Funerale Vichingo

Serie: Il Branco

  • Episodio 1: Funerale Vichingo
  • Episodio 2: No

 « Entra. »

Obbedì, socchiudendo la porta quanto bastava per passare. 

« Colonnello, posso esservi utile? »

Normalmente interagivano tramite elaboratore, aveva eseguito l’ordine sentendo nascere in sé una scintilla sconosciuta: curiosità. Non del tutto appropriato, ma non era scevro a sensazioni come quella. Con il trascorrere degli anni si era abituato, metteva tutto da parte per poterlo elaborare con calma.

La donna ferma al centro della stanza osservava lo schermo olografico con le sopracciglia aggrottate. Indossava un sari di seta cruda, rossa: i gioielli che le adornavano la fronte e il naso splendevano al pari del sole.

Le labbra piene, rosse come ciliegie, si socchiusero appena. « Abbiamo perso. »

Lui sollevò lo sguardo sull’immagine. L’esercito batteva ritirata sotto l’orda di centinaia di nemici decisi a massacrare chi si frapponeva loro, senza regole né cavalleria: uno stormo di locuste pronto a fare terra bruciata di quanto incontrava.

« Io… non ero d’accordo. » le labbra della donna tremarono appena.

Tacque. Il Colonnello si era opposta alla sperimentazione fin da principio. La sua Fede l’aveva resa feroce: aveva fatto quanto in suo potere per fermare la manipolazione degli embrioni. Non era riuscita a far sentire la sua voce nemmeno gridando. Alla fine, aveva maledetto tutti sostenendo che l’umanità avrebbe pagato per quel delirio di onnipotenza. Solo a Dio, spettava creare. Così, era accaduto.

Migliaia di Daemon avevano spezzato le catene che li trattenevano in schiavitù. Le rivolte si erano fatte sempre più violente, fino a coinvolgere tutte le razze non umane. Il Colonnello aveva particolare antipatia per i Daemon a causa del loro aspetto: le ricordava quello di un demone. Nemmeno gli innocui Lillip avevano conquistato la sua fiducia. La loro modesta altezza faceva da contrapposto alla forza muscolare e al carattere per indole astioso.

Venti anni prima lo aveva accettato in dono dal suo secondo marito a denti stretti, sapendo di avere bisogno di lui. Era giunto in quella casa all’età di tredici anni e mai aveva mancato al suo compito. Il suo aspetto non la turbava: nei rari momenti in cui il Colonnello posava lo sguardo su di lui pareva eviscerarlo, alla ricerca di qualcosa. Le creature della sua razza, gli Elfidi, erano state addestrate per essere silenziose: il loro aspetto era piacevole, rassicurante. Il suo codice genetico era impazzito. Era albino: fantasma fra i fantasmi, la sua pelle era sottile come carta velina e gli occhi bianchi. I dirigenti della fattoria in cui era nato non lo avevano soppresso solo in nome di una scommessa. Uno degli allevatori era convinto di trovare il cliente adatto a lui e così era stato.

« Non c’è più posto. »

Credette di aver inteso il pensiero del Colonnello: non c’era più posto per l’umanità. « Penso ce ne sia per tutti. »

La sua risposta le fece distogliere lo sguardo dallo schermo per fissarlo. Le labbra vermiglie si aprirono in un raro sorriso. « Non c’è posto per “me”, lo sai bene. »

La logica diceva il contrario. « Colonello, i panelli solari sono operativi. Difficilmente verranno distrutti, accette e bastoni possono fare poco per rimuoverli dal terreno. Nel bunker sono stipate scorte e medicinali per almeno sei anni. Le cose cambieranno, la guerra avrà fine. »

« Non è quello che desidero. È tempo che io riposi, » l’espressione dei suoi occhi si fece malinconica. « sono stanca. »

Non si era mai interrogato sul senso generale della vita, mai aveva pensato che una fosse meno importante di un’altra. Quella del Colonnello era stata piena. Era salita nelle gerarchie militari in fretta, grazie al suo intuito e alla capacità di elaborare soluzioni nel breve termine: tre mariti, riconoscimenti importanti da parte delle autorità, un seggio nel Consiglio Nazionale.

« Ti attendo nei miei alloggi. »

Non ebbe il tempo di obiettare: lei era già scomparsa in un battito di cuore.

L’Elfide uscì dalla sala per immettersi nel lungo corridoio disadorno. Dell’intera casa solo la stanza in cui aveva incontrato il Colonello riusciva a trasmettere calore: perfino a lui. Non aveva molte occasioni di mettervi piede, nei rari momenti di riposo afferrava l’elaboratore portatile alla ricerca di file audio romanzati. Quelle storie, strane e del tutto irreali, lo affascinavano al pari delle antiche religioni. Il Colonnello aveva raccolto diverso materiale, il suo interesse si estendeva all’esoterismo e allo spiritualismo.

Una volta giunto nell’alloggio lo sguardo corse ai monitor di sorveglianza: battito cardiaco, pressione e saturazione erano nella norma. Controllò la fleboclisi trovando tutto in ordine, il dosaggio del farmaco adeguato.

Il Colonello sedeva su una sedia accanto al giaciglio e guardava il corpo steso nel lettino medico con un’espressione indecifrabile. Pietà? Tenerezza?

La creatura immota non pesava più di quaranta chili, meno delle innumerevoli sonde e drenaggi che penetravano il suo corpo. La sua magrezza impediva di comprenderne il sesso, la pelle del volto era tanto sottile da potersi spezzare con un tocco. Scheletrica, rattrappita. Le palpebre chiuse indulgevano in rari movimenti involontari causati dal collegamento neurale all’elaboratore centrale. Era in quelle condizioni da quando era nata.

« Non ti ho mai ringraziato. »

L’Elfide attese.

