Dietro la maschera

Il gran salone ospitava nobili, famiglie agiate e i coraggiosi che avevano investito sulle nuove macchine dell’industria. Si chiacchierava, si dibatteva di politica e mondanità. La regola una soltanto: maschere, nessun volto esposto. Qualcuno si divertiva a indovinare chi ci fosse dietro alcune pittoresche opere di porcellana, tra i fronzoli e i capolavori di sartoria delle gonne pompose. Con gesti magniloquenti, gli scapoli giocavano a stuzzicare le donne per azzeccarne nome e titolo. 
     In un angolo, una serva della famiglia che teneva la festa si concedeva un istante di riposo. L’orchestra da camera aveva da poco smesso di suonare e i nobili tornarono a dedicarsi ai sofà e al salotto.
     «Cosa ne pensi? Un parere sincero.»
     La serva alzò di scatto il capo. Di fianco le si palesò una donna alta, dalla voce profonda e i capelli dorati, racchiusi in un’acconciatura come un mazzo di rose; li teneva fissati alla sommità di una maschera di porcellana di fattura eccelsa, con ghirigori cremisi, argentati e neri rappresentanti una mezzaluna solitaria. Un connubio di colori che rapì presto la piccola ragazza.
     «Dite a me, mia signora?» balbettò, con un filo di voce.
     «Dico proprio a te.»
     «Io non ho un parere, mia signora.»
     «Oh, suvvia; tutti noi abbiamo un parere su ogni cosa.» Si strinse più fitta: la serva ne poté odorare la confortante fragranza materna. Si scambiarono una fugace occhiata attraverso le maschere, poi la donna riprese: «Il barone di Stafford, lì nell’angolo, di cosa pensi che discorra con quelle due matrone?»
     «Potete essere certa che si tratti di lui?» si meravigliò la ragazza.
     «Ha il vezzo di sbirciare tra le scollature, il porco. E guardale, le civettuole donnine di campagna: si credono duchesse, a pavoneggiarsi in tal modo. Quelle altre, si nascondono dietro il loro fare da cerbiatte impaurite e pensano che la perdizione di una notte andrà dimenticata all’indomani.»
     La donna sfiorò con una mano il corpetto e sospirò. La serva la spiò di sottecchi e pregò che continuasse a parlare.
     «Solo trivialità, qui dentro. Potrai pensare che noi nobili ne rappresentiamo l’essenza pura; adagiati sui nostri comodi divani, a sorseggiare tè dalle colonie, a tentar di apparire colti e intelligenti quando in verità non comprendiamo nulla del mondo.»
     «Perché mi dite tutto questo, mia signora?»
     «Non chiamarmi signora, non sono signora di un bel niente. Sarò Margaret, per te.»
     «È il vostro vero nome?» indagò lei, lasciandosi alle spalle la timidezza iniziale. Se ne pentì: «Mi dispiace moltissimo, non avrei…»
     «È il mio nome, sì,» Margaret accolse la mano della serva tra le dita. «E non temere di offendermi o di apparire inopportuna: siamo tutti uguali, questa sera.»
     «Ma io sono solo una serva…»
     «Cosa ti fa credere che io sia davvero una nobildonna?»
     «Avete una voce elegante, un’ottima dizione e un portamento che s’addice a donne della vostra magnificenza.»
     «Solo questo?» Margaret sorrise appena. Un errore, il suo: lasciare la parte inferiore del viso scoperta. La serva ne restò folgorata: labbra carnose, rosse di vita.
     «Siete anche molto bella,» aggiunse, coraggiosamente.
     «Se è la bellezza a definire la nobiltà, devo dunque supporre di trovarmi al cospetto di una regina.»
     «Smettetela, vi prego.» La serva indietreggiò e trovò il muro. Margaret avanzò e la spinse tra la parete e le tende della finestra. «Mia signora…»
     «Sono Margaret.»
     «Margaret, la musica sta per ricominciare. Si danzerà e io dovrò affaccendarmi per dissetare gli ospiti.»
     Ma la donna, ormai sorda d’ogni scusa, si chinò sulla piccola serva e le morse un labbro. Lei s’irrigidì. Gli occhi volteggiarono tra i presenti: nessuno le sembrò interessato. Nello stesso istante, la mano della nobildonna sfiorò i fianchi della ragazza, ne seguì la curva e si arrampicò sino ai seni, racchiusi malamente nelle vesti da cameriera.
     «Mia signora, è meglio evitare d’essere tanto disinibita,» la serva lottò per divincolarsi, ma un altro di quei baci la incatenò. Il porpora della maschera di Margaret prese vita. La mezzaluna avvampò: sangue ribollente di passione.
     «Lasciamo questi stolti puritani alle loro prigioni di regole e costrizioni; usciamo in terrazza, è una splendida serata.»

