Dei tentativi falliti e della soluzione affrescata

Serie: Un uomo serio

Stufo di sentirsi invecchiare e morire il dottor Herbert Grimm prese una decisione: avrebbe compiuto una pazzia. L’abitudine non fa altro che farti invecchiare, così gli aveva detto un suo amato maestro in tempi antichi e lui l’abitudine sapeva perfettamente che cos’era. I suoi studi in musicologia con specializzazione nei canti a due voci nella Francia del nord fra il 1470 ed il 1502 avevano richiesto il suo costante impegno per tutta una vita ed ora iniziava a pagarne l’amaro prezzo: invecchiava e moriva.

Ma il dottor Grimm era un uomo tenace e non accettava un destino del genere con rassegnazione, tutt’altro. Le parole del suo maestro erano risuonate in lui un mattino appena sveglio e dopo aver convenuto con se stesso che di pazzie nella vita non ne aveva fatta neanche una, decise che quella era la soluzione, per uscire fuori dagli schemi cementati da un’indolente e precisa ripetizione. Seduto allo scrittoio con la sua adorata matita aveva stilato un elenco di possibili azioni da compiere, associando ad ognuna di esse un punteggio da 1 a 5.  Per esempio invitare la fioraia fuori a cena valeva 3 punti su 5 mentre salutare uno sconosciuto valeva un solo punto ( il dottor Grimm era un misantropo). Il massimo sembrava essere sputare addosso a qualcuno ma sperava naturalmente di non dover arrivare a tanto. Con fatica decise di iniziare da una delle azioni meno spavalde: salutare un passante.

Uscì di casa e, camminando senza una meta, vide una donna venire nella sua direzione. Pensò che quella potesse essere una buona occasione per agire ma non sapendo come, si fermò, aspettando che la donna arrivasse vicino a lui. Fermo in mezzo al marciapiede, la fissò così tanto che quella se ne accorse, notò che c’era qualche cosa di strano in quell’uomo e cambiò direzione lasciando il dottor Grimm a bocca asciutta. Lui la vide allontanarsi e come estremo tentativo alzò il braccio in alto in gesto di saluto ma la donna gli urlò addosso un impropero la cui volgarità lo spaventò, al punto che corse ( se possibile correre quando si è anziani) subito a casa. Pensò quindi di passare ad una azione da punteggio 2, come ad esempio prendere un caffè in un bar ed uscire senza pagare. Andò quindi nel bar in cui era solito recarsi ed il barista salutandolo gli preparò il caffè. Lui lo bevve in silenzio come sempre e poi, mentre stava per voltarsi ed uscire da bravo malandrino, il barista gli disse: – oggi il caffè glielo offro io dottore! –

Considerò allora un’azione da punteggio 3, andare dalla fioraia (gli era sempre piaciuta) e invitarla fuori a cena. Aspettò l’orario di chiusura per poter incontrare il minor numero di persone possibili e poi quando gli sembrò che il negozio fosse vuoto si decise ad entrare. -stiamo chiudendooo- sentì gridare una voce cantilenante e stanca in lontananza.

-buonasera, chiedo scusa- balbettò il dottor Grimm mentre la fioraia comparve da dietro una porta . Era bionda con i capelli riccioli e un viso rotondo, sui quarant’anni. Ai suoi occhi ricordava le donne fiamminghe.  -signor Herbert – lo salutò lei, sorridendo. Il dottor Grimm rimase stupito che quella donna conoscesse il suo nome. 

-conosce il mio nome? – le domandò con timidezza.

-certo, lei è il dottore che ascolta quella musica insopportabile tutto il giorno, viviamo nello stesso palazzo, non lo sapeva?- rispose la donna ridacchiando stupidamente. Rimase di stucco. Come si permetteva? Questa era un’azione da almeno punteggio 2, essere così spavaldi con qualcuno e aggiungendo anche della cattiveria, quasi punteggio 3 , 3 e mezzo!

-signora, le chiedo scusa per il volume, non sapevo che vivessimo nello stesso palazzo, però la musica che ascolto… – tentò di difendersi il dottore ma la fioraia non sembrava volersi interrompere.

-tutti quei canti latini, quei monaci che ululano, oooooooo, domineeeeee, alleluiaaaaaaa – si mise a cantare stonata lei, ridendo e agitando le braccia in un fantasioso tentativo di imitazione che al dottor Grimm pareva più che altro una macumba.

-beh guardi, cercherò di non disturbarla più – si scusò irritato e fece per andarsene. Non c’era ovviamente nessun monaco ma capì subito che era inutile provare a spiegarglielo.

-ma no dottore, non se la prenda! Io scherzo, sono fatta così! Mi dica, mi dica, di che cosa aveva bisogno? – chiese la donna, ancora ridacchiando. Ora non le sembrava più tanto bella come prima, la sua evidente stupidità ne deformava il volto ai suoi occhi.

