Falco

Serie: Il Branco

Patrick Green Hawk non si era arruolato per uccidere donne e bambini. Di qualsiasi razza fossero. Per un nativo americano l’esercito rappresentava una buona possibilità per guadagnare onestamente la pagnotta, uscire dalla riserva con uno scopo. L’introduzione nella società delle razze aveva tolto il lavoro “sporco” alla manovalanza e la sua etnia ne aveva subito il contraccolpo. Gli imprenditori avevano smesso di assumere personale per i cantieri edili, le miniere, le fabbriche. I Lillip erano più economici e non avevano la cattiva abitudine di protestare. Né, di mangiare…

Aveva firmato il contratto con l’esercito non appena giunto alla maggiore età, fiero di poter essere utile al Paese. Il suo impegno e costanza gli avevano permesso di conquistare la mostrina di Primo Sergente: l’aveva portata con orgoglio fino a un mese prima.

Non si era lamentato quando la sua divisione era stata inviata al fronte. Gli scontri con i Daemon l’avevano ammaccato, come soleva pensare, ma non per questo aveva fatto un passo indietro. Dopo aver sostituito i “pezzi” mancanti si era gettato nuovamente nella mischia. A differenza di altri non si sentiva un robot, le protesi meccaniche non avevano tolto nulla al suo essere uomo. Non faceva un dramma di quanto aveva perso. Certo, potendo scegliere si sarebbe tenuto volentieri gamba, braccio e occhio. Alcuni dei suoi commilitoni non avevano vissuto quel cambiamento con serenità. Immaginava fosse difficile accettare il proprio corpo per chi aveva una relazione stabile: la paura di essere diverso, un mostro, stringeva lo stomaco a parecchi dei sopravvissuti al campo di battaglia cui erano stati impiantati arti o organi artificiali.

Il suo aspetto non ne aveva risentito del tutto, l’occhio meccanico era del colore giusto e appariva a tutti gli effetti naturale. Gamba e braccio in lega di titanio conservavano la giusta forma e scomparivano all’interno della divisa. Non aveva casa, nessuno da “deludere”. Non aveva mai cercato una relazione stabile, non era nelle sue priorità trovare un compagno. Aveva investito tutto se stesso nell’essere un buon soldato.

Quanto era accaduto ai Presidi aveva messo in dubbio ogni sua certezza.

Affrontare i giganteschi guerrieri Daemon non lo aveva mai mandato nel panico. Piuttosto, era riuscito a comprendere le sensazioni che i suoi antenati avevano provato in un tempo lontano. I mitragliatori servivano a poco, di norma gli scontri si concludevano in un corpo a corpo. Era permesso ai soldati di portare un’arma bianca per fare fronte a quella situazione, la sua era un tomahawk in lega di titanio. Aveva fatto incidere il suo animale totem sulla lama: il falco.

Gli piaceva lo scontro di volontà scaturito nella lotta, l’adrenalina che pompava nelle sue vene. La forza fisica dei Daemon era nettamente superiore a quella umana, ma Patrick giocava sulla velocità e l’astuzia. A dispetto delle ferite che aveva riportato rispettava l’avversario riconoscendogli correttezza. I Daemon non giocavano sporco, si abbattevano sui soldati con la loro solidità in un faccia a faccia: mai colpivano alle spalle, mai si univano in gruppo per attaccare un solo elemento. Morire in quel modo non lo spaventava: lo riteneva onorevole.

Prima di attaccare il Villaggio Numero Cinque gli era stato ordinato di distribuire ai soldati della sua compagnia delle microscopiche compresse verdi, non più grandi della capocchia di uno spillo: gli “spillini”. Ne aveva sentito parlare, ma non aveva mai avuto occasione di utilizzarli. Quando aveva chiesto informazioni al Capitano gli era stato riferito che erano composte da una sostanza di nuova generazione che fungeva da ansiolitico: il Comando Centrale aveva iniziato a distribuirle ai vari reggimenti da un paio di settimane. Aveva scelto di non ingoiare la sua. La battaglia lo esaltava, lo “spillino” era del tutto inutile: temeva potesse rallentare la capacità di decidere in pochi secondi che tante volte gli aveva salvato la pellaccia. Finse di ingurgitare lasciandolo cadere; una buona pestata con l’anfibio e scomparve nella polvere.

Una volta abbattute le porte dello steccato che proteggeva la comunità si era scatenato l’orrore. Aveva guardato ovunque, alla ricerca degli enormi avversari che era venuto ad affrontare. Nessun Daemon adulto. Avvinto da una memoria ancestrale aveva sentito le gambe cedere, persino quella meccanica, ed era finito in ginocchio. Era stato colto da un sogno lucido: tepee alle fiamme, donne e bambini trascinati per i capelli. Sangue, morte, grida disperate. Macabri trofei. Una donna era passata davanti a lui correndo, stringendo fra le braccia una bambina di pochi anni. La piccola portava al collo un laccio di cuoio: un ciondolo a forma di luna rimbalzava sul suo magro sterno come un piccolo cuore filmato al rallentatore.