La luna, indubbiamente curiosa, brillava tra le nubi. Avevano lasciato la sala alle loro spalle, senza più voltarsi. Margaret accompagnò la sua graziosa amante sino al margine del terrazzo. La serva si appoggiò al parapetto, incastrata tra l’intonaco e la donna.
     «Toccami,» le ordinò Margaret. Raccolse la pesante gonna tra le mani e diede sfoggio delle gambe. «Spogliami e toccami.»
     «Mia signora…»
     «Non vuoi?»
     «Voglio.»
     Si inginocchiò e trascinò le dita sottili sino alla sommità delle calze di lino, bianchissime; sganciò la giarrettiera e le sfilò con grande cura.
     «Che temeraria. Ti ho mal giudicata,» sussurrò Margaret, ben intenta a tener su la veste affinché la serva ne traesse giovamento. La creaturina era però concentrata, come se si trattasse di lavoro, scrupolosa e ben accorta a non commettere errori. Aveva vestito molte volte la sua signora: non sarebbe stato un problema spogliar una sconosciuta.
     «Ora baciale.» Margaret suonò più imperiosa dell’ultima volta. La serva obbedì e poggiò la bocca contro il ginocchio della nobile, proprio dove l’orlo merlettato dell’intimo aspettava.
     Ardita, scivolò sotto la gonna e liberò la nobile dall’impaccio delle mutande. L’odore del frutto maturo ivi contenuto le esplose nelle narici, la consumò sino all’anima. Margaret non dovette impartire altri ordini. Un fremito improvviso la costrinse a lasciar cadere la sontuosa stoffa; la serva fu sotterrata da una montagna di tessuti pregiati, ancora accovacciata ai piedi della signora. Quest’ultima la sentiva muoversi, stuzzicarla con le dita e la lingua. Una curiosità impareggiabile e sin ad allora ben celata.
     Finì con le spalle alla ringhiera e lo sguardo rivolto al cielo stellato. La piccola serva le riempì il cuore di gioia e non poté fare altro che goderne sino all’ultimo istante.

I minuti trascorsero lenti, tra un respiro spezzato dal piacere e una lacrima di emozione che correva lungo la coscia vibrante. Portò le braccia al petto e fu colta da un epifania di emozioni incontrollabili. Ansimò e quasi le cedettero le gambe. La giovane serva sgusciò subito da sotto l’abito e Margaret vi si poggiò. Si abbracciarono.
     «Voglio vederti in volto,» supplicò la nobildonna, ancora estasiata. Baciò le labbra umide della ragazza. «Togli la maschera.»
     «No.»
     «No?»
     «Rovinerebbe tutto.» La serva si allontanò. Margaret scattò e la prese per un braccio.
     «Ti scongiuro…»
     «Vi prego, mia signora, voglio tornare in sala.»
     «Non vuoi permettermi neppure d’amarti come hai fatto tu con me?»
     «La prossima volta che si terrà una festa in maschera, vi aspetterò.» La serva le diede definitivamente le spalle. «Dovrete trovarmi, però, e non sarà facile.»
     «Che stolta, io, a immaginarmi predatrice! E sia: pregherò affinché questa settimana duri solo un’ora.» Margaret la seguì con lo sguardo. «Ti troverò, deliziosa creatura, qualsiasi sia la maschera che sceglierai d’indossare.»

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