Frammenti di futuro – Cuore Nero Seconda stagione

Occhi vuoti, pelle morta e mani gelide.

Patrick Guilliman rinvenne improvvisamente, chiedendosi da quanto tempo fosse immobilizzato, consapevole che la sua coscienza saltellava dalla lucidità all’oblio, in continuazione.

La sua volontà stava cedendo e iniziava a opporre meno resistenza.

In fondo era meglio così, si disse.

Ma si cazzo, me lo merito…Pensò.

La sua mente si perse nei ricordi: la sua bellissima Tracy Kemper, il suo amico Daniel Neri, Vanhoer e i problemi che gli aveva causato, Robert Carlson e la battaglia che aveva perso per aver premuto il grilletto.

…Te lo meriti Patrick, pazzo bastardo…Dai retta ad Alex, lasciati andare…E’ meglio così….Magari non è poi così male…Restare qui…Da questa parte dello specchio…

…Specchio?

Si riscosse brutalmente e questo gli causò delle punture nella corteccia celebrale.

Strinse i denti e cercò di riflettere.

Sono dall’altra parte dello specchio…

Questo significa che…Ma certo!

Patrick Guilliman iniziò ad urlare: “Io non morirò qui figlio di puttana!”

Nel momento in cui pronunciò quelle parole, ebbe la sensazione che le mani gelide dei cadaveri allentavano la presa.

Non si soffermò su quel particolare ma prese coraggio e ripetè: “Mi hai sentito bastardo? Io non morirò qui!”

Alex rise divertito: “Non puoi fare nulla detective.”

“Invece si che posso!” Guilliman urlava sempre più forte sentendo che la presa su di lui iniziava a cedere. Con uno slancio di coraggio, provò a sollevarsi in avanti. Liberò le spalle e la fronte e scalciò con i piedi divincolandosi anche dal cadavere di Lucas Dawson sdraiato davanti a lui.

Si alzò di colpo dalla poltrona e la nausea tornò a farsi sentire, ma cercò di resistere.

Si voltò a scrutare i volti dei morti ormai alle sue spalle. Erano inespressivi e in un certo qual modo, sembrava avessero perso la malvagità con cui lo avevano soggiogato poco prima.

Il detective avanzò di qualche passo verso Alex e fissandolo con sguardo deciso, disse: “Io posso fare qualcosa, perché io non sono qui!”

Quella frase echeggiò in tutta la casa e per la prima volta, Patrick Guilliman, notò un lieve moto di agitazione negli occhi di Alex, il quale incredulo domandò: “Cosa?”

“Io non sono qui.” Proseguì Patrick Guilliman, avanzando ancora: “E neanche loro…” aggiunse indicando Lucas Dawson, Alan Longfellow e Franz Mendel.

“Loro sono morti. Non hanno attraversato alcuno specchio, è tutta un’illusione! Noi non siamo qui Alex.” Proseguì Guilliman. Poi, puntando un dito verso di lui disse: “Ma tu si.”

Ad ogni passo del detective, Alex arretrava: “Che cosa stai dicendo?” Continuava a domandare incredulo.

“E’ tutto un trucco.” Aggiunse Guilliman.

A quelle parole, i tre morti alle sue spalle si mossero.

Camminarono verso il detective e lo superarono senza porvi alcuna attenzione, fino a tornare nel buio della casa da dove provenivano.

Il detective istintivamente mise una mano nella tasca ed estrasse la cartucciera con i proiettili.

“Questi non servono.”Disse, iniziando rovesciando la custodia e lasciando cadere in terra i proiettili: “Tu sei già morto.”

A quelle parole, Alex scoppiò in una grande risata e il suo corpo iniziò improvvisamente a mutare.

La pelle si sbiancò e si riempì di grinze pronunciate.

I denti divennero aguzzi e sporgenti dalle labbra violacee.

Gli occhi si accesero di un rosso vermiglio.

Le mani si trasformarono in grandi artigli venosi.

Il mostro iniziò a parlare con una voce profonda e gutturale: “Allora…Tocca a te…Morire!”

Il mostro si protese verso il detective ma Patrick Guilliman si lanciò, nello stesso momento, verso il corridoio.

Alex provò ad agguantarlo ma, invano, rovinò contro la parete, fracassandola.

A fatica, per via delle violente fitte all’addome, il detective salì le scale a perdifiato verso il piano di sopra, inseguito dai passi pesanti e violenti di Alex, ormai ridotto ad un’entità deforme e ripugnante, il quale provò, con un balzo, ad afferrarlo, riuscendo però solo a graffiargli profondamente il polpaccio.

“Merd…” Guilliman soffocò un grido di dolore ma continuò a salire, aggrappandosi con la mano sinistra il corrimano.

Si lanciò sul pavimento del secondo piano. La bestia gli artigliò la schiena ma il cappotto impedì che le unghie affondassero nella carne.

Alex urlò di rabbia caricando un altro colpo, ma Guilliman sguisciò via facendo leva sulle gambe e si lanciò all’interno del bagno, arrestandosi davanti allo specchio.

