Dopo l’Europa

Episodio 3 della Serie: Dopo L'Europa

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20 Ottobre 2310

Le capsule criogene contrassegnate con i simboli Alfa e Beta si aprirono in automatico, così come era stato programmato due secoli e mezzo prima. Vladimiro e Adriano si svegliarono dal gelido sonno artificiale e,  dopo essersi ripresi, si diressero all’esterno, risalendo le pareti del pozzo verticale situato al di sopra del portellone superiore del NEPHILUS.

Un primo segnale positivo che notarono i due uomini fu che la camera stagna, agendo sull’opportuno  marchingegno, venne invasa dall’acqua. Se c’era ancora acqua sulla Terra, significava che c’era ancora vita. Uscirono dal portellone superiore del Nephilus, risalirono fino a pelo d’acqua e da lì ebbero il secondo segnale positivo. Guardando in alto, attraverso il foro circolare che rappresentava la bocca del pozzo della loro vecchia abitazione, potevano vedere la luce. Si ingegnarono come poterono per risalire le levigate pareti del pozzo, e con non poca fatica raggiunsero l’ambiente esterno. La luce era intensa, l’afa notevole e mal sopportabile. Secondo i loro calcoli doveva essere la fine di Ottobre, ma il clima non era affatto quello autunnale a cui erano stati abituati fin dall’infanzia. La temperatura sarà stata di almeno 35 gradi, l’aria era stracarica di umidità, il che faceva percepire la calura ancor più insopportabile. Vladimiro e Adriano, dopo aver adattato la vista all’intensa luminosità dell’ambiente, si diedero un’occhiata intorno, notarono le importanti differenze con gli ambienti che avevano abbandonato due secoli e mezzo prima, e capirono che ciò che stavano osservando non era affatto un segno positivo. Villa Brandi era semidistrutta, un’ala intera della dimora, quella orientale, era crollata, mentre l’altra ala presentava i muri anneriti, evidente segno di un incendio verificatosi chissà quanto tempo prima, dopo il quale nessuno si era più preoccupato di eseguire un restauraro. La vegetazione spontanea era cresciuta intorno lussureggiante e impediva di raggiungere la villa stessa. Tutta quella zona della città di Jesi era in totale stato di abbandono. Alcune case erano ancora in piedi, ma presentavano comunque vetri rotti, crepe, tetti sfondati e muri anneriti dal fumo. Altre abitazioni erano ridotte a cumuli di macerie. Nele strade profondi solchi nell’asfalto, in cui erano cresciute erbacce. Non si vedevano transitare veicoli a motore. L’unico mezzo a passare fu uno scooter elettrico, che percorreva silenziosamente la salita di Via Erbarella. L’individuo a bordo, un soggetto dalla carnagione scura, era un contadino che si recava fuori città, nella zona che un tempo si chiamava Colle Paradiso, per coltivare la sua terra. Gli agricoltori non si fidavano infatti di vivere nelle vecchie case coloniche, abitavano nel centro storico, come tutta la gente “per bene”, e si recavano a lavoro la mattina. Rientravano poi a casa per trascorrere la nottata in sicurezza. Passando accanto ai due uomini dalla pelle pallida, l’uomo rallentò, li guardò attraverso la visiera del casco, li considerò alla stregua di un grave pericolo per la sua incolumità, accelerando all’improvviso e dileguandosi nella foschia. Dalla collina si distingueva bene la sagoma dell’antico centro storico della città, che appariva in uno splendore di cui Adriano e Vladimiro non avevano memoria. In effetti, l’antica città medioevale all’interno delle mura era stata restaurata e appariva come una zona sicura e abitabile, al contrario del luogo in cui si trovavano loro due in quel momento.