Si era scosso dall’incubo per incontrarne uno peggiore. Quali bestie avevano preso possesso dei suoi uomini? Non erano i ragazzi con cui aveva diviso ore disperate in ospedale, pattugliamenti, attese. Aveva saputo per istinto che lo “spillino” aveva rubato loro l’anima e ricordato quanto era accaduto durante la Guerra in Vietnam: anche lì, l’eroina aveva bruciato il cervello di molti soldati. Secondo i racconti di famiglia il bisnonno era tornato a casa irriconoscibile: era divenuto un estraneo e aveva trascorso il resto della sua vita seduto sulla veranda a sbavare come un neonato.

Si era alzato a fatica. Con il cuore devastato si era diretto alla palizzata evitando di pestare i cadaveri che si stavano accumulando al suolo. Era passato accanto a quello della bambina: il cranio fratturato metteva in mostra parte del cervello e il ciondolo di legno giaceva inanimato pregno di sangue. Una volta giunto a posare piede fuori dal Presidio aveva accettato di portare sulle spalle il peso di quella decisione per tutta la vita. Aveva strappato le mostrine dalla giacca dell’uniforme e lasciate cadere a terra.

Aveva camminato per giorni senza una vera intenzione: aveva lasciato che fossero i suoi piedi a guidarlo, senza reale coscienza della molla che lo spingeva ad avanzare. Era giunto in città e si era messo alla ricerca di un segno. Lo  avevano accolto strade e vicoli abbandonati, rottami d’auto, sciacalli che attendevano nell’ombra. In poche settimane la sua specie si era involuta allo stato bestiale senza l’aiuto di nessuno “spillino”. 

Era riuscito a portare aiuto ad alcune persone in difficoltà, estrarre un paio di ragazzi dalle macerie di un edificio e distrarre l’attenzione dei cannibali da un terzetto mal assortito: una donna di colore accompagnata da un enorme pirata borchiato e un impiegatuccio che ancora si ostinava a fare il nodo alla cravatta.

Decise di attraversare il ponte di Brooklyn solo perché l’istinto gli fece volgere lo sguardo in quella direzione. Ammirando il cielo scorse l’ombra di un enorme volatile: un falco, probabilmente fuggito da una gabbia dello zoo poco lontano. Seguì il volo del rapace, rapito, evitando gli ostacoli sulla strada in un lento slalom. Lo perse di vista giunto a metà del ponte.

Quando abbassò lo sguardo sul parapetto individuò il ragazzo seduto a terra. Teneva le spalle poggiate al cemento, le gambe dritte: incurante del mondo. Dopo essersi sincerato di essere solo, non intendeva cadere nella trappola di qualche compare nascosto nei rottami delle auto, si avvicinò.

Vestiva con una tuta sportiva troppo grande per lui, un capo che gli si adattava solo per l‘altezza. Il cappuccio calato sul volto celava in parte i suoi lineamenti. Patrick posò la mano sul manico del tomahawk, pronto a reagire in caso di necessità. Nell’avvicinarsi il viso dello sconosciuto prese forma. Naso dritto e sottile, labbra ben disegnate, occhi neri come ossidiana. Il volto che ci si attendeva di ammirare sul cartellone pubblicitario di un marchio di alta moda. Sapeva che a volte l’apparenza poteva ingannare, ma non gli sembrava il tipo di persona pronta a sgozzare qualche malcapitato.

« Sei solo? »

Gli occhi neri si mossero impercettibilmente, le labbra si stesero in una linea. « Sì. »

Patrick sedette a distanza di sicurezza, suo malgrado incuriosito. Rimasero in quel modo fino al tramonto, senza parlare. Decise di rompere il silenzio solo quando il sole era prossimo a scomparire all’orizzonte.

« È pericoloso stare allo scoperto. C’è brutta gente in giro. »

Patrick si rese conto di non riuscire ad allontanarsi. Lo aveva fatto molte volte, scegliendo la solitudine alla compagnia dei disperati che aveva incontrato. Estrasse una latta dallo zaino, uno degli ultimi oggetti che gli ricordavano la vita precedente. Aveva gettato la divisa non appena era riuscito a procurarsi degli indumenti puliti.

« È l’ultima. Non è un granché, odio il granchio in scatola. » prima di allungarla in direzione dello sconosciuto ne mangiò metà.

Il ragazzo la prese senza esitazione. « Grazie. »

« Il mio nome è Patrick, sono arrivato a New York da un paio di settimane. Non conoscevo la città, non ho mai avuto l’occasione per visitarla. » parole senza senso. Per poco non scoppiò a ridere: quelle chiacchiere da salotto erano assurde. « Come ti chiami? »

Le labbra del giovane si piegarono in un’espressione pensierosa. Un’esitazione che diede a Patrick la pelle d’oca.

« Joy. »

Serie: Il Branco
  • Episodio 1: Funerale Vichingo
  • Episodio 2: No
  • Episodio 3: Drago
  • Episodio 4: Maiale mangia Maiale
  • Episodio 5: Il Signore delle Mosche
  • Episodio 6: Falco
  • Episodio 7: Redenzione
  • Episodio 8: Punto Zero
  • Episodio 9: 973127
  • Episodio 10: Joy
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