Fase 3 – Inferno

Serie: Perché?


Distretto sotterraneo VI – 14:29

Roho era stanco, affamato e doveva assolutamente bere dell’acqua.

Aveva provato a dissetarsi con quella piovana che si era accumulata in un laghetto tra alcune lamiere, ma la lingua e la bocca gli bruciarono incredibilmente e si sentì quasi soffocare. Stette per molto tempo in agonia prima che un po’ il dolore gli si attenuasse; e mentre respirava male, gli bruciava la pelle e si sentiva sempre più stanco: l’ansia e la paura stavano prendendo il sopravvento sulla ragione.

Fu così che zoppicando si sdraiò vicino ad Ankit, morente, e lentamente chiuse gli occhi.

«…ehi» fece una voce, «…ehi stai bene?»

Roho si ridestò. Non riusciva a mettere bene a fuoco ma qualcuno lo stava aiutando ad alzarsi. «Siete arrivati così tardi?» fece, convinto che fossero i soccorsi. «Il…il mio amico…il mio amico è molto ferito. Aiutatelo».

«Accidenti» fece una voce.

Quando Roho si riprese dal suo torpore, vide un omone che portava sulla schiena un uomo ferito.

«Ascolta» fece Murari «cerca di essere forte e porta il tuo amico con noi; non posso a farmi carico di altri pesi».

Roho guardò Ankit: «non posso» replicò, «sono ferito alla gamba, non ho forze».

Murari non sapeva cosa fare: non poteva lasciare lì gli unici superstiti che era riuscito a trovare.

Ma erano ancora troppo vicini alla superficie: non sapeva come andare avanti: la sorella era morta, insieme a Feng – per colpa sua -, e più andava avanti e più si ritrovava in un ciclone di morte.

Erano così miserabili: lui si sentiva allo stremo delle forze, abbattuto nello spirito e nel corpo; Charan non parlava più, era come se non ne fosse più in grado: tossiva solamente; Temitope era in fin di vita, ed ora quei due non potevano manco muoversi.

Mentre rifletteva Charan cadde a terra in preda ad una crisi respiratoria. Murari poggiò a terra Temitope e si precipitò da lui.

Il bambino scalciava e si dimenava senza riuscire a riprendersi; sbatteva i pugni chiusi a terra e lacrimava, mentre agonizzante ed impanicato cercava di riuscire a respirare nuovamente: stava diventando viola.

Murari cercò di rimanere lucido e provò ad aiutarlo, a creare qualche risposta in lui: provò a comprimergli dolcemente il petto; poi provò ad alzare la testa; gli mise due dita in bocca per capire se avesse un’ostruzione, ma vi trovò solo mucose insanguinate.

L’agonia di Charan durò qualche minuto, senza che Murari poté far nulla; stringeva tra le sua braccia il drone, che emetteva un “bip” continuo; trovò finalmente quiete quando, infine, spirò.

Murari mirava inorridito e senza più speranza il suo piccolo corpo senza vita: era totalmente atterrito: non era in grado di salvare nessuno, non un bambino, figuriamoci un’intera Area.

Era un fallito ed aveva perso tutto e tutti.

Si ritrovò in una spirale di sconforto e si lasciò andare ad un pianto miserabile.

Seppellito Charan e posato Temitope vicino ad Ankit, Murari riposava esausto e patetico accanto a Roho, sempre più debole.

«Hai presente» fece Roho improvvisamente rompendo il silenzio «Dante?»

Murari lo guardò: «ehm, non saprei, quello che ha scritto la Divina Commedia?»

Roho sorrise. Tossì. «Hai presente no? Ho sempre trovato conforto nella lettura, ma nella Commedia c’era altro…»

Si fermò, come se facesse fatica a parlare, poi riprese: «pulito tutto l’aspetto religioso, resta un enorme palcoscenico: l’aldilà».

«Mi vuoi convertire prima di crepare?» fece seccato Murari.

Roho rise: «non credo, chi ne ha bisogno oramai?»

«Non so, alla Fine in tanti sperano di salvarsi».

«Non io» assicurò Roho, «voglio dire altro».

«Prego allora. Vediamo cosa devo sorbirmi prima di crepare» permise Murari mettendosi comodo.

