Danza Macabra (Parte III)

Serie: La Dannazione dei Corvi

Pochi granelli di clessidra, pochi ancora e si sarebbero scontrati contro la muraglia vivente. Un miscuglio inebriante di paura ed eccitazione fluiva nelle vene di Ghidon, pompando il cuore cosi forte da occupare ogni altro rumore.

Proprio al cadere dell’ultimo granello, delle lunghe lance fuoriuscirono dalle mura viventi sfruttando i piccoli spazi lasciati tra uno scudo e l’altro. Rapide, precise e fatali trapassarono gran parte della prima fila, come maiali messi allo spiedo.

Ghidon si calò, deviando l’affondo con lo scudo.«Bastardo!» disse, insinuando la spada nella fessura prima che la lancia ritornasse all’interno. Anche se non riusciva a vedere nulla dall’altra parte, la sentì: la tenera carne del lanciere che si contraeva attorno alla lama della sua spada, accompagnata da un soddisfacente lamento; quasi un guaito. Ritrasse la spada che rigettò il sangue sul terreno in uno schizzo rosso. Tuttavia, la muraglia rimaneva lì, immobile, inamovibile.

«Le spalle, prego!» udì Ghidon gridare da dietro, riconoscendo subito la voce squillante di Ozen. Indietreggiò di un passo chinandosi, distendendo le spalle e premendo i pugni sul terreno, sorreggendo l’amico che lo usò come trampolino per lanciarsi oltre la muraglia vivente. Ghidon alzò sguardo e vide due nemici della prima fila crollare a terra, rivelando la figura di Ozen che gli dava di schiena: privatosi dello scudo e impugnando due spade intrise di sangue.

«Uno spiraglio!» gridò Ghidon cosi forte da seccarsi la gola. Corse a difesa dell’amico insieme agli altri compagni, penetrando nella breccia estendendola fino a spezzare totalmente la formazione avversa.

Ghidon sventrò il primo nemico che gli si parò davanti prima che questi potesse vibrare un colpo. Ve ne fu subito un altro armato di una strana spada curva. Ghidon dopo aver parato il fendente del soldato gli squarciò il petto, sprizzando gocce scarlatte nell’aria. Sopraggiunse un terzo, alla sua destra, si voltò di scatto verso di lui con la spada già a mezz’aria: la fermò, l’uomo era morto, retto in piedi da una lama che gli fuoriusciva dalla gola

«Era mio.» affermò Ghidon indispettito.

«Beh, ora non lo è più»ironizzò Ozen, tirando via la spada dal cadavere.«La prossima volta datti una mossa» aggiunse sorridendo, gettandosi di nuovo nella mischia.

E dire che fino poco fa, se la faceva nelle brache.

Tutto divenne sfuggente, frenetico, un susseguirsi d’istanti interminabili, rapidi e fatali lacerando la cognizione del tempo. Il chiarore del crepuscolo degradava l’azzurro cielo, eppure a Ghidon parvero passate solo poche ore dall’inizio della battaglia. Ogni suono superfluo divenne muto. Ogni respiro trattenuto gelosamente nei polmoni. Ormai non vedeva altro che meri volti sfocati e occhi timorosi ricamati di rabbia, dissolti come fumo all’agitarsi della sua lama. In quella fusione di rumori metallici e di gemiti di morte, uno scintillio familiare attirò la sua attenzione. Proprio lì, in prima linea, senza destriero, senza l’uomo da un occhio solo: il cavaliere d’oro e d’argento. Una impavida ambizione di vanagloria si fece largo nell’animo del ragazzo, sussurrando…

È mio!

Si diresse verso il nobile, attraversando le fila nemiche a testa bassa.

«Ghidon?…Oh, merda, fermati!»

Le parole di Ozen si persero nel fragore della battaglia.

Raggiunto il cavaliere che aveva appena troncato di netto la testa di un soldato, Ghidon senza tante cerimonie lo assalì con un fendente. L’uomo parò il colpo con la parte piegata della spada portata in orizzontale appena sopra la testa. L’improvviso la inclinò leggermente verso il basso, facendo scivolare quella di Ghidon sulla sua lama, destando uno stridente suon d’attrito.

Sbilanciato dallo sporco trucchetto, Ghidon si piegò involontariamente in avanti, colpito da dal pomolo del cavaliere: arretrò, confuso e dolente. Il naso gli bruciava, e una tenue sensazione di bagnato colò sulle labbra, tingendole di un sapore ferroso. Il cavaliere lo tempestò di attacchi costringendolo a rannicchiarsi a terra, in ginocchio, con lo scudo sollevato. I colpi erano cosi forti che l’urto gli doleva il braccio sollevato; finché la lama non tagliò parzialmente lo scudo, rimanendo incastrata con sgomento di Ghidon. Ci mancò poco che non gli recidesse il braccio. Il cavaliere cercò invano di ritrarre la spada quindi premette il piede sullo scudo liberandola, facendo cadere al contempo Ghidon. Cercando di rialzarsi il ragazzo si ritrovò l’uomo davanti pronto a colpire di nuovo. Si scansò, rotolando di lato. Riuscito a rimettersi in piedi attaccò il cavaliere prima ancora che si ricomponesse. Le parti si invertirono. Stavolta fu Ghidon a metterlo sotto con rapidi colpi, costringendolo a indietreggiare. Eppure qualcosa lo preoccupava. L’uomo pareva troppo passivo.

Un altro trucchetto? sospettò Ghidon. D’un tratto un dolore lancinante gli afferò la gamba, quella colpita di striscio in precedenza dalla pioggia di frecce, costringendolo a fermarsi. Sul taglio si era formata da tempo una densa macchia rossa che aveva fatto aderire il tessuto alla pelle, e a ogni movimento la tirava a sé stirando la ferita e allargandola come la scucitura di un vestito. Il cavaliere se n’era accorto sicuramente.