Sulla torre del palazzo del Governo sventolava ancora la bandiera tricolore, verde, bianca e rossa, ma nella striscia bianca, dove per un certo periodo della storia italiana aveva trovato la sua sede lo stemma sabaudo, ora campeggiava una mezzaluna rossa e una stella, segno dell’influenza musulmana in quelle terre. La stessa torre del palazzo era stata innalzata e svettava alta rispetto ai vicini campanili del Duomo e di San Floriano, era diventata un po’ di aspetto più simile all’originario progetto quattrocentesco dell’architetto fiorentino Francesco di Giorgio Martini. A guardarla con più attenzione, però, aveva qualcosa di esotico, di orientale, sembrava quasi un minareto. E infatti, dalle finestre più alte di quella torre, un Muezzin, tre volte al giorno, invitava alla preghiera il popolo dei fedeli. Le stesse mura medioevali erano state restaurate e rinforzate, e i vari punti d’accesso erano stati dotati di possenti porte metalliche che ne consentivano la chiusura in caso di necessità. Il varco d’accesso a Piazza Baccio Pontelli, che era stato realizzato in periodo ottocentesco a scapito di un tratto delle mura, era stato dotato di una enorme paratia scorrevole in bronzo lavorato, sulla quale erano rappresentate a sbalzo scene della storia antica e recente della città. La chiusura di questa paratia e delle altre porte d’accesso alla città antica, Porta Valle, Porta Marina, Porta San Floriano, Porta della Rocca e Arco del Soccorso, rendevano blindata la città e garantivano la sicurezza degli abitanti nei confronti di eventuali scorribande notturne da parte della cosiddetta popolazione “non allineata”. Le porte della città venivano chiuse ogni sera alle ventuno e riaperte la mattina alle sei. L’individuo che transitava con lo scooter elettrico aveva riconosciuto Vladimiro e Adriano come due non allineati, individui che vivevano rintanati nei ruderi delle abitazioni della parte nord occidentale della città e che non uscivano mai allo scoperto durante le ore di luce, in quanto la loro pelle pallida era molto sensibile alle radiazioni solari. La notte però si organizzavano in bande che saccheggiavano ciò che potevano. Rapinavano, e a volte uccidevano, qualsiasi cittadino si fosse trovato, per sua sventura, al di fuori delle mura della città. I non allineati erano i discendenti della popolazione autoctona che non si era voluta convertire all’islam un paio di secoli prima. Non erano tollerati dal governo centrale e dall’amministrazione locale e, se arrestati dalla Polizia, non subivano alcun processo, venivano barbaramente trucidati e i loro cadaveri gettati in fosse comuni.

Tra la fine del XXI secolo e l’inizio del XXII, le ostilità tra la Confederazione Adriatico-Ionica e il resto dell’Europa si erano concluse con una trattativa di pace mediata dalla Russia, che era ormai la superpotenza principale nel mondo, dopo il quasi totale annichilimento degli USA in seguito ai fenomeni già descritti. La Confederazione si era consolidata e aveva accettato l’annessione anche di altre nazioni, quali la Romania, la Bulgaria, la Siria, la Giordania, l’Egitto, la Tunisia, la Libia, l’Algeria e il Marocco. In questo mega Stato  Islamico, la pulizia etnica, nei primi periodi, era stata feroce. Chi non si convertiva all’Islam veniva passato per le armi. Alcune donne, a esemplare dimostrazione, vennero lapidate in pubblico. Quei pochi che riuscirono a sfuggire alla pulizia etnica, si erano organizzarono in gruppi segretissimi e si diedero alla macchia nelle periferie ormai disabitate dei grandi e medi centri urbani. La periferia Sud Orientale della città di Jesi, la zona compresa tra San Savino, Porta Valle e Via Gallodoro, era invece abitata da popolazioni, anche se non islamiche, meglio tollerate dal governo ufficiale. Il quartiere era umile, ma comunque le abitazioni erano decorose e abitate da minoranze in origine provenienti dall’Asia Centrale e dall’Estremo Oriente, Pakistani, Indiani, Bengalesi, Cinesi, Filippini e via dicendo.

La città di Jesi era, nell’anno 2.310, amministrata dal Gran Visir Astfan Al Akhmadi, che risiedeva nel Rinascimentale Palazzo del Governo, e dipendeva direttamente dal governo centrale di Ancona, retto dagli Ayatollah Semeney e Rakum.

«Dovremo andare a conferire con chi governa questa città. Sia esso un Sindaco, un Podestà o qualsiasi altra cosa, è mia opinione che risieda là, nell’antico Palazzo della Signoria, sulla cui torre sventola quello strano vessillo», disse Vladimiro.

«Sei più bravo di me a parlare. Vai tu!», rispose Adriano.