Anche il mostro esitò, osservando il detective estrarre la pistola. Patrick Guilliman ansimava per lo sforzo, il polpaccio grondava sangue e la schiena gli doleva tremendamente.

Con la mano sollevò la pistola verso l’alto e disse: “A mai più rivederci…”

L’urlo del mostro fece tremare le pareti mentre il detective scagliava con tutta la sua forza la pistola contro lo specchio, mandandolo in frantumi.

L’ultima cosa che Guilliman vide, fu la sagoma enorme del mostro che si lanciava contro di lui.

Poi…

…Il buio…

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“Pat?”

Guilliman aprì a fatica gli occhi.

La luce e i suoni erano ovattati e lontani.

“Pat?”

La vista del detective iniziò a schiarirsi e apparve il volto di Daniel Neri.

“Finalmente!”esclamò il suo giovane amico, sorridendo: “Ci hai fatto prendere un bello spavento.”

“D-dove…Sono?” Chiese Guilliman con le palpebre ancora socchiuse.

“Sei in ospedale amico.” Rispose Neri, con torno serio.

“In…O-ospedale?” Domandò nuovamente Guilliman con una smorfia di dolore a causa di una violenta emicrania.

“Si. Sei svenuto a casa di Carlson e ho chiamato i soccorsi.”

“S-svenuto? Come?”

“Non ne ho idea, Pat. Ti ho visto cadere come un salame mentre fissavi lo specchio del bagno. Ti ho chiamato più e più volte ma alla fine ho richiesto un’ambulanza.”

Era tutto un sogno? Ero in coma? Si chiese.

“Non riesco proprio a capire cosa sia successo.” Osservò Daniel Neri.

“Io…Non lo so, Dan…”

Gli tornarono in mente le parole di Alex…

No che non sei morto!…Non ancora perlomeno…

Guilliman si massaggiò la fronte con la punta delle dita: “Lo specchio…Alex…Era lì…Dall’altra parte…Voglio dire…Non lo so, non mi ricordo…”

“Oh insomma, ti decidi a lasciarlo in pace!”

Tracy Kemper si precipitò nella stanza, per sottrarre Guilliman alle domande di Daniel Neri.

La donna fece per abbracciarlo ma cambiò idea, cercando di contenersi e gli sforò il viso con le dita: “Ehi…” Gli disse con la voce dolce.

“Ehi…” ricambiò Patrick Guilliman.

“Come ti senti?”

“Ora che me lo hai tolto di torno, benissimo.” Il detective abbozzando un sorriso, rivolto al suo amico: “Quanto tempo sono stato incosciente?”

“Due settimane.”

“Cosa?!” Guilliman alzò la testa dal cuscino fissando la dottoressa Kemper.

“Non agitarti, Patrick.”

Non agitarti, detective…

“Due settimane…Mio dio…” Disse sottovoce.

“Stavamo quasi per perdere le speranze.” disse Neri.

Voglio che resti qui con noi, per sempre…

“E’ tutto confuso…”

“Lo affronteremo a tempo debito, Patrick.” Disse Tracy Kemper: “Ora devi solo ristabilirti.”

Neri si avvicinò alla dottoressa e sussurrò: “Dovremmo parlare anche di quelle ferite.”

“Ci sarà tempo anche per quello, Daniel.”

“Quali ferite?” Domandò Guilliman mente provava a muoversi.

Avvertì delle fitte dietro la schiena e ad una gamba.

“Qualche giorno fa, gli infermieri si sono accorti che avevi dei tagli lungo la schiena…”

Mentre la dottoressa Kemper descriveva i suoi traumi, il ricordo del mostro lo sorprese, facendolo sussultare.

I suoi artigli, i suoi grugniti, il suo ruggito profondo e i suoi occhi senza iridi e rossi come il sangue…Lo rivide mentre gli saltava addosso…

“…E un taglio profondo sul polpaccio destro…” La voce della donna lo riscosse.

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Passarono diversi giorni e quando Il detective fu di nuovo in grado di stare in piedi, venne dimesso, con l’obbligo di osservare ancora un periodo di riposo domiciliare.

Ripensò continuamente alle sue ferite, anche dopo essersi rimarginate del tutto e a quella cartucciera coi proiettili, non più nella sua tasca.

Se avesse davvero visitato l’altra parte dello specchio, un mondo fatto di morte e disperazione, fu una domanda a cui non seppe mai rispondere.

Nuovi incubi lo tormentarono e la paura di veder apparire il mostro, non lo avrebbe mai abbandonato.

Ma ogni qual volta sentiva la sua volontà cedere, trovava uno specchio e ci si metteva davanti, recitando mentalmente quella che nel tempo divenne una specie di preghiera:

Quando non avrò più nulla da fare in questo mondo e l’oscurità mi porterà via, forse tu sarai lì ad attendermi Alex, col tuo sorriso sulle labbra.

Metterò insieme i miei brutti sogni e mi trasformerò in una creatura mostruosa.

Uno scontro alla pari.

Da morto a morto.

Poi, sorridendo, aggiungeva:

Ci sarà da divertirsi, amico mio…

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