Delirio nell’abisso

Serie: La vera storia della morte di Arthur McKenzie

Erano passate circa tre settimane dal mio ultimo incontro con il povero Arthur. Me ne stavo seduto nella sala comune in attesa del pranzo quando, inconsapevolmente, mi trovai a fissare Marco, uno degli inservienti che lavoravano presso la Casa sulla Collina. Il ragazzo stava curvo con le mani giunte in grembo ad ascoltare una discussione tra altri due inservienti, due tipi che accanto a lui sembravano montagne. Non ho idea di cosa si stessero dicendo, ero troppo lontano per poter distinguere le loro parole. Marco dal canto suo soffre di un deficit cognitivo che lo rende più simile ad un tavolo senza una gamba che ad un essere umano. Quello che me lo ha subito fatto notare però è il suo sguardo. Nonostante un pronunciato strabismo, i suoi occhi trasmettono ancora una piccola fiammella di coscienza. La demenza che lo accompagna dalla nascita non gli impedisce di reagire al mondo circostante e di comprenderlo anche se a modo suo. La barriera che lo separa dal mondo così come noi lo conosciamo – scoprii quel giorno – è aggravata anche dalla completa sordità. La Natura, si sa, trova sempre il modo di andare avanti se lo vuole e così ha fatto con Marco. Mentre fissavo involontariamente la scena, notai un particolare: ogni volta che uno dei due uomini si rivolgeva a lui, il ragazzo riusciva ad avere la stessa prontezza di riflessi di chiunque altro. All’inizio la cosa mi sorprese non poco vista la mole di problemi che si portava dietro.

Iniziai quindi la mia sonnolenta indagine, imbottito com’ero di droghe sintetiche e notai che Marco non guardava altro che la bocca delle persone. Era in grado di leggere il labiale e quindi di comprendere ciò che gli veniva detto meglio di tanti altri che hanno a disposizione cinque sensi immacolati. Quella rivelazione aprì uno squarcio nella cortina spessa e grigia che avvolgeva il mio cervello. In fondo non avevo nulla da perdere. Se avessi avuto ragione e prima o poi sarebbe toccata anche me la stessa sorte del povero Arthur, allora il piano che stavo faticosamente formulando avrebbe solo accelerato le cose. Se invece avessi avuto torto sarei morto prima del previsto. In ogni caso e a prescindere da tutto, quel posto sarebbe stato la mia tomba. Non ho rimorsi per aver coinvolto il povero ragazzo e per la sua sorte, tutta questa storia è troppo importante.

Aspettai qualche giorno e l’occasione giusta per avvicinare Marco senza dare troppo nell’occhio. Una mattina, di ritorno dalla colazione, lo incrociai nel corridoio che portava ai miei alloggi.

“Ciao” gli dissi, guardandolo dritto negli occhi nonostante fosse come sempre ricurvo su se stesso.

Il ragazzo grugnì qualcosa nella mia direzione ma attraverso l’espressione ebete capii che ricambiava il mio saluto. Quella volta non andai oltre, preferendo non destare sospetti nel caso in cui qualcun altro ci avesse visto “conversare”.

Di volta in volta introdussi elementi nuovi e banali nelle nostre conversazioni, comportandomi come se stessi cercando di avvicinare un animale ferito e diffidente.

Fu solo ad inverno inoltrato che riuscii a parlare faccia a faccia con Marco e spiegargli il mio piano. Fuori la neve aveva ricoperto per intero il prato attorno la struttura. Dopo tutti quei mesi continuavo a fermarmi davanti alla grande finestra per continuare quel “gioco” che avevo iniziato in autunno con Arthur. La notte buia e senza stelle e la spessa coltre di neve rendevano il paesaggio irriconoscibile. Un unico manto morbido separava noi poveri relitti umani dal resto del mondo, quasi fossimo stati confinati all’interno di una prigione extraterrestre e condannati a galleggiare per sempre nello spazio infinito. Forse Arthur aveva scoperto qualcosa che non avrebbe dovuto? Si appostava ogni sera alla stessa finestra in attesa di un segnale che gli facesse capire che stavano venendo per lui? E se così fosse stato, la stessa sorte sarebbe toccata a me se avessi continuato ad emularlo? Le domande erano tante, troppe e dopo tanti anni sapevo che per la maggior parte erano sbagliate. E quanto dovevo essere disperato per riporre tutte le mie speranze in quel povero ragazzo malato!

