Dove mi trovo?

Serie: Connessi


Più mi guardavo intorno, più non capivo cosa stesse succedendo. Mi alzai dalla brandina con gli occhi che bruciavano alla follia e mi trascinai faticosamente verso le sbarre.

-Che succede!?- urlai, preso da uno scatto di rabbia.

Presi a scuotere con ancor più veemenza le sbarre, cercando di risvegliare l’attenzione di qualcuno dal vuoto della struttura. Dopo alcuni minuti di sfogo incontenuto, ripresi il controllo di me stesso facendo profondi respiri e passandomi dell’acqua gelida sul viso, nonostante provassi disgusto ad avvicinarmi a quel lavabo stagnante. Tra la nausea e la collera, anche un forte senso di incomprensione provvedeva a consumarmi: ancora una volta, più mi guardavo intorno, più non vedevo e non compredevo nulla. Non ricordavo come fossi giunto in quel carcere, dove sembravo essere l’unico esistente, e per questo avevo bisogno di qualcuno con cui parlare e confrontarmi. Ero divorato dalla disperazione che in nessun modo sapevo contenere: presi a calci le sbarre, il lavabo, le pareti e qualsiasi cosa mi capitasse sotto agli occhi. Imprecai, quando, poggiando sconsideratamente la testa sul cuscino, urtai contro un oggetto spesso. Lo afferrai, il mio cellulare, e feci un sospiro di sollievo. -Almeno tu ci sei- dissi stringendolo tra le mani come se fosse oro; in quel momento, però, rappresentava piuttosto l’unica via d’uscita da quello stato di confusione mentale. Premetti il tasto di accensione e in quell’esatto istante accadde qualcosa di straordinario (nel vero senso della parola, fuori dall’ordinario): migliaia di figure illuminarono il buio della struttura insieme a tutte le altre celle ed improvvisamente il senso di solitudine scomparve. Seppur di fronte ad uno sconcertante prodigio, mi sentii rassicurato.

-Ehi tu, sai dirmi come siamo arrivati qui?- domandai al mio vicino di cella, sporgendomi leggermente fuori dalle sbarre.

Nessuna risposta. Ripetei la domanda a tutti quelli che si trovavano nelle circostanze, ma nulla. Nessuno mi degnava di uno sguardo o una parola: erano tutti puntati sullo schermo del proprio telefono. Sbuffai, ancor più stanco e confuso; entrai in rubrica per chiamare mia sorella o qualsiasi parente avrebbe potuto sapere qualcosa di me. E se non potevo contare su di loro, su chi avrei dovuto? Me stesso no di certo, ero messo peggio di tutti. Lì dentro nessuno pareva agitato, tranne me; per tutti, quella, sembrava essere la normalità. Aggrottai le sopracciglia quando in rubrica non trovai più i miei contatti, se non una sfilza di “cella 1”, “cella 2”, “cella 3″… così fino a quanto non ne avevo idea . Scorrevo e scorrevo ma la lista di numeri non vedeva una fine. Mi fermai, schiacciai casualmente il tasto “cella 32” e, preso dall’impulso, avviai la chiamata. Non sapevo chi mi avrebbe risposto ma in quel momento non notavo altre vie di speranza.

-Pronto?- una voce pacata rispose.

Saltai dal materasso e presi a camminare avanti e indietro nervosamente. -Ciao, sono Andrea. Con chi parlo?- chiesi impacciato.

-Monica.1998, su Instagram e Snapchat-rispose

Corrucciai lo sguardo. -Come prego?-.

La stetti ad ascoltare con agitazione crescente mentre mi parlava di certe nuove tendenze sui social e simili sciocchezze; poi, la interuppi:-Non capisco di cosa tu stia parlando. Io vorrei sapere dove ci troviamo-. Fui molto rapido e schietto, non volevo spendere altro tempo di più in uno stato di ansia soffocante.

-Tu sei andrea.002 vero? Ti ho inviato la richiesta, accettala!-. Mi invitò a seguirla su Instagram ignorando completamente la mia domanda, ignorando il mio tono di voce chiaramente smarrito. Mantenni la calma.

-La accetterò se prima mi dirai cosa sta succedendo-. Come risposta ricevetti una risata nervosa che quasi mi fece rabbrividire. Mi passai le mani tra i capelli in segno di pura disperazione. -Per favore!- esclamai. La ragazza si schiarì la voce. -Scrivimi in direct- riagganciò, in tono serio, lasciandomi col fiato sospeso e mezzo logorato.

Serie: Connessi


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