«Su quel palcoscenico» continuò imperturbato Roho, «Dante mise in scena ogni aspetto, ogni azione, ogni passione dell’essere umano. L’apparizione terrena delle persone, per la sua concezione, è una figura di quella dell’aldilà, mentre quella ultraterrena è un compimento dell’apparizione terrena: l’aldilà è l’atto realizzato del piano divino: i fenomeni terreni sono figurali, e solo nell’aldilà trovano compimento».

Murari seguiva disinteressato: «quindi?»

Roho rise: «i defunti, arrivati nell’aldilà, si completano, e appare appieno l’essenza della loro persona, della loro individualità, come mai in vita gli poté succedere. E’ questo il punto che ci riconduce a noi, perché sembra di essere come quei dannati dell’inferno: i defunti appaiono quanto mai veri in ogni sfaccettatura terrena, e le loro terribili condizioni accrescono l’effetto dell’emozioni mondane, non ultraterrene.

«Siamo all’inferno ora, benché vivi, e siamo patetici, perché peggio stiamo e più sentiamo mancare la materialità delle nostre emozioni. Però io non voglio dare questa soddisfazione a chi ci ha fatto questo…»

Murari guardò Roho a fondo. Un testo di quasi mille anni prima del presente era ancora così vicino a loro? Era colpa loro che, malgrado fossero circondati dai mezzi più avanzati, erano ancora retrogradi biologicamente, o era la genialità di un personaggio storico che aveva visto profondamente nell’essenza umana e mille anni non lo scalfivano ancora?

Oramai il mondo era prossimo alla fine delle barriere dopo la caduta delle Nazioni, e ancora stavano combattendo come se si trovassero su pianeti differenti…

Murari non seppe darsi una risposta, ma forse entrambe le sentenze in parte erano vere.

Roho si risvegliò infastidito. «Ehi» fece a Murari muovendo il gomito, «perché non spegni quel dannato coso?!»

Murari aprì a fatica gli occhi. Quanto tempo era passato? Non seppe dirlo con certezza, ma notò che Temitope non respirava più.

D’altro canto l’amico di Roho, Ankit, pareva ancora in vita.

Fu solo allora che Murari sentì il “bip” del drone di Charan.

Si alzò, lo esaminò: era online!

«I soccorsi» fece Murari, «i soccorsi hanno ripristinato le connessioni!»

All’improvviso fu travolto da una lontana speranza: impostò il drone manualmente, e con mani tremanti lo avviò dai suoi palmi verso la superficie attraverso una fessura nel soffitto.

Per Murari, dopotutto, non c’era molto senso nel continuare a vivere, ma forse Roho e Ankit potevano ancora salvarsi.

Il drone avrebbe inviato una richiesta d’aiuto indicando la loro posizione.

Murari si lasciò cadere a terra esausto. Fate presto…

Stati Uniti del Brasile, Zona de Rio, Rio Janeiro,

1 Maggio 12.131 – 04:42.

«…quindi le operazioni di soccorso saranno ritardate». Abayomi si sedette: «ora ho finito: finalmente potete farvi avanti con le domande».

Il pubblico tacque.

I soccorsi non avrebbero avuto vita facile: per la maggior parte dei superstiti sarebbe arrivato aiuto in ore se non giorni. Ponti crollati, strade ostruite, condotti distrutti; né acqua, né elettricità, né connessioni: senza infrastrutture non c’è civiltà che possa operare. Inoltre le alte concentrazioni di radiazioni rendevano difficile l’intervento umano, che poteva fare affidamento solo su droni, robot e dispositivi a controllo remoto, almeno fino all’arrivo di attrezzatura contro le radiazioni spaziali.

Malgrado le alte tecnologie della Repubblica e gli aiuti degli alleati, non esisteva Area sulla Terra pronta ad offrire una risposta umanitaria preparata a gestire un qualcosa dalla distruzione di tale portata.

Le catastrofi naturali oramai erano gestibili, ma quello non era semplicemente come un terremoto, un uragano, un incendio od un incidente nucleare: era tutto quello messo insieme, ma molto peggio.

Serie: Perché?


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