Giudizio dall’Abisso

Serie: Lab: Il Richiamo


Tutto era tenebra, o forse tutto era nulla. Giunse un’eco: lontana, sbiadita, diventava via via sempre più forte e limpido.

«La legge» disse l’eco«è stata violata.»

Era privo di qualsivoglia emozione, eppure cosi abissale.

«Ne siete sicuri?» risuonò un’altra eco più sottile, morbida.

«Abbiamo udito» rispose l’eco abissale.

«Cosa?»

«Silenzio. Dopo eoni, eoni, gli artigli hanno smesso di raschiare.»

«Non potrebbe aver semplicemente…smesso?» chiese un terzo eco in tono sprezzante.

«No»rispose l’eco abissale. «Non è nella sua natura.»

«State insinuando che…»

«Noi non insinuiamo. Noi sappiamo» interruppe l’eco abissale, zittendo quella sprezzante senza mai riflettere un’emozione. «È libero.»

«L’Ultimo Tavolo non è pronto» disse l’eco sottile. «Tutto e Nulla sono a rischio.»

«Non importa» aggiunse l’eco abissale.

«Non importa?!» ripeté l’eco sprezzante, confuso.

«La legge» ripeté  l’eco abissale «è stata infranta. Un giudizio va emesso. Una condanna va eseguita. Nulla di più, nulla di meno.»

«Il trasgressore va trovato e condotto dinanzi a Essi» affermò l’eco sottile. «Il resto sarà l’Oltre a decidere.»

«Concordo»disse l’eco abissale.

«Molto bene allora…» aggiunse l’eco sprezzante «concordo.»

«La decisione è presa» disse l’eco abissale.

«Chi manderemo?»

Infinite stelle ornavano il malinconico vuoto siderale, e mentre galassie intere nascevano e morivano al battito di una ciglia, una scia dorata falciò di netto l’oscurità perenne: qualsiasi cosa la ostacolasse veniva ridotto in polvere cosmica. Al suo passaggio un oceano di asteroidi fu spazzato via. Ammassi gassosi che tuonavano fulmini violacei e gialle saette si dissolvevano come nebbia mentre le attraversava. Nulla poteva fermarla, eppure, rallentò di fronte a un piccolo globo azzurro. Vi si avvicinò con il timore di chi toccava qualcosa di fragile. Si rimpicciolì sempre di più, diventando un mero punto infuocato nel firmamento terrestre.

Luogo imprecisato, Africa Centrale, 3 Luglio, Ore 23:06

Un religioso silenzio vigeva sul villaggio.

Maledette querce marce, pensò Ife mentre usciva di soppiatto dalla capanna di terracotta.

Gli Dei l’hanno reclamata! dicevano gli anziani con fanatica convinzione. Nessuno potrà più entrarvi! La pena: l’esilio!

Proibire la foresta significava perdere la zona di caccia più abbondante, senza, il villaggio rischiava di perire la fame.

Pura follia. 

Tutto cominciò qualche settimana fa. Una grossa sfera incandescente si era abbattuta sulla foresta senza provocare alcun incendio, lasciando soltanto una striscia di fumo: segno della presenza divina.

Stupidaggini! credeva Ife. Poteva essere qualsiasi cosa. Magari un aereo abbattuto da un missile. Gli uomini bianchi e verdi che passarono per il villaggio raccontavano di queste enormi frecce in grado di raggiungere il cielo. Si, dovevano essere cosi e non avrebbe di certo patito la fame per colpa di qualche ottuso idiota rinsecchito. Purtroppo era giovane, e donna. Non l’avrebbero mai ascoltata. Occorreva una prova. Qualcosa che provasse la stupidità dei vecchi.

Per tal motivo si recò nella foresta, armata di lancia e di una torcia in legno.

Al diavolo il tabù!

Tornata con la prova non ci sarebbe stato più alcun territorio consacrato. Ergo, nessun esilio.

Un piano perfetto! Pensiero che vacillò a pochi passi dalla sua meta.

In una notte offuscata dalle nuvole, perfino una scettica come lei si lasciava suggestionare dalle tonalità sinistre che assumevano le sagome dei tronchi: simili a demoni che sogghignavano alla vista di una facile preda.

Non essere stupida. Muoviti! Si disse tra sé e sé, deglutendo il nodo alla gola che l’attanagliava. Pose lancia e torcia sulla nuda terra. Prese due pietre focaie dal piccolo sacchetto in pelle che teneva legato alla vite. Sfregò l’una sull’altra, sopra la parte della torcia bagnata di resina. Un colpetto…due…niente ancora…tre…

Forza…

Al sesto colpetto scintillarono sulla resina. Piano, piano si accese un piccolo fuocherello fino a divampare su tutta la punta del bastone. Ife raccolse la torcia da terra insieme alla lancia. Finalmente era pronta.