Ci eravamo messi d’accordo qualche giorno prima e Marco venne a mettersi in piedi accanto a me, che per la sua postura equivaleva a stare alla mia altezza da seduto. Iniziai a parlare spiegandogli cosa mi aspettavo che facesse e lui, diligentemente, stette per tutto il tempo a fissarmi le labbra. Guardavo dritto davanti a me, dando le spalle al resto della sala, in modo che se qualcuno ci avesse visto avrebbe pensato che il poveretto mi stesse importunando.

Quell’ultima volta che per caso avevo incrociato Arthur, nel riflesso della finestra avevo scorto qualcos’altro oltre al terrore più assoluto. Mentre gli occhi sbarrati e incorniciati dai lunghi e sporchi capelli grigi gridavano di terrore e dolore, le labbra si muovevano spasmodicamente senza poter emettere il minimo suono. Pur non avendo le stesse capacità di Marco, percepivo una logica in quei movimenti, non si trattava dei vaneggiamenti di un folle o della disperazione di chi è stato sottoposto ad indicibili torture, c’era qualcosa di sensato che cercava di venir fuori. Per questo motivo chiesi a Marco di farmi da interprete. Ogni volta che avesse potuto, sarebbe andato a trovare Arthur raccogliendo la sua confessione silenziosa e io l’avrei trascritta al meglio delle mie e sue capacità.

Dovetti aspettare ancora delle settimane prima di ricevere dal ragazzo i primi resoconti. Quando Marco, nel suo linguaggio più simile a quello dei primi uomini che al mio, iniziò a raccontarmi quanto Arthur gli aveva trasmesso, confesso di aver pregato di morire all’istante. Mi ci vollero dei giorni interi per riprendermi e trovare il coraggio di trascrivere tutto e quindi rivivere una seconda volta quelle scene atroci e ripugnanti. Posso solo anticiparvi che ciò che ho scoperto grazie ad Arthur McKenzie è ben più di quanto abbia mai cercato.

Attraverso i resoconti di Marco, proverò adesso a raccontarvi ciò che successe ad Arthur McKenzie in quei momenti di assurdo terrore e agonia che per lui durarono un’eternità. Il pover’uomo si trova adesso avvolto in una condizione di sofferenza infinita in cui la sua mente spezzata non riesce a concepire di essere ancora vincolata ad un corpo maciullato.

Quando Arthur riprese conoscenza, la prima sensazione fu di prurito, come un formicolio generale che permeava tutta la realtà circostante. Non sentiva altro al suo risveglio. Gli occhi gli facevano male, anche solo muovere le palpebre sembrava troppo faticoso. Provò a girare il collo ma niente, da quella posizione poteva fissare solo in alto. Sotto di sé percepiva uno strato duro e freddo, come di pietra. Sopra di lui riusciva a distinguere un soffitto scuro e sporco. Poteva intravedere delle ragnatele, alcune sicuramente nuove, altre vecchie di mesi o forse anni. Al margine sinistro del campo visivo stava la piccola fonte di luce tremolante che gettava un leggero alone giallastro tutto intorno. Da quella posizione non era in grado di vedere altro ma percepiva dei rumori, alcuni lievi, nascosti anch’essi dall’oscurità e altri più acuti, ritmici e vicini. Alla sua destra una pozza d’acqua rifletteva la luce della torcia e metà del suo giaciglio di pietra, dal busto in giù. Confuso e con la testa che sembrava immersa in un acquario pieno di petrolio, provò a muovere le dita delle mani e solo a quel punto si accorse che il braccio destro penzolava fuori dalla fredda lastra, inerte, mentre il sinistro gli era rimasto sotto la schiena. In quella posizione, pensò, avrebbe dovuto sentire un dolore tremendo al collo e invece niente. Fece un altro tentativo con la mano destra e gli sembrò di avvertire un leggero formicolio al mignolo, ma non poteva esserne sicuro perché il braccio rimase immobile e la mano fuori dal campo visivo. La sensazione di pesantezza, le luci che continuavano a girare attorno a lui anche ad occhi chiusi e il sapore in bocca misto tra acido e amaro gli rendevano impossibile pensare. Riprese conoscenza quasi di soprassalto ma senza muovere un solo muscolo. Sgranando gli occhi provò un dolore fortissimo al nervo interno, come se una forza avesse provato a far rientrare i bulbi all’interno del cranio. Ancora prurito, stavolta più intenso alle gambe. Almeno sapeva di averle ancora pur non potendole vedere per intero. Il collo non voleva saperne di muoversi. I rumori attorno a lui erano adesso più lievi, meno ritmici.

