate di un odore salmastro mischiato all’alcol. Immagini che svanirono in un battito di palpebre. Ghidon se ne vergognò. Conosceva i rischi, da sempre, ancor prima di diventare un soldato abbandonando tutto e tutti per farsi strada con la sola forza della sua spada. Convinto sarebbe bastato per affrontare il crudele mondo che ora lo attendeva a fauci aperte.

Ora ogni certezza si incrinava, i dubbi si insinuavano come serpi involgendo le viscere fino a stringerle sotto le proprie squame. E non era solo. I volti dei compagni si erano fatti rigidi e inespressivi, privati di ogni emozione. Maschere di carne incapaci di celare il dilatarsi delle pupille, i respiri profondi e lenti e lo sfregolio delle mani callose che si chiudevano nelle else in prese tanto strette da arrossare le dita. 

«Perché diavolo mi sono arruolato?» E c’era Ozen, completamente divorato dal terrore, senza neppure provare a nasconderlo. Strano a dirsi, il vederlo cosi diede adito alla calma in Ghidon «Se rammento bene c’era di mezzo una forca.» gli ricordò voltando appena la testa.

«Lì per lì pareva una buona idea. Quasi la rimpiango. Quasi. Te invece?»

«Le quattrocentotrentatré lire d’argento e ottanta di bronzo. Abbastanza per divertirsi tra birra e donne per un mese.»

«Birra e donne? Che spreco.» disdegnò Ozen ad alta voce, attirando l’attenzione di chi avevano attorno «Birra, donne e gioco d’azzardo. Così investi pure.»

Un sorriso si allineo sui volti dei due fino a sfociare in fragorose risate contagiando tutti gli altri, sia coetanei che veterani, dimenticando per un attimo il cruento fato che li attendeva a sessantasette passi davanti a loro. Attimo che si estinse nel ruggito dei corni da guerra al cui richiamo l’abietta creatura prese vita, discendendo la collina solcando il folto giallo tra lo scuotere della terra e gli urli di battaglia. Ma i volti dei soldati apparivano diversi. Senza maschere, senza angosce e pentimenti. Solo uomini pronti ad affrontare l’ignoto destino del ferro, qualunque esso fosse.

Dall’ombra del confine umano, centinaia e centinaia di frecce furono scagliate contro il cielo discendendo sulla cresta della nera bestia infrangendosi sugli scudi dell’avanguardia che avanzava tra una scoccata e l’altra. 

Tutto cadde in un’oscurità artificiale. Il rumore picchiante della fatale pioggia sferzava l’udito e ogni passo poneva un quesito alla morte. Pochi furono i caduti, troppi gli addì mancati.

Al contempo il paesaggio mutava, la folta erba si abbassava rimpiazzata poi del tutto da nuda terra argillosa al cui passaggio umano la polvere si innalzò in fitte nuvole sporche.

Ghidon, improvvisamente, sentì un bruciore pungente appena sopra il ginocchio, e un denso calore scivolava lungo la gamba. Inutile dire cos’era, inutile dargli importanza. Doveva concentrarsi solo su ciò che aveva davanti, altrimenti avrebbe messo a rischio se stesso e chi gli stava intorno.

Le sagome del confine umano diventavano sempre più dettagliate, destando l’espressione basita del ragazzo.

«Perché diavolo sono mezzi nudi?!»

Uomini alti, possenti, neri come querce bruciate dalle fiamme senza alcuna protezione dal bacino in su eccetto uno spallaccio sul lato sinistro; sorreggendo enormi scudi rettangolari di legno conficcati nel terreno. Altro che confine umano, si trattava di un vero e proprio muro vivente.

«Come faremo a farci strada?» Ghidon quasi dovette gridare per farsi sentire nel frastuono dei becchi ferrosi.

«L’offerta di prima è ancora valida?» Gli domandò Ozen, lasciandolo per un attimo interdetto, finché le labbra non formarono un piccolo ghigno di reciproca complicità. «Sei un uomo di merda, lo sai vero?»  

Di colpo la pioggia fatale cessò lasciando le luci del giorno scintillare sui dischi di bronzo trafitti dalle frecce. Il silenzio e la pace che ne seguì recò con sé un eloquente messaggio che trasparì nella potente voce del Primo Capitano: «Attaccate!»

Serie: La Dannazione dei Corvi


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Discussioni

  1. Hai descritto così bene le scene che per tutti i cinque minuti della lettura mi sono ritrovato catapultato in quel terrificante campo di battaglia! Un plauso alle descrizioni, soprattutto per quanto riguarda Sottile Canto… davvero evocativa. Anche quel breve intermezzo sul valore delle monete, lo scambio di battute tra i personaggi, ci stava tantissimo. Sinceri complimenti! 🙂

    1. Grazie Giuseppe, l’apprezzamento sui dialoghi tra Ghidon e Ozen era quello che speravo di più. Ti attendo per la terza puntata! 😉

  2. Ciao Daniele, hai ritratto uno scenario stupendo, in cui le tue descrizioni assomigliano a precisi colpi di pennello macchiate dall’onda furibonda della battaglia, ottimamente caratterizzata. Ho adorato davvero ogni singola e precisa raffigurazione, suggestive e affascinanti, e nei dialoghi traspare la voglia di celare, anche solo per un istante, il pericolo incombente attraverso una mirabile ironia. Insomma, episodio mozzafiatante, e attendo ovviamente il prossimo?!

    1. Grz Dario del bel complimento, e spero che nel seguire questa serie la tua convinzione si radichi ancor di più

  3. Ciao Daniele. Mi è piaciuta la scelta di dare un volto agli agnelli sacrificabili: ogni guerra ne ha, fungono da carne da macello per assicurare la gloria ai loro capitani. Mi chiedo ancora lo scopo di questa e se alla fine sarà veramente la fazione di Ghidon a primeggiare oppure ignara protagonista delle trame del Viceré. Quello di Ghidon da intendere d’essere uno dei personaggi principali, ma non si può mai dire… ?

    1. Grazie sempre di seguire i miei racconti Micol e dici bene sugli agnelli sacrificali. Volevo mostrare qualcosa che ti solito si tende a ignorare in queste scene di battaglia. Per quanto riguarda il destino di Ghidon,,,chissà XD