Tutto risuonava sinistro e cupo, Ife cercò di farsi coraggio. Ciò nonostante il suo cuore sussultava al più flebile dei rumori. Si muoveva incerta, oscillando la testa in ogni direzione.

Ma cosa sto cercando, esattamente? si chiese, sebbene fosse un po’ tardi per farlo.

Un digrignar di denti le raggelò il sangue. Lì, sopra di lei, in mezzo agli alberi, due pietre dorate riverberavano il tenue bagliore della torcia: scrutavano, bramosi, potenti.

Ife scappò via gettando un urlo. Gli occhi dorati ruggirono, inseguendola sopra gli spessi rami. Ife continuava a correre, chinandosi e saltando per evitare radici e cespugli. Finché non inciampò su una pietra, cadendo a terra. La torcia gli scappò di mano. Non c’era tempo per raccoglierla. Si voltò di scattò, ancora  distesa con la lancia salda tra le mani rivolta al ventre di ombre dinanzi a sé. I dischi dorati erano svaniti. Ife respirava affannosamente, il sudore rischiarava la pelle catturando cumuli di polvere. Tutto taceva. Era riuscita a seminarlo.

Calmati, il peggio è passato.

Abbassò la lancia, le braccia gli dolevano. I dischi dorati balzarono fuori dal nero vuoto: era una pantera!

Entrambi rotolarono a terra avvinghiati l’un l’altro, scivolando in una ripida discesa che li separò, facendo balzare Ife più lontana. Si rialzò dolente, piena di graffi e lividi. Tutto era confuso, sfocato. Ife ci mise un po’ a notare la bestia, rimasta sul fondo della discesa. Si muoveva a destra e a sinistra, fissando la sua preda.

Perché non mi raggiunge? si domandò Ife. Qualcosa impediva al predatore di avanzare oltre.

Le nuvole si accostarono, e il paesaggio si illuminò gradualmente dei colori della luna. Ife non riconosceva quel posto, eppure per anni la foresta è stata il suo luna park africano, insieme ai suoi fratelli e sorelle. Pareva trovarsi in un mastodontico buco deformato. Scorse qualcosa sul terreno. Qualcosa di nero marroncino.

Alghe?

Dalle condizioni si erano essiccate da tempo, e quando i sensi ritornarono lucidi fu assalita da un nauseante odore di…di…pesce? Si guardò attorno, stavolta con maggior attenzione, notando piccoli corpi deteriorati e mangiucchiati dai vermi, infestati dalle mosche.

Non…non può essere!

Era il lago! Completamente asciutto.

Quale? Quale prodigio, benedetto o maledetto che fosse, poteva provocare un simile scenario? Opera dell’oggetto caduto dal cielo? Impossibile, non c’era alcun segno d’impatto o bruciatura o resti di qualcosa. Una miriade di domande si ponevano in fila indiana nella testa di Ife: una le scavalcò tutte.

La pantera!

L’esitazione che impediva alla bestia di assalirla era forse dovuta a quel luogo ritenuto sacro?

Quindi gli anziani avevano ragione? pensò con disappunto. Gli veniva difficile accettare che fosse quella la verità. Farlo significava condannare il villaggio. No, doveva indagare. Doveva…che cosa è stato?

Un rumore di passi la colse alle spalle, si voltò, provenivano dall’altra estremità del lago. I raggi della luna non raggiungevano quella parte, tracciando una sorta di nero confine.

La pantera scappò via – o almeno ci provò – scivolando rovinosamente sulla salita sabbiosa. Qualsiasi cosa si celasse oltre il nero confine era capace di terrorizzarla.

Che sia lui? Il Dio? pensò Ife, accogliendo involontariamente  la superstizione tanto disprezzata sino a quel momento.

Qualcosa fuoriusci dall’oscurità. Ife riuscì a intravedere parzialmente uno zoccolo.

È solo un cerv-…

Quel pensiero fu assassinato dalla vista di una zampa affiancarsi a quella che doveva essere la gamba del cervo.

Ife fu assalita da una sensazione nuova, più profonda e cupa del terrore stesso: indietreggiò, lentamente, mantenendo lo sguardo fisso sulle gambe della…”cosa”. Poi, una testa emerse…no, due…no, sbagliò ancora. Era una, una soltanto, formata da due animali diversi, uniti in un’abominevole fusione. Quello era il volto di un Dio?

Ife non riuscì a distinguere gli animali che la formavano, ne ci teneva a saperlo. Voleva urlare ma il corpo si rifiutava. Nel frattempo il nero confine si stava espandendo. Le nuvole stavano di nuovo sopraffacendo la luna.

No, no, no!

Corse verso la salita sabbiosa, tentò di risalirla ignorando perfino