Era una notte buia e tempestosa

Serie: Sei proiettili d'argento


Il sonno di Tiberio era agitato, spesso riapriva gli occhi e ogni volta che controllava l’orologio che teneva in tasca si rendeva conto di aver riposato per poche decine di minuti. Aveva deciso di rimanere al piano di sotto, dopo aver rinchiuso nell’armadio madre e figlia, perché evitare brutte sorprese dall’esterno era primario: non si poteva permettere altre strambe visite nel cuore della notte. 

Forse erano le tre o le quattro del mattino, fuori solo il rumore della bufera che non accennava a diminuire, quando un urlo acuto spaccò i timpani dell’ex soldato, la mano sulla pistola per poco non gli fece partire un colpo sui piedi. Gli occhi si spalancarono da soli, era abituato a reagire subito alle minacce, la spettrale cucina metteva i brividi. Per qualche istante rimase immobile in attesa di percepire qualche altro rumore che svelasse il mistero. Un altro lamento, come quello di poco prima, interruppe di nuovo la quiete, e non c’era alcun dubbio sulla sua provenienza: il piano di sopra. Con la lentezza che solo un sonno interrotto può dare, l’uomo si tolse la coperta di dosso e si alzò, la pistola spianata; cercò con lo sguardo la candela che aveva lasciato sul tavolo, ne intuì i contorni con il poco di luce che filtrava dalle finestre chiuse. La mano sinistra frugò nella tasca dei pantaloni e riemerse con un pacchetto da cento fiammiferi, ne tirò fuori uno e lo strisciò con forza sul tavolino. La debole fiammella tremava come un neonato infreddolito, la avvicinò al manufatto di cera e attese, quando lo scambio di calore ebbe il suo effetto spense con un gesto secco il pezzetto di legno, poi afferrò la candela tenendola all’estremità inferiore per non scottarsi. 

I suoi piedi procedevano incerti lungo le scricchiolanti assi di legno che costituivano gli scalini verso il piano superiore. Nella testa di Tiberio prendeva forma, come un teorema dall’esito certo, un solo scenario possibile, nonostante sperasse il contrario era difficile attenderselo. Giunse all’ultimo gradino con il cuore in gola e la pistola pronta a fare fuoco, fu in quel momento che la coda dell’occhio individuò alla sua destra un’ombra scura. Marco lì in piedi accanto a lui, gli occhi brillavano di rosso, in un battito di ciglia quello gli fu addosso, il rantolio accompagnava ogni movimento. L’ex soldato non riuscì ad evitare di essere spinto giù per le scale, i corpi aggrovigliati come inestricabili cavi d’acciaio, tentò di proteggersi la testa con la mano sinistra, liberatasi della presa sulla candela, ma non fu sufficiente a parare un paio di colpi bene assestati. Sparò due volte con la canna rivolta verso le budella dell’amico, quello nemmeno reagì, come se non potesse più percepire il dolore. Il fetore mortale emanato dalla sua bocca digrignata come quella di un animale faceva venire il vomito; Tiberio lottò con tutto se stesso per tenerlo lontano mentre la mano sinistra tentava di arrivare al coltello nello stivale. Giunsero in fondo alle scale, Marco si alzò in piedi, lo osservò con quei fari demoniaci che avevano preso il posto degli occhi, urlò e si gettò su di lui come un affamato su un pasto. L’ex soldato trovò la prontezza di riflessi per schivare sulla destra, il corpo urtò contro una sedia che non aveva nemmeno notato. Il non morto parve sorpreso da quello scatto d’agilità, rimase interdetto per qualche istante e poi si voltò, a quanto sembrava i suoi occhi erano in grado di cogliere la situazione molto meglio di quelli del suo amico che faticava a muoversi senza inciampare. La bestia lo afferrò con entrambe le mani con una forza che non poteva essere umana, i loro volti a pochi centimetri l’uno dall’altro, ormai era impossibile scorgere qualcosa di umano in Marco. Tiberio fu scaraventato contro il tavolo che andrò in frantumi come un vaso di porcellana, un paio di schegge si conficcarono nel polpaccio, le costole gli dolevano come se avesse appena finito un incontro di pugilato. Il non morto corse verso di lui a testa bassa come un toro, si tuffò su quello che una volta era il suo collega e amico e tentò di morderlo, l’altro riuscì a mettere fra loro due un’asse del tavolo. Due colpi, stavolta in mezzo agli occhi, il cervello schizzò dalla nuca come l’acqua da un rubinetto, per un momento l’assalitore parve non curante della cosa, poi si lasciò andare, il peso tutto sul suo amico. I proiettili d’argento non sbagliavano mai.

Serie: Sei proiettili d'argento


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Horror

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Discussioni

  1. Ecco perché i proiettili d’argento… quindi ne restano altri quattro. Vado subito a vedere chi si beccherà gli altri. Bravo Alessandro.

  2. Complimenti Alessandro, la descrizione iniziale mi ha fatto “vedere” come un un film Tiberio salire le scale a lume di candela. Lo scontro concitato, la descrizione del non morto, ormai belva priva di intelletto, sono rese molto bene. E… Niente, ora ho voglia di giocare a Sine Requie! ?