Giovedì

Serie: Sette giorni


Ho l’orecchio bollente e non perché abbia chissà che malattia o ci abbia soltanto dormito sopra. Sono stata al telefono tutta la mattina per chiedere ai volontari che conosco se sono liberi domani pomeriggio per la festa di compleanno di Danilo. Sono tutti impegnati e nessuno può darmi una mano.

La situazione mi sta un po’ sfuggendo dalle mani, forse perché ho pensato di fare troppe cose senza rendermi conto che da sola non ce la farò. Mi sono messa la sveglia mezz’ora prima del solito, anche se non lavoro questa mattina. Non avevo per niente voglia di incontrare mio fratello dopo la sfuriata di ieri sera. Mi ha ferita molto e lo ha fatto col chiaro intento di farlo. Per smaltire la rabbia e non urlargli contro ho camminato quasi per l’intera città.

Quando sono tornata a casa ho sentito mia madre fargli una bella strigliata. Me ne sono tenuta alla larga perché le sue sono parole sono state dette solo per far uscire fiato dalla bocca. Quando deciderà di azionare anche il suo coinquilino al piano di sopra allora potremo riparlarne. Non voglio fare l’orgogliosa ma finché non mi chiede scusa non gli rivolgerò più la parola. Solo perché sono più piccola di lui non vuol dire che io debba sottostare alle sua cattiverie gratuite.

Non so se mi ha fatto soffrire di più il fatto che mi ha vomitato contro parole velenose o se sia stato mio fratello a farlo. Non è mai stato così iroso nei nostri confronti, oppure non avrei mai e poi mai pensato di fargli lo scherzetto con l’acqua domenica. Mio fratello, quello prima di andare via di casa, non mi avrebbe mai detto queste cose. Piuttosto mi avrebbe spronata a cercare la mia strada. È cambiato e io non sono più sicura che tornerà mai il Fabiano di prima.

Mi butto pesantemente sul letto e mi sento sconfitta. Non posso assolutamente deludere quel bambino. Non posso, non devo e non voglio. Se solo Marta fosse qui sono certa che mi avrebbe aiutata volentieri.

Pensare alla soluzione di questo problema mi ha messo fame. Il mio stomaco brontola come un brontosauro. Scendo in cucina a sgranocchiare qualcosa. Prendo una mela dal cesto della frutta e vado a sedermi. Non appoggio neanche il sedere al morbido cuscino che suona il campanello. Vado ad aprire ed è il corriere, è un pacco per mio fratello. Quasi quasi glielo mando indietro. Sghignazzo ma poi lo prendo e glielo porto davanti alla camera da letto. Busso e me ne vado. Non aspetto che apra, tanto sono certa che ci metterà una vita. Invece dopo due passi apre e mi ringrazia. Scendo le scale sventolando la mano. Non mi sforzo neanche di parlare.

Sento che ha detto qualcosa ma non ho capito, sono scesa di corsa, ma non mi importa se devo essere sincera. Le uniche parole che ascolterò saranno “Scusa mia adorata sorellina”.

Provo a mandare un messaggio ai miei amici, a quei pochi che mi sono rimasti. Chiedo loro se hanno il venerdì libero da dedicarmi e aiutarmi con la festa di un bambino, ma molti non mi rispondono e gli altri mi dicono che non possono per vari impegni. Ho proprio le mani legate, devo chiamare Marisa e dirle che non riesco a fare tutto ciò che avevamo programmato. Però non riesco ad arrendermi, non ancora almeno.

Non riesco a stare ferma, ritorno il camera mia e provo di nuovo a rileggere il programma per domani. Magari facendo qualche cambiamento riesco a gestirmela da sola. Dopo mezz’ora il pavimento sembra un campo di guerra. Fogli appallottolati ovunque. Ho solo sfoltito il bloc note ma non ho trovato soluzione.

La voce di mia madre urla che è tornata. È arrivata l’ora di pranzo e non ho concluso niente. Sono soltanto più scoraggiata di prima. Raduno tutte le cartacce nel cestino e le porto nel bidone per la raccolta differenziata. Trovo mia madre in cucina intenta a preparare il pranzo.

«Ciao mamma» le dico prendendo un pelapatate.

«Ciao Diletta, hai organizzato la festa per Danilo?» mi chiede mentre mi passa qualche carota da sbucciare.

«Si… cioè no. Il problema è che non ho trovato nessuno che mi dia una mano» le dico lagnosa.

«Perché non lo chiedi a tuo fratello?» la guardo di traverso. Sbatte le carote e il pelapatate sul lavandino. «Mi vuoi dire che non ti ha ancora chiesto scusa?», scuoto la testa e ritorniamo con le mani nelle verdure. Mi propone di aiutarmi, se non trovo nessuno. Saltello dalla gioia e le butto le braccia al collo ringraziandola. Se non ci fossero le mamme bisognerebbero inventarle, davvero. Mi salva sempre. Anche quando non dovrebbe.