-io avrei voluto chiederle se…. io le volevo chiedere se voleva venire a cena con me- disse insicuro, guardando il pavimento. Ci fu un attimo interminabile di silenzio poi la fioraia esplose in una vigorosa risata.

-io e il dottor Herbert? e di che cosa parliamo di monaci e suore che cantano? sacramentuuuuuuuuu – riprese la donna e allora il dottore non ci vide più e buttò a terra un vaso rompendolo.

-sei una troia! sei una troia! – le urlò addosso, fuori di sé. – Sei una troia! – le disse ancora una volta ed uscì dal negozio, ansimando, con il cuore nelle orecchie. La donna rimase paralizzata dietro al bancone, senza riuscire a spiaccicare parola.

Non possiamo certo dire che il dottor Grimm fosse un cuore impavido: dopo questo gesto non uscì per diversi giorni per paura di incrociare la fioraia o suo marito, se mai ne aveva uno. Passato un po’ di tempo decise di avventurarsi fuori di casa, le sue quotidiane passeggiate erano state interrotte e ne sentiva una fisiologica esigenza. Imboccata la strada opposta al negozio di fiori (a malincuore perché prevedeva una deviazione dal tanto amato percorso giornaliero) camminava a testa bassa, riflettendo su quello che era successo finora. Senza dubbio inveire contro una fioraia era stata un’esperienza da punteggio 4 o 5, su questo era d’accordo, ma l’averlo fatto non lo aveva rinvigorito, anzi; si sentiva semmai amareggiato per aver perso la testa con così tanta facilità. Ma ,d’altronde che ci poteva fare? Niente o nessuno potevano parlare in quel modo della passione della sua vita. Il freddo invernale lo costringeva a camminare con la sua densa testa immersa nel cappotto, con lo sguardo basso perso nel cemento della strada, distante da tutto e da tutti. Stava canticchiando un mottetto che diceva qualcosa come “les amis de ma vie…” quando finì malauguratamente per andare a sbattere contro qualcuno e cadde sul marciapiede. Ritrovatosi a terra, vide dei ragazzini che lo guardavano. Uno di loro, il più smargiasso, guardandolo lì per terra lo canzonò: – fai attenzione vecchietto, non stai più in piedi! – E se ne andarono urlando e ridendo. Una signora che aveva visto tutto accorse in aiuto del dottor Grimm e lo aiutò a rialzarsi. 

-sono dei maleducati, ecco che cosa sono, dei giovani così – disse al dottore. – al posto di aiutare guardi come si comportano, che gente, che gente! – continuò inviperita.

-ma no signora, sono io che sono distratto, non stavo guardando la strada – minimizzò lui in risposta, ricomponendosi con fatica.

-ma guardi che cosa hanno fatto! guardi che cosa scrivono! ma io non lo so, io non lo so! – disse la signora, puntando il suo brutto grasso dito con brutti grassi anelli contro un muro. Il dottor Herbert osservò il muro. I ragazzi avevano appena finito di scrivere una frase in uno stampatello che tentava goffamente di mostrare dell’arte. In più la frase era volgare e assurda.

-il tuo cazzo puzza di pesce – disse a bassa voce il dottore, leggendo sul muro.

-ma come si può scrivere una cosa simile ma si rende conto di come crescono, le cose che pensano, i figli che avranno- urlava la signora in preda ad uno spontaneo e tormentato afflato educativo. Fu un’illuminazione.

-Fantastico! – sentenziò il dottore.

La donna sentendolo si interruppe, lo fissò per un istante a bocca aperta e poi si allontanò, scuotendo la testa e inveendo contro tutto e tutti.

-Il tuo cazzo puzza di pesce – ripeté il dottore fra sé e sé in un misto di vergogna e ammirazione. Quella era l’azione da compiere. Scrivere su di un muro quell’oscenità e non tanto perché era volgare, il dottor Grimm si occupava di canti profani che parlavano di cose ben più audaci, non si faceva certo intimorire da qualche parolaccia. Ma il gesto nella sua totalità era eccezionale. Non solo era volgare ma anche assurdo, quel paragone con un pesce da dove proveniva? A chi poteva essere venuto in mente che l’odore del pesce potesse ricordare quello di un pene? Era davvero possibile che i due odori coincidessero o era frutto di una fantasia perversa? Forse la forma neppure troppo simile dell’animale e dell’organo erano state decisive nell’epifania dell’autore? Decise di modificare la frase per non appropriarsi interamente del lavoro altrui ma anche per renderla più sua e quindi, da grande amante della sintesi, coniò l’equivalenza cazzo = pesce. Questo avrebbe scritto sul muro: cazzo = pesce. Sentì una positiva agitazione invadergli tutto il corpo: era la pazzia giusta.

Serie: Un uomo serio
  • Episodio 1: Dei tentativi falliti e della soluzione affrescata
  • Episodio 2: Degli interrogativi che si pone, dell’incontro con un facinoroso, del dialogo inaspettato
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