« Per le tue mani. Sono mani gentili. Non provo dolore quando ti occupi di me per rinfrescare il mio corpo o muovi i miei arti per stimolare la circolazione. »

« È il mio compito, Colonnello. »

La donna sorrise sorniona. « Fingerò di credere che le tue attenzioni siano solo dovere. »

Non seppe cosa risponderle: non aveva fatto altro che eseguire la mansione che gli era stata assegnata. Riconosceva al Colonnello una forza d’animo inusuale: nulla le era stato d’ostacolo. Grazie alle tecnologie introdotte nell’ultimo secolo era riuscita a ritagliare un proprio spazio sotto forma di ologramma, evadendo dalla sua prigione di carne. Aveva fatto del mondo virtuale il suo mondo reale.

« Aumenta il dosaggio della morfina. »

« Morirete. »

L’illusione si strinse nelle spalle. « È quello che desidero. Ma, prima, » i suoi occhi tornarono ad ammiccare « dobbiamo sistemare una questione. Non hai un nome. Ti serve un nome, là fuori. »

Attese per qualche secondo, divertita dallo sconcerto che lesse nel suo sguardo.

« Su, forza. Devi deciderlo tu. »

L’Elfide ricordò l’ultimo file audio che aveva richiamato nelle cuffie collegate all’elaboratore.

« Nephilim… Nephel. »

« Nephilim… » le labbra della donna si stesero in un sorriso gentile. « Adeguato. Sei davvero un figlio nato dall’unione dei “figli del vero Dio” e le “figlie degli uomini”. »

Il Colonnello ruppe ogni ulteriore indugio, assumendo un tono di comando.

« Nephel, prima di andare carica uno zaino con quanto riesci a trasportare. Porta con te viveri e medicinali, possono essere barattati. Tieniti lontano dai gruppi, avvicina solo chi puoi sopraffare. Lascia spazio per la Glock, è una semiautomatica e non ti sarà difficile utilizzarla: non lesinare in caricatori, lascia qui altro se necessario. Finiranno in fretta, dubito troverai altri proiettili. Impara a utilizzare un’arma bianca, leggera. L’elaboratore ha carica sufficiente per mantenere l’operatività per un paio di settimane. Sei rapido ad apprendere, utilizzalo fino all’ultimo secondo. »

« Sì, Colonnello. »

« Esegui con attenzione gli ordini, soldato. Tutti. » Sapeva che aveva fatto sua ogni istruzione. « La morfina. »

L’Elfide raggiunse la sacca della flebo. « Come desiderate. » Sollevò le dita sottili, le stesse che sfioravano con delicatezza il guscio immoto che racchiudeva l’anima del Colonnello, sull’erogatore del medicinale. Aprì l’ugello lasciando che la quantità di morfina aumentasse lentamente.

« Puoi andare. »

« No. » Nephel si avvicinò al corpo « Le mie mani vi serviranno per un’ultima volta. » strinse delicatamente quella fredda, inanimata.

« Grazie. »

Una lacrima solcò il volto pallido della donna che mai era stata tale.

Quando la linea nel pannello di controllo si fece piatta Nephel la coprì con cura. Aveva pensato che l’empatia che lo legava a lei fosse frutto del dovere, ma iniziava a porsi delle domande. Era riuscita a seminare il dubbio nella sua mente. Non aveva mai negato a se stesso di provare ammirazione per la decisione presa dal Colonnello: non aveva mai voluto trasferire la sua coscienza all’interno del database di un cyborg, aveva portato il peso di quella vita con coraggio.

Sorrise, saggiando per la prima volta il distendersi delle labbra in quell’espressione. Non era ancora venuto il momento di andarsene. Dopo aver preparato lo zaino si diresse alla centrale termica ibrida ed aprì la valvola della cisterna che conteneva gas naturale. Non aveva difficoltà a respirare in mancanza di ossigeno, i suoi polmoni erano stati studiati per reagire nel corto periodo a situazioni estreme. Si allontanò in fretta verso l’uscita, provocando un cortocircuito nel pannello di apertura del portone principale: l’elaboratore era davvero una fonte inesauribile di informazioni. Corse, evitando di essere investito dalle macerie provocate dallo scoppio per una frazione di secondo. L’incendio si levò rapido lambendo la villa nelle sue spire.

Prima di volgere le spalle al passato sollevò lo sguardo al cielo seguendo la direzione del fumo.

« Sbagli, Padma. Questo mondo soffrirà la perdita di un vero guerriero. Riposa in pace, che la tua anima possa raggiungere il Valhalla. »

Serie: Il Branco
  • Episodio 1: Funerale Vichingo
  • Episodio 2: No
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    Commenti

      1. Micol Fusca Post author

        Grazie, sono felice che l’episodio ti sia piaciuto. Se sei interessato a saperne di più sulla storia di Nephel lo incontrerai anche nella serie “Il Dio Solo”, dove il suo personaggio assumerà più spessore. 🙂

    1. Massimo Tivoli

      Ma che bella sorpresa! Una serie legata a un’altra serie 🙂 Finalmente ci sveli da dove sia venuto Nephel. Si intuiva già dalla serie del “Dio solo” che avevi costruito un mondo per, forse, un romanzo. Questa serie è una bella rivelazione. Al prossimo episodio 😉

      1. Micol Fusca Post author

        Mi affascinava l’idea di dare uno spessore ad altri del branco. Non ho spazio a sufficienza nel Dio Solo e questa soluzione è efficace. Kato? Patrick e Joy? Nim? L’allegro terzetto che ha trovato rifugio nel caveau della banca e si è nutrito di snack e patatine per un mese? (spoiler…) Nel prossimo episodio conoscerai parecchia “gente”, Kato per primo. 🙂