Dove lasciai il mio cuore – Tramonto

Serie: Io ti sentirò


La luce del Mattino – dove abita la Rugiada –

La luce del Mezzogiorno – destinata al Grano –

La luce del dopopranzo – ai fiori –

E le ciliegie selvatiche – la luce del Tramonto!

Emily Dickinson

Della mia casa ricordo il muschio rampicante, le formiche disposte in fila mentre salivano o scendevano incuriosite; gli arbusti che spezzavano i mattoni a metà e si intrufolavano in ogni spazio vuoto. Tutt’attorno il verde si estendeva a macchie, erba e terra a far da atrio a quattro mura ammuffite che io ero fiera di chiamare casa; ricordo tutto come se fosse accaduto ieri. A poche decine di metri, dietro la vegetazione c’era un fiumiciattolo che scorreva indisturbato; talvolta un pesce o due saltava per controllare se ci fosse qualcuno per poi proseguire la sua marcia verso l’ignoto. Sull’altra sponda c’era una distesa di fiori, un velo di arcobaleno in terra; ma i continui sibili mettevano in guardia tutti coloro che desideravano addentrarsi lì. Quante volte ho rischiato di essere morsa da un serpente per la mia testardaggine!

Io e mio fratello Karel vivevamo lì, in quella casa cadente.

C’erano due stanze: la cucina e la camera. In cucina c’era un tavolo in legno rugoso molto vecchio, qualche sedia sfilacciata, la carta da parati gialla che si arrotolava dai muri e un piccolo fornello bianco. La camera invece era un quadratino di mattoni rossastri consumati dal tempo, ricordo che ogni notte cercavo di contarli tutti; dormivamo su due materassi e per ripararci dal freddo usavamo due coperte di lana dove qualche ragnatela, di tanto in tanto, scendeva giù dispettosa. Quando avevo paura mi rintanavo sul materasso di Karel e aspettavo che lui tornasse, l’eco dei suoi passi e la sua voce tenue erano le mie sicurezze in un mondo sconfinato.

Eravamo poveri e nonostante i vari lavori di Karel non riuscivamo sempre a mangiare, l’altro mezzogiorno, come lo chiamavo io, era il momento del primo e ultimo pasto della giornata.

Io ero felice in quelle quattro mura con lui, grata dei piccoli miracoli che la vita mi regalava ogni giorno, ma ben presto le cose cambiarono.

Avevo quattro anni quando arrivarono gli assistenti sociali, mi separarono da lui e mi portarono in orfanotrofio. Sentivo il mio cuore staccarsi dal petto per aggrapparsi con orrore a quella mia adorata casa, ad ogni centimetro in più che mi allontanavo sentivo i frammenti del mio corpo contorcersi. Dopo quell’addio forzato i momenti si alternarono con poca lucidità: c’era un edificio immenso che trasmetteva sofferenza, un giardino pieno di foglie brune, puzzo di umido mischiato a minestra e sapore di solitudine.

I volti di bambini sconosciuti che mi guardavano fissi, forse felici di avere una nuova sorella, e io che mi sentivo dimezzata; vuota, fuori posto. Percorsi un corridoio striminzito, dove la luce sembrava essere inesistente, poi la incontrai per la prima volta.

Il suo volto spigoloso andava in contrasto con i capelli in disordine e seppur grossa quanto un armadio l’abito stretto delineava i confini di un corpo sin troppo magro.

Si chiamava Giertruda Kaminska e si mostrò come una donna gentile.

– Come ti chiami piccola? –.

Non le risposi, con mio grande sollievo parve non insistere.

– Irena! –, una donna paffuta con sopracciglia esagerate accorse – Mostra alla piccola la sua nuova stanza e falle fare un bagno a dovere per la cena –.

Lungo il tragitto quella donna non fece che parlare ma io non riuscivo a distogliere lo sguardo dalle sue sopracciglia, le trovai davvero bizzarre. Se le sue sopracciglia avessero potuto giocare sul mio umore vedere la stanza in cui avrei dovuto dormire per non so quanto tempo mi angosciò terribilmente: due file di letti asettici con coperte color terra, vecchie e con qualche pelo di gatto. Dovevano esserci all’incirca venti letti in quella stanza e l’oppressione mi schiacciò dal punto in cui mi trovavo ad osservare il tutto. L’opportunità di avere un vero letto in cui dormire non mi rasserenò per nulla, dov’erano i materassi rinsecchiti in cui dormivamo io e Karel? Mi mancava il mondo che appena un giorno prima mi avvolgeva con leggerezza, la spensieratezza mista a povertà.

