Gardenia



Che odore avevano le gardenie, lì, vicino al laghetto? Fuori dalla finestra, sempre lo stesso giardino: maestoso, bellissimo, coi suoi dettagli irripetibili. Gli occhi faticavano grandemente, trovavano difficilissimo trascurarne la delicatezza! Il tocco leggiadro del sole, come l’infante smanioso di tastare ogni cosa, veniva seguito dalla carezza della madre luna, intenta invece a rimetter tutto a posto e nascondere i misfatti del figlio.
     Eppure, tristemente, nonostante la finestra sul giardinetto regalasse momenti magici, il riciclo dei giorni e delle notti aveva reso quel paradiso solo una contorta e purulenta discarica di odio, gelosia, rabbia e malessere. Una distesa d’erba verdissima, una spruzzata di fiorellini da campo da un lato, delle panchine di legno scuro dall’altro; persone, uccellini, la rugiada a bagnare le zampette degli scoiattoli. Tutto perduto. Ogni cosa divenne un incentivo a fomentare le unghie vibranti che cercavano carne, che bramavano il calore e la viscosità del sangue. L’avevano trovato già troppe volte, e Nicoline giaceva ormai estinta sul letto. Spesse cinghie di cuoio le baciavano la pelle dei polsi, delle caviglie; arrivò a goderne senza imbarazzo: del resto era l’unico tipo di contatto che le veniva riservato. Non la guardavano, non la toccavano, non le parlavano. Silenzio.

Di cosa mai avrebbero potuto sapere quelle gardenie, troppo bianche e immacolate per appartenere a quel mondo, per appartenere a lei?
     «Lo vuoi sapere, vero?» l’amico di lunga data si affacciò dall’ombra. «Nicoline, bambina mia, da quanto tempo non parliamo, io e te?» la serpeggiante creatura strisciò e prese le sembianze di un uomo. Barba grigia, lunghi capelli d’argento e un bastone da passeggio, il cui pomello luminoso brillava come un diamante. «Guardati, bestiolina mia. Legata e imbavagliata a un letto così sozzo, freddo e inospitale. Le lenzuola che meriti dovrebbero profumare di lavanda, di vaniglia, o meglio… di gardenie! Cos’è questo lerciume a cui sei costretta? La polvere, poi: guarda qua, bambina mia…!» l’uomo spostò col bastone un batuffolo di capelli che volteggiavano annodati a polvere e sporcizia. «Ti hanno anche rasata, disgraziati! Quant’erano belli i tuoi riccioli dorati? Rammenti? E quant’eri bella tu, mia dolcissima creatura! Ora cosa resta di te, dimmi? Due ossa in croce, muscoli flaccidi e lembi di pelle lacera che provano a ricoprire gli oltraggi che hai subito. È offensivo, disonesto e vile! Ti lasciano almeno usare i servizi? Ti lavano e ti curano?»
     Il losco figuro girò attorno al letto e trovò una bacinella ai piedi del letto. Le mosche banchettavano festose e gravide, sguazzavano negli escrementi a mollo nel laghetto dorato, distillato con sofferenza dalla ragazzina vincolata al letto. Egli si allontanò dalla bacinella, rattristato. Di fianco, occhi un tempo cerulei lo seguivano nei suoi lenti spostamenti.
     «Mi addolora vederti così ridotta, Nicoline,» riprese. «Le occhiaie non ti donano; il tuo nasino all’insù, piccola mia, quanta invidia aveva suscitato nelle compagnette di scuola? Già ti temevano, mia adorata, già capivano quanto saresti stata superiore a loro! Avresti dovuto ascoltarmi quella volta, sai? Forse siamo ancora in tempo: ricordi cosa ti ho detto l’ultima volta?»
     Nicoline annuì, mentre una lacrima solitaria si insinuava tra gli zigomi affilati e le guance scarne: buchi in un volto scheletrico. La goccia salata si estinse sulle labbra crepate dalla siccità. L’uomo col bastone si avvicinò e allentò una delle fibbie che inghiottivano i polsi della ragazzina.
     «Stringi le dita e tira: non hanno considerato la tua magrezza, gli stolti. Tira, Nicoline!»
     E Nicoline tirò. Liberò il braccio, lasciando come ricordo al ruvido cuoio gran parte della pelle della mano. Rosso, tra le sue dita. Avvampò di desiderio e svincolò in fretta le caviglie. Quando mise piede giù dal letto, cadde sotto il peso del proprio corpo. Strisciò e provò a rimettersi in piedi, lottò contro la debolezza che la voleva ancorata al suolo. Tanto arrancò e gemette, sino a quando non trovò l’appiglio giusto e riuscì a camminare su due gambe.