Mi sento molto più tranquilla adesso che so che comunque vada non sarò da sola. Comunque non demordo, cercherò ancora qualcuno. Magari qualcuno dei volontari si libera e risolvo il problema. Mia madre va a chiamare mio fratello e io intanto apparecchio.

Mi sembra di tornare a qualche anno fa. Quando pranzavamo sempre in tre: io, mia madre e mio fratello. Noi tornavamo da scuola e lei da lavoro e insieme ci muovevamo in sincronia per la cucina per preparare il pranzo. Ci divertivamo sempre. Oggi quel clima disteso proprio non è uguale ad allora. Soltanto quando i piatti sono a tavola e mia madre gli ha urlato tre volte, scende finalmente Fabiano.

Ho provato più di una volta ad addentare il mio piatto, ma sono rimasta con la forchetta a mezz’aria. Lo sguardo di mia madre era eloquente. Non ho neanche provato a protestare che io devo andare a lavoro e potrei andarci a pancia vuota. Devo ricordarmi di non farla arrabbiare, altrimenti anche la mia ultima possibilità di non andare da sola alla festa di Danila svanisce.

Fabiano si siede vicino a me e iniziamo a mangiare. Io non gli do retta, non lo calcolo neppure. Lui ogni tanto mi guarda ma faccio finta di niente. Facciamo il gioco del silenzio. Mangio con una certa fretta e sono la prima a finire. Tamburello con le dita sul tavolo di legno. Devo aspettare che finiscano anche loro prima di poter prendere l’insalata di carote.

Guardo l’orologio in cucina e mi rendo conto che non è tardi. Ho tutto il tempo. E allora perché ho questa fretta di alzarmi da tavola? Mi sento in leggero disagio con quel silenzio tombale. Avrei fatto meglio a mangiare qualcosa al panificio e saltare il pranzo. Finiamo di pranzare e mi vado a cambiare. Scendo di sotto, saluto mia madre e sto per uscire.

Mio fratello si sta infilando il giubbotto. «Ti accompagno» mi dice. Metto la testa fuori la porta e guardo il cielo. No, non sta piovendo. Però potrebbe dopo le sue parole. Non mi ha mai, dico mai, accompagnata al lavoro. Se avessi la macchina del tempo tornerei a qualche minuto fa solo per risentirlo.

Per dispetto non gli rispondo, lo guardo con la coda dell’occhio e mi avvio fuori.

«Hai deciso che non mi parlerai mai più?» chiede camminando.

«Almeno finché non mi chiederai umilmente perdono» rispondo mentre affretto il passo.

«Mi dispiace, va bene?», mi fermo e socchiudo gli occhi.

«Mh… non lo so. Non ti puoi impegnare un po’ di più?» ora mi diverto.

«Dai Diletta. Ti chiedo scusa. Sono stato un vero idiota ieri sera. Ero arrabbiato e me la sono presa con la persona sbagliata»

«Ecco ora va un po’ meglio. Ma devi ancora faticare molto prima che ti perdoni completamente» gli dico mordendomi le labbra per non ridere.

«Cosa vuoi che faccia?» mi chiede alzando gli occhi al cielo.

«Verrai ad aiutarmi domani con la festa di Danilo. Così vedi con i tuoi occhi che non faccio la pagliaccia!» mi mette un braccio sulla spalla e il nostro litigio è già terminato.

«Va bene sorellina. Farò tutto quello che vuoi».

Tra fratelli è così. Un attimo prima si litiga e quello dopo con un abbraccio e due risate è già tutto dimenticato. Arriviamo davanti al panificio che abbiamo un largo sorriso sul viso. Sono contenta che sia tutto risolto tra noi e che domani la festa andrà come programmato. Prima di entrare mi chiama «quante volte ancora mi rinfaccerai di averti detto che fai la pagliaccia?»

«Tante, tante, tante volte. Almeno finché non mi stanco. E io non mi stancherò mai di ripetertelo!» entro ridendo.

Serie: Sette giorni


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Discussioni

  1. Ciao Jessica, la tua serie è molto distensiva. Una qualità che apprezzo, mi piace questo sguardo in una famiglia come tante e le dinamiche familiari che si innescano fra i componenti. A volte serve anche un po’ di “normalità” nella vita, non solo scene d’azione o di continua tensione

    1. Grazie Micol, nella frenesia in cui viviamo a volte dimentichiamo cos’è la normalità. Mi sto divertendo a raccontare la storia di Diletta e della sua famiglia. 🙂