Serie: La vera storia della morte di Arthur McKenzie
  • Episodio 1: La vera storia della morte di Arthur McKenzie
  • Episodio 2: La ricerca della Verità
  • Episodio 3: Delirio nell’abisso
  • Episodio 4: Pezzi di Realtà
  • Episodio 5: La Fine?
  • Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

    Commenti

    1. Alessandro Proietti

      Episodio “tattico” che mette quel pizzico di curiosità al lettore, anche qui la narrazione la trovo ben strutturata, ho apprezzato soprattutto i primi paragrafi, non che gli altri siano da meno. Mi piace questa strisciante tensione che si fa sempre più forte di volta in volta.

      1. Federico Ferrauto Post author

        Grazie ale 🙂 Ho cercato di dare appunto un senso di “strisciante” orrore che si potesse insinuare nel lettore a poco a poco fino alle rivelazioni-non-rivelate del finale !

    2. Tiziano Pitisci

      Ciao Federico, finalmente, dopo una lunga pausa, riprendo la lettura. Questo episodio lo definirei di transizione e introduce il lettore verso uni scenario ancora da esplorare. Proseguo la lettura…

    3. Sara

      C’è del fantastico in questo racconto. Mi piace il tuo modo di trasporre le realtà esperite dai personaggi. Ognuno attraverso i suoi occhi comunica il suo linguaggio. È sottile e indecifrabile, sai descrivere ed arrivare a percepire quell’alone di verità che resta sospeso nell’aria, tra la vita e la morte.

      1. Federico Ferrauto Post author

        Grazie mille Sara. È la prima volta che sperimento con questo tipo di stile narrativo in cui la voce è di uno dei protagonisti. Di solito, ho sempre usato il narratore onnisciente. Devo dire che questo approccio lo trovo particolarmente indicato per situazione in cui il lettore deve essere completamente immerso nella testa di chi parla, senza pensare ma che stia leggendo ma piuttosto”vivendo” il racconto 🙂

    4. Micol Fusca

      Ciao Federico. Prima di tutto una nota “tecnica” (se così si può dire): apprezzo la tua scelta stilistica, l’aver redatto una specie di diario senza lasciar predominare l’azione pura. In questo modo permetti al lettore di scandagliare le emozioni del protagonista e entrare nella sua pelle. L’alienazione, l’inutilità di quel corpo ormai dimenticato, giunge netta e precisa.

      1. Federico Ferrauto Post author

        Si, in effetti per questa mia prima prova horror ho preso spunto direttamente dal maestro Lovecraft che usa spesso lo stesso espediente 😉

      2. Federico Ferrauto Post author

        Si, in effetti per questa mia prima prova horror ho preso spunto direttamente dal maestro Lovecraft che usa spesso lo stesso espediente 😉

    5. Federico Ferrauto Post author

      Ciao Antonino, sono davvero contento che le emozioni siano arrivate nel modo che speravo 🙂 Essendo la prima volta che mi cimento con questo genere, avevo un pò di dubbi sulla resa di alcune ambientazioni e situazioni. Il prossimo episodio arriverà a breve, brevissimo 😉
      E la soluzione di tutto sarà, spero, da brivido!

    6. Antonino Trovato

      Ciao Federico, le tinte fosche che aleggiano con prepotenza fanno da giusto contorno ai primi indizi su ciò che è accaduto ad Arthur, e ciò che ho percepito è una sorta di separazione, o l’inizio di ciò, del corpo dalla coscienza, forse frutto di chissà quali esperimenti. Mi hai saputo trasmettere l’angoscia sia del tuo protagonista, sia quella di Arthur al suo risveglio. Aspetto il tuo prossimo episodio😁!

      1. Federico Ferrauto Post author

        Ciao Antonino, sono davvero contento che le emozioni siano arrivate nel modo che speravo 🙂 Essendo la prima volta che mi cimento con questo genere, avevo un pò di dubbi sulla resa di alcune ambientazioni e situazioni. Il prossimo episodio arriverà a breve, brevissimo 😉
        E la soluzione di tutto sarà, spero, da brivido!