Fase 3 – Perché?

Serie: Perché? #Stagione2

  • Episodio 1: Fase 3 – Perché?

Repubblica Sarhiana, Area Somalica

Quando le fiamme furono spente, le polveri depositate sul suolo e la maggior parte dei superstiti recuperati, nelle zone limitrofe di Xinairobi e lontane dalle radiazioni furono costruiti migliaia di centri stampati tridimensionalmente per i superstiti: ma allora non era ancora finita l’emergenza, sia umanitaria che ambientale.

Migliaia di specialisti da tutto il Sistema Solare raggiunsero l’Area Somalica per aiutare scienziati e ricercatori a contenere le radiazioni; il team improvvisato da quei volontari si arricchì del supporto telematico di ancora più esperti.

Vennero impiegati per lo scopo i più avanzati mezzi tecnologici a disposizione sviluppati per le radiazioni cosmiche, utilizzati in passato anche per la depurazione di Chernobyl e Fukushima: si calcolava che malgrado tale impegno, l’enorme area colpita sarebbe rimasta inaccessibile agli uomini per secoli a venire.

Politicamente la situazione a livello terrestre – e conseguentemente solare – era un disastro: l’Onu aveva sanzionato pesantemente gli USB e alleati, sospettati di aver contribuito al disastro, e le tensioni inter-areali erano altissime, come mai prima di quel momento: minacce di guerre nucleari, guerre satellitari, attacchi ad avamposti e città su Luna, Marte e nel Sistema Solare esterno.

C’era chi approfittava del caos e delle tensioni per i propri fini, distretti ed Aree che accettavano proposte o cambiavano alleati in base ai propri bisogni, e singoli potenti individui che sguazzavano in quel casino, portando avanti ideologie talvolta assurde ed illogiche.

In tutto ciò il capo del team di ricerca dell’OMD-48-1516-2342, Abayomi Santosa, fieramente e pubblicamente soddisfatta dei risultati della tecnologia brasiliana, fu catturata e uccisa pochi giorni dopo da parte di un gruppo di spie della Repubblica Sarhiana, al quale governo salì il figlio dell’ex Presidente.

L’intero genere umano disperso nel Sistema solare stava partecipando più o meno attivamente alle tensioni civili di Terra, ed empaticamente era vicina ad una delle più gravi crisi umanitarie della Storia dell’uomo, nonché uno dei più devastanti attacchi nucleari e bellici: il bilancio delle vittime, nell’immediato e nel lungo termine, era inimmaginabile, pari a quasi quattro volte quello delle vittime dell’Olocausto, ma in molto meno tempo: la follia umana aveva colpito ancora…

Tutti i network informativi del Sistema ne parlavano, e nessuna crisi politica poteva reggere l’urgenza umanitaria: su un’area di tredici mila chilometri quadrati di Xinairobi – tutti contaminati da radiazioni disperse anche oltre a causa delle condizioni atmosferiche sfavorevoli –, tra le più grandi megalopoli terrestri, con circa cinquantaquattro milioni di abitanti, poche decine di migliaia di persone furono ritrovate, e parecchie migliaia morirono nei giorni e settimane successive.

Tra i migliaia di morti per le ferite riportate, aria tossica respirata, radiazioni e malattie annesse a tali radiazioni vi era Temitope, deceduto all’arrivo dei soccorsi; il laobao Murari Zhu, deceduto il quattro maggio, tre giorni dopo il recupero e senza la possibilità di attuare su di lui il Passaggio; e similmente seguito, il sette maggio, da Roho Kumar.

Kiambu, centro d’emergenza per i superstiti di Xinairobi

10 Maggio 12.131 – 12:00

«Signor Shan» chiamò un robot umanoide, uno dei centinaia in quel centro d’emergenza; era rischioso usare umani, ed erano insufficienti i medici a disposizione.

Ankit si voltò: «si?»

«Ho una buona notizia» annunciò abbassando la voce: «le sue condizioni sono migliorate, e il primario vorrebbe provare un Passaggio su di lei: potrebbe farcela a lasciare in tempo il suo corpo».

Ankit si voltò dolente a guardare fuori dalla finestra. Pioveva ancora, come quel giorno.

Era in quel modo che le radiazioni si erano estese ulteriormente nell’Area Somalica.

«No» disse convinto al robot, «non voglio».

L’altro si bloccò un attimo, poi riprese: «ma possiamo salvarla. Non le piacerebbe un corpo come il mio e salvarsi dal dolore?»

«Non è questo il punto» replicò Ankit, «che senso ha vivere più a lungo se non si ha più motivo per farlo?

«Non ho famiglia, non ho amici, non ho un lavoro, non ho un posto dove stare; tutti i miei sogni sono evaporati, tutti i miei ricordi cancellati, tutte le mie speranze svanite.

«Il dolore fisico passerà, ma quello della mia mente? No. NO!»

Il dottore continuava ad ascoltarlo.

Ankit lo guardò più intensamente di prima: «non posso più sopportare questo dolore, più mentale che fisico.

«Dato che non voglio il Passaggio, che comunque potrebbe non riuscire, e che morirò a breve in questo corpo putrido, nel mio stato ho il diritto all’eutanasia, quindi ne parli con il primario o lasciatemi morire in pace!»

Il dottore elaborò, attese risposte dal primario e se ne andò.

Ankit guardò nuovamente alla grigia pioggia di fuori: non provava odio, non provava tristezza, non provava nulla: era vuoto.

E a breve anche il suo corpo sarebbe stato comunque un involucro vuoto.

E fino ad allora avrebbe atteso senza far altro che piangere, consolarsi e coccolarsi nei dolci ricordi e chiedersi ossessivamente sconsolato: perché…?

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