Due lunghi secondi

Da un’ora siedo ai tavolini dell’Antico Caffè, nel loggiato all’aperto, e guardo la piazza affollata. Sono ancora scosso per quanto mi è capitato poco fa. Eppure, dovrei essere felice, e invece sono turbato. Stamattina sono uscito da casa con l’intento di andare a comprare un saggio di economia (“La società a somma zero”, scritto da Lester C. Thurow) che m’interessa. Il ragazo della Libreria Centrale, che è la più fornita della città, mi ha detto che il libro ci sarà solo nei prossimi giorni. A quel punto, per non uscire a mani vuote, ho acquistato un piccolo libretto dal titolo Il Grande Mistero, scritto da Tomas Transtromer, uno scrittore e poeta svedese del quale ho sentito parlare nei giorni scorsi. Ho pensato di andarmelo a leggere proprio all’Antico Caffè dove sto adesso. Ho percorso la via Garibaldi, un’isola pedonale che, come al solito, è affollata per lo shopping. Mentre stavo camminando ho assistito a uno scippo: una ragazza ha strappato la borsetta a un’anziana che spaventata ha lanciato un urlo. Nella confusione mi sono ritrovato con la ladra che fuggendo mi è passata vicino. Istintivamente l’ho agguantata cingendole la vita e così stretti siamo finiti a ridosso di una vetrina. Ci siamo guardati in faccia per non più di due secondi, poi la folla ci ha circondato e un vigile urbano l’ha presa per un braccio e l’ha portata dentro un negozio. Io mi sono fermato fuori per qualche minuto, ma già sentivo i passanti che dicevano di lasciarla libera perché si trattava di una povera droghina. E anche l’anziana scippata diceva di lasciar stare perché tanto a metterla in prigione non si risolve niente… Poi mi sono allontanato con in mente l’espressione della ladra nel momento in cui me la sono trovata a un palmo di distanza: le guance pallide e scavate, la bocca socchiusa in un ghigno patetico, lo sguardo disperato, perso. Ho pensato che avrà avuto vent’anni e che sta già buttando via la sua vita. Ho immaginato le sue giornate non diverse da quelle degli schiavi, perché anche lei schiava di un padrone orrendo: la droga. E mezz’ora dopo, dal tavolino del caffè, mentre leggevo il libretto di Transtromer, ho sollevato gli occhi e l’ho rivista passare, sottile come un’acciuga, i capelli arruffati, gli anfibi ai piedi, le spalle esili protese in avanti a cercare chissà che, a consumare la sua giornata maledetta.

                                                                                Stanco respiro

                                                                              livido volto piange

                                                                                   ultima resa

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Commenti

  1. Micol Fusca

    Ciao Carlo, mi piace molto come i tuoi racconti si leghino ai versi con cui sei solito dare enfasi allo stesso. Grazie per avermi regalato un’altra “istantanea”, un momento che racchiude un piccolo universo.