«No, la missione può essere rischiosa, non sappiamo con chi avremo a che fare. Meglio andare insieme, l’unione fa la forza».

Si avvicinarono a Porta San Floriano. Dal camminamento della guardia, due sentinelle armate li videro giungere da lontano. Già la prima sentinella stava puntando il fucile a proiettili paralizzanti contro i due “non allineati”, quando Vladimiro, ricordando un gesto gradito ai Musulmani, invocò con le mani giunte avanti a sé: «Veniamo in pace. Dobbiamo parlare con il Governatore di questa città».

Le due sentinelle scesero, raggiunsero i due uomini, li perquisirono con cura per verificare che non avessero armi, poi li scortarono, sempre sotto tiro dei loro micidiali fucili, su per Via del Fortino fino all’ingresso laterale del Palazzo del Governo.

«Credo che non uscirete vivi di qui, comunque il Gran Visir Al Akhmadi ha deciso di concedervi qualche minuto del suo preziosissimo tempo. Fatene un uso saggio», esordì un funzionario, uscendo dalla sala delle Conferenze. «Solo uno di voi può entrare. Prego!»

Vladimiro attraversò la porta in legno massiccio, che si chiuse dietro di lui, e si trovò in un’ampia sala, le pareti della quale erano arricchite da arazzi e da alcune scaffalature con antichi tomi, che avevano fatto un tempo parte della Biblioteca Planettiana. Su un angolo della sala, una scacchiera su un antico tavolino, con una partita a scacchi iniziata e mai finita: il re bianco era tenuto sotto scacco da parte dell’alfiere nero.

Il Gran Visir era seduto su uno scranno disposto su un gradino, in modo che fosse sopraelevato rispetto al resto del pavimento della sala. Vladimiro si prostrò ai suoi piedi e, inchinandosi, salutò a modo arabo.

«Salam aleikum!», disse, portando la mano destra prima sulla fronte, poi avanti alla bocca, poi sul petto, a indicare che la pace era nella propria mente, nelle proprie parole e nel proprio cuore.

Astfan Al Akhmadi si alzò, scese dal gradino, si avvicinò a Vladimiro e rispose: «Aleikum as salam. Se è vero che vieni in pace come dici, dimmi cosa sei venuto a chiedere, o a proporre. L’ultimo Cristiano che è stato qui, circa due secoli or sono, aveva deciso di giocarsi il governo della città e questo palazzo con il mio predecessore moro, non con le armi, ma per mezzo di una partita a scacchi. Come vedi, il Gran Visir di allora, ha avuto la meglio. Come puoi pensare di trattare con me, tu che sembri un non allineato da quattro soldi?»

«La partita non è vinta, il re bianco è in scacco, ma non è scacco matto. Perché il gioco si è interrotto?»

«Sembra che il Cristiano fosse molto anziano, si chiamava Alfredo Brandi. Si dice si sia sentito male e sia crollato morto a causa di un infarto, proprio mentre stava per fare la mossa successiva. Il Gran Visir moro considerò la partita vinta. A memoria della vittoria fece sopraelevare la torre campanaria e volle che la scacchiera fosse conservata con i pezzi nelle stesse posizioni in cui li puoi vedere ora.»

«Il bianco poteva vincere con una semplice mossa. Torre in C1: scacco matto!»

Il Gran Visir ebbe un moto di rabbia, ebbe l’istinto di chiamare le guardie e far sgozzare quell’insolente individuo davanti ai suoi occhi, poi ci ripensò e si trattenne.

«Sei molto scaltro, amico. Forza, sputa il rospo, cosa sei venuto a proporre?»

«Ti sono venuto a offrire qualcosa che permetterà all’umanità di sopravvivere nei secoli futuri, uscendo da questo Medio Evo in cui l’avete fatta sprofondare.»

«E perché vieni a fare quest’offerta a me, che sono l’umile governatore di una piccola cittadina?»

«Vedi, Astfan», Disse Vladimiro alzandosi in piedi, in quanto non temeva più l’uomo che gli stava di fronte. «Voglio ricordarti un antico proverbio. La sabbia è fatta di tanti piccoli granelli; se non ci fosse il piccolo granello di sabbia, non ci sarebbe la spiaggia.»

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