– Su ragazzina – borbottò – non abbiamo tutto il giorno! –.

Prese a sbuffare, a lamentarsi e incolpare chiunque le capitasse a tiro.

A quelle chiacchiere ci feci l’abitudine, ma le lacrime che mi graffiavano gli occhi dovetti trattenerle con tutta la forza che avevo in corpo; non volevo piangere e mostrarmi debole. Decisi che non avrei pianto per nessun motivo al mondo, sapevo che prima o poi Karel sarebbe venuto a prendermi.

Avrei visto altri tramonti con lui.

Serie: Io ti sentirò


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Discussioni

  1. Bello il racconto, belle le descrizioni e belle le emozioni che fai provare. Si percepisce bene il legame fra fratello e sorella, sei riuscita in poche parole ad immergere il lettore fra quelle pareti sporche e povere ma che rappresentano l’unica casa che la protagonista vuole abitare.
    Ottimo primo episodio.
    Alla prossima lettura

    1. Apprezzo molto il tuo commento! Volevo trasmettere il loro legame nonostante la povertà e la semplicità della loro realtà e dalle tue parole vedo che sono riuscita bene nel mio intento.
      Alla prossima

  2. Ciao Africa, l’inizio di questa Serie mi è subito piaciuto, in poche righe sei riuscita a tratteggiare orrende vicissitudini familiari, stati d’animo, propositi e tensione emotiva. Complimenti davvero. Segnalo solo qualche piccola svista di battitura: l’apostrofo su “un’abito stretto” e “un’edificio” e la frase “Se le sue sopracciglia avessero potuto giocare sul mio umore…” sembra non chiudersi. Per il resto l’attenzione focalizzata sulle sopracciglia mi ha fatto sorridere, ha qualcosa di tragicomico. Corro al secondo episodio 🙂

    1. Grazie mille!
      Grazie per avermi segnalato questi errori di battitura, spesso me li lascio sfuggire nonostante la rilettura; ho voluto focalizzare l’attenzione sulle sopracciglia della donna per alleggerire un po’ la rottura d’equilibrio nella realtà di Ivanna.

  3. Ciao , ho letto con molto piacere questo racconto dalle descrizioni accurate , un piccolo mosaico di umanità , ho sentito il calore delle quattro mura , i rami , le foglie come una cornice del cuore di questa giovane protagonista , avvolta nelle sue radici. La tua scrittura è fresca non annoi nelle descrizioni , ti seguiro’ nei prossimi racconti!!!

    1. Questo tuo commento mi ha fatto molto piacere, inoltre era ciò che volevo trasmettere questo primo episodio. Calore e sensazioni di quella casa nel verde che accompagneranno cuore di Ivanna da quel momento in avanti.

  4. Ciao, ho letto questo primo episodio con piacere. Ho notato che lo stile non ti manca ed è decisamente personale; ottimo! Dovresti lavorare un po’ sulla forma. Ti consiglio di non allungare troppo le frasi; il punto fermo può essere un valido alleato.

    1. Sono felice che tu abbia letto questo primo episodio con piacere e spero continuerai a leggere anche i prossimi. Grazie mille per il consiglio!

  5. Ciao, ho appena finito di leggere il tuo racconto. E’ molto particolare,l’incipit è interessante, ma per darti un vero e proprio parere dovrei vedere come si sviluppa la storia. Solo un consiglio: cerca di fare più attenzione all’uso dei verbi perché in alcuni punti non sempre la storia scorre fluida, inoltre ho notato alcune sviste, come “testardagine” e “poreggermi”. Per il resto il tema su cui si basa la storia mi piace, non vedo l’ora di scoprire se la protagonista riuscirà, in futuro, a ritrovare suo fratello!
    P.s. Se hai dei dubbi o vuoi semplicemente un parere più approfondito, scrivimi pure in privato, sarò lieta di risponderti!

    1. Mi fa piacere che l’incipit ti sia piaciuto, è un racconto che scrissi anni fa e che sto riscrivendo di recente, tratta temi ababstanza pesanti ma lascio a te lo scoprire come si evolverà la storia di Ivanna.
      Ti ringrazio per avermi fatto notare questi piccoli dettagli, ne terrò conto, e per la disponibilità!