Bastardo!

L’uomo colse quell’opportunità sferrando un fendente obliquo, dal basso verso l’alto, da sinistra a destra. Ghidon protese lo scudo in avanti ma fu tagliato di netto, e la fredda punta della spada le percorse il viso facendo balzare via l’elmo. Quando raddrizzò la testa, sollevata dall’impatto, percepì il calore del tramonto inondargli le guance asciutte, i sottili lineamenti effeminati. Incendiando i corti capelli neri corvino che ondeggiavano ribelli con una riga di lato. Gli occhi, ametiste intarsiate di un’ammaliante, sinistro desiderio, rifulgevano di una selvaggia rabbia, mentre un sottile, denso bruciore gli attraversava sghembo l’intero volto.

«Un…ragazzo?» disse il cavaliere con un che d’incerto, la voce risuonò metallica.

In un digrignar di denti Ghidon riprese ad attaccare, menando la spada furibondo. Al contrario lo sguardo del cavaliere trasmetteva una calma raggelante; sapeva il perché. Lo sentiva nel ferro che cozzava, nella ferita che sussultava a ogni passo. Il dolore lo logorava e il filo dritto della spada era quasi del tutto rovinato. Quella del nobile invece sembrava appena uscita dalla forgia. Neppure una macchia ne oltraggiava la singolare forma: il forte curvo, le piccole scritte in urutiano antico lungo la scanalatura, e l’intera lama cosi trasparente da potervi vedere attraverso. Ghidon dovette prenderne atto: stava perdendo.

«Te ne sei reso conto, vero?» disse il cavaliere mentre le spade si incrociavano «Dammi retta, ragazzo. Non vi è gloria che valga la propria vita»

«La propria? Oh, no. La tua, si!» gli rispose Ghidon a denti stretti. Non lo sopportava più! Tutto quell’ego che trasudava dalla bocca, nei gesti, perfino dal modo di combattere. Il duello ormai era andato ben oltre la mera questione di schieramenti avversi. Ghidon riversò tutto il suo sentimento in un fendente talmente forte da far gemere l’aria in una folata di vento. Il cavaliere al contempo sferrò un rovescio netto. Si udì un sibilo, netto e corto, Sulle loro teste i raggi del giorno si incontrarono nel breve bagliore di una lama spezzata che andò a conficcarsi nel terreno, mentre un’altra puntava alla gola di Ghidon.

«Ti avevo avvertito» gli rinfacciò il cavaliere «Ma prima di lasciarti nelle mani di Ulthan, voglio concederti questo: ti sei fatto valere come pochi» disse con apparente sincerità. Costringere un simile uomo, un nobile, un condottiero ammettere ciò era di per sé un degno traguardo. Ghidon poteva sentirsi soddisfatto.

Col cavolo!

Lasciò cadere l’arma spezzata, afferrando a mano nuda la spada del cavaliere stringendola più che poteva fino a sanguinare. La spostò, e con il bordo dello scudo colpì l’uomo al collo, appena sotto la mascella. Questi avvampò di rosso in viso e cadde in ginocchio, afferrandosi la gola incapace di respirare. Ghidon lo colpì di nuovo in piena faccia scaraventandolo a terra, lasciandogli un solco orizzontale sull’elmo. Si tolse lo scudo dall’avambraccio, lo sollevò con entrambe le mani. L’ombra incombeva come una ghigliottina sulla testa del cavaliere. Non ci sarebbero stati elogi o pompose cavallerie simili, come direbbe una certa conoscenza. Lo scudo discese inesorabile. Eppure si fermò. Le mani si erano irrigidite. Il viso colto di soppiatto dal dolore. Dalla bocca il sangue sgorgò come un gemito. Ghidon piegò leggermente il capo in avanti, e vide: una punta di ferro che riluceva di rosso gli fuoriusciva dal petto. Nell’istante in cui questa si ritrasse Ghidon si accascio al suolo di fianco al cavaliere. Una sagoma imponente si ergeva davanti a lui: l’uomo da un occhio solo.

No, no, no! urlava dentro di sé, mentre la preda mancata veniva portato via in spalla dal proprio seguito.

Cercò di risollevarsi, ma più si sforzava, più la sua vita si riversava nell’arida terra. La battaglia imperversava, ignorando l’estinguersi della sua esistenza. Tutto risuonava ovattato, divenendo mero rumore di sottofondo.

Dunque è questa la fine di merda che mi spetta? Nato da nessuno, morirò come nessuno? Perché darmi una vita simile? Qual è stato lo scopo ultimo di tutto ciò? si chiese, rivolgendo quel pensiero al cielo che sbiadiva, increspando come uno specchio d’acqua finché non rimasero nient’altro che tenebre.

Serie: La Dannazione dei Corvi
  • Episodio 1: Danza Macabra (parte I)
  • Episodio 2: Danza Macabra (Parte II)
  • Episodio 3: Danza Macabra (Parte III)
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    Commenti

    1. Micol Fusca

      Ciao Daniele. Spero tu sappia che andrai incontro a conseguenze inimmaginabili se Ghidon muore 😡 Detto questo inizio il “pappone” alla “Misery non deve morire”/fan psicopatica. Mi piace da matti (non s’era capito) la caratterizzazione di questo personaggio, leggendo mi sono posta diverse questioni. È una ragazzo? E subito, No, come avrebbe fatto a celare l’identità in mezzo ai commilitoni? Mica è un film della Disney! 😂
      Insomma, via andando nel ragionare. Quindi, ti dirò quello che ordino a mia figlia quando gioca a ff e un personaggio ha bisogno di areiz: “rivivilo”!