Due teste ed un solo cuore

Come maestria nello scegliere i posti dove andare a cena non lo batteva nessuno, erano sempre super buoni, particolari, eleganti, mai una volta in quei tre mesi che dopo una cena con lui avessi avuto vomito o diarrea e forse non mi ero neanche alzata per andare a bere la notte, non è che fossi incline a questi inconvenienti del dopo cena però mi era capitato in passato, forse perché non ero così a mio agio. 

«Cristina» mi dicevo come mantra prima di vederlo

«lui non ha mai avuto di fronte una come te, non sei nello stesso campo da gioco delle mignottelle sgallettate under 30 con cui è uscito fino ad ora ed anche se sicuramente ha portato anche loro negli stessi posti fighi dove va con te, tu non hai nulla per cui agitarti». 

Per la sera del nostro quarto mesiversario aveva scelto un posto clamoroso, francese, carinissimo, commovente. La cameriera ci aveva salutato con un caloroso e quasi cantato «Bienvenue madame et monsieur» e lui subito si era immerso nella carta dei vini come se stesse consultando le stelle per scegliere quella più luminosa per me. Io levitavo per la felicità, vedevo ogni suo sbirciarmi anche se la luce era soffusa, lungo-Senna di notte, non volevo essere da nessun’altra parte. I nostri due posti a sedere erano l’uno di fronte all’altro ma un po’ distanti tra loro eppure riuscivamo benissimo a tenerci la mano accanto alla candida candela bianca. Avevamo ordinato dell’ottimo vino, gli antipasti erano arrivati da poco e nonostante non fosse prestissimo per cenare e la fame si faceva sentire, li mettevamo in pausa di tanto in tanto tra una forchettata e l’altra per lanciarci degli sguardi interminabili, focosi, pieni.

Eravamo andati avanti veloce al dolce, la bottiglia di vino si stava congedando con un ultimo tuffo nel mio bicchiere e mentre stava versando stava frugando nella tasca interna della sua giacca: 

«Sai cos’è questo?»

Non aveva ancora estratto niente quindi non sapevo cosa potesse essere allora l’ho buttata sulla mia spiccata comicità spicciola:

«Una cassapanca?»

La candida candela bianca aveva smesso di muoversi alla mia battuta.

«Si, esatto, è una moneta, precisamente un rublo: ha un’aquila con un solo corpo e due teste» aveva fatto una pausa, un silenzio abbastanza lungo mentre la esponeva con il pollice e con l’indice:

«Siamo noi questi, non vedi? Non ci riconosci? Un solo cuore ma due teste ben distinte che penseranno sempre a come rendersi felici perché due cervelli insieme fanno faville con un solo cuore a guidarli»

Faccio un respiro profondo per nascondere il mio rossore, respiro, respiro ancora poi lo guardo negli occhi e gli dico:

«Sto davvero bene con te»

«Si, noi non dobbiamo lasciarci mai»

Il cameriere, una forma quasi angelica sbiadita in un alone di luce naturale, si stava avvicinando con i dolci che avevamo ordinato, magnifici, profumati, intensi. Se avessi avuto un milione di euro nella mia borsa insieme alla cipria, al rossetto e la tachipirina, avrei spostato con forza tutti i piatti, i bicchieri, le probabilità contro di me, la candela, i camerieri e li avrei scommessi sul «Si, rimarremo insieme per sempre».

Sono passati tre mesi da quella deliziosa e romantica cena, mentre il rublo con due teste di aquila ed un solo cuore gira velocemente in tondo di fronte a me sul tavolo vuoto della mia cucina, io ripercorro con cura tutti i dettagli, come al rallentatore, come se avessimo girato cento volte quella scena, ricordo perfino tutti i passi di danza che avevano fatto i nostri quattro bicchieri di acqua e vino per alternarsi tra le portate, il colore delle scarpe della cameriera-Bienvenue ed il cellulare di Mr. “non dobbiamo lasciarci mai” che aveva squillato all’improvviso ed era apparso “Ekaterina” con tanto di foto di una donna bionda in minigonna. Lui aveva provato a mettere il silenzioso cercando di non dare nell’occhio premendo dei tasti laterali senza guardare lo schermo ma faceva gesti tesi come quando hai pestato una merda mentre stai passeggiando in mezzo alla gente e cerchi di pulirti sull’erba facendo dei passi più pesanti con l’illusione di non far capire agli altri cosa stai facendo. Lei ha chiamato per altre due volte. Ho detto: 

«Rispondi se devi» ma avevo pensato «vediamo se mi dice che è il commercialista». 

Lui aveva risposto, si sentiva dall’altro lato una donna che parlava a voce alta, sguaiata, chiedeva a che ora sarebbe rientrato a casa con sottofondo di urla di bambini. Alla fine della chiamata lui aveva sorriso:

«Scusami, il lavoro. Ti ho già raccontato dell’Islanda?».

Di solito in pubblico sono misurata, attenta, convenzionale e non ho mai avuto una reazione del genere ma di colpo mi sono alzata, ho afferrato la borsa, ho messo il cappotto e sono corsa via senza dire neanche una parola mentre ero inseguita dalla cameriera che trascinava un dolce ma ora irritante «Au Revoir», non mi sono voltata a guardare la sua faccia, non era necessario, sapevo benissimo che era anche lui un tesserato al club UDM, Uomini Di Merda, quando li cogli sul fatto hanno tutti la stessa espressione di scuse mista ad ammiccamento perchè stanno con un’altra persona ma loro amano solo te, solo in quel momento però.

Il rublo ora è caduto dal tavolo, lo seguo con lo sguardo poi mi alzo, ci passo sopra con un piede, sento il suo rumore aspro mentre striscia sul pavimento, gli do un calcio per spazzarlo via e mi metto a letto. Ho aperto istintivamente il braccio come se dovessi cingere il collo di qualcuno poi l’ho richiuso ma mi sono ritrovata con la mano sul petto, caduta nel vuoto. Non c’era più la sua testa di aquila appoggiata alla mia testa di aquila che governavano il nostro unico cuore come fino a qualche ora prima di quella cena ma ho aggiunto alla mia collezione una testa di cazzo in più. Sono ancora truccata, disfatta ma devo ritrovare quel milione di euro per investirlo tutto in una Onlus con la missione di aiutare noi poveri idioti compulsivi che ancora giochiamo d’azzardo con l’amore perdendo sempre tutto, puntualmente. Lui è lì, avvolto da una fiamma ai piedi del mio letto ed io domani mi sveglierò da sola, ancora una volta, da sola, per fortuna.

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Discussioni

  1. Ciao Giuseppe, hai descritto con maestria una situazione purtroppo non così rara. L’amore a volte è una scommessa ed in alcuni casi somiglia al lancio della moneta: testa o croce?