L’uomo col completo elegante e la giacca lunga la guardava. Nicoline sedeva vicino la finestra e fissava le gardenie, l’arbusto le cui radici bevevano direttamente dal laghetto. Chissà che odore avevano.
     «Ora dobbiamo attirare la loro attenzione, adorata fanciulla…» sussurrò lui, ticchettando col bastone sul pavimento. «Ti ricordi dove lo hai nascosto, giusto? Vallo a prendere.»
     Nicoline usò la parete come appiglio, barcollò sino all’angolo buio della stanza desolata. A parte il letto e le pareti imbottite, non c’era niente. Quasi niente. Si chinò e spostò una mattonella con le mani: sotto di essa, la meraviglia, la promessa della libertà!
     «È affilato, spero. Bene, Nicoline. Torna a letto, siediti comoda; per adesso lascia perdere le gardenie, presto le potrai odorare in tutta calma. Ora tira su la manica della camicia da notte. Brava. Delinea col dito il percorso da seguire, lungo il polso e su per l’avambraccio. Ottimo, tesoro. Impugna la lama e poggiala con attenzione sulla pelle. Ora premi e traccia un bel solco lungo il braccio! Sì! Senti come affonda e scava? Non piangere, non urlare, piuttosto insisti! Squarcia la disperazione in due metà e lascia che tutto sgorghi e zampilli di rosso, rossissimo! Bagna le dita nell’agonia cremisi, gioiscine, ridine! Sì, bambina mia, un altro taglio, brava. Lacera, recidi, non temere…»

I due infermieri sfondarono la porta della stanza centodue. Con loro grandissima sorpresa, trovarono un bastone da passeggio a bloccarne la maniglia. Guardarono per un breve istante l’intreccio di mogano intarsiato, il pomello di cristallo dall’esorbitante lucentezza.
     «Come c’è finito qui?» domandò il primo infermiere, allibito.
     «Non importa, la ragazza è grave!» il collega si chinò sul corpo sdraiato a letto. «È morta.»
     Un figuro apparve alle loro spalle, ma non potevano vederlo. Riprese il bastone e sorrise, tra le mani un fiore bianco. Pareva quasi una rosa, da lontano, ma un attento osservatore ne avrebbe scoperto la vera natura.
     «Morto è un termine complicato, Nicoline,» l’uomo col bastone si affiancò al letto. «Saresti morta, tu? Ti ritieni tale? Non penso proprio. Sei la più bella e viva creatura che io abbia mai visto! La camicetta appena sbottonata, a mostrare senza imbarazzo le nudità di una bimba strappata alla libertà per il terrore, anzi per l’ignoranza, di pochi uomini. Strega, ti hanno chiamata. Povera, dolcissima, Nicoline. Non hai avuto tempo di amare, non hai potuto riempire il tuo cuore immenso del nettare di questo mondo! Strega, ti hanno chiamata. Ma forse la colpa è solo mia, adorata creatura, mia che t’ho illusa e ingannata con promesse che non so mantenere. E ora debbo guardare il tuo polso dilaniato, aperto e a me rivolto, per dimostrarmi che il fallimento trascende ogni piano dell’esistenza. Il sangue scorre ancora fresco tra le tue dita, la lama intinta e macchiata di peccato non l’hai voluta lasciar cadere! Strega, ti hanno chiamata…»
     «Strega, mi hanno chiamata…!»
     Nicoline aprì di scatto gli occhi. I due infermieri sobbalzarono e s’aggrapparono l’uno all’altro, terrorizzati. La ragazzina si librò sopra il letto, con le perle azzurre lacrimanti di purpurea collera e le braccia protese. Rise dal profondo, sghignazzò e si beò nel vederli orinarsi addosso, proprio come loro l’avevano costretta mille volte a umiliarsi. Una morsa invisibile stritolò i due infermieri, i cui occhi cercavano aiuto e le cui bocche sbavavano, incapaci di articolare suoni. Caddero esanimi.
     «La tua gardenia, Nicoline…» l’uomo col bastone le porse il fiore delicatissimo. Lei lo annusò e inalò a fondo. Di cosa sapeva, la gardenia? Respirò e rise, tra una lacrima e un sorriso: il dolce profumo della libertà.



Pubblicato in LIBRICK SCELTI PER VOI, Narrativa

Commenti

  1. Tiziano Pitisci

    Giovanni mi è piaciuto tantissimo, davvero. Sei riuscito a condensare in un LibriCK una trama davvero speciale creando un climax degno di un romanzo. Ho aggiunto il LibriCK ai miei “preferiti” 🙂

  2. Belmy Ann

    Nella lettura ho trovato un punto poco chiaro: come si è liberata per prendere il coltello? E il losco figuro chi era? (Può essere che non ho capito questi due passi fondamentali perchè l’horror non è il mio genere e me ne scuso)

    1. Giovanni Attanasio Post author

      Ciao 🙂
      Il losco figuro è una sorta di proiezione della protaginista, una visione che però si dimostra più materiale di quanto lei pensi. “L’uomo col bastone si avvicinò e allentò una delle fibbie che inghiottivano i polsi della ragazzina.” qui è dove suggerisco che lui sta intervenendo sul piano materiale per allentare una cinghia che incatena la protaginista. Poi le suggerisce di tirare via la mano e da lì in poi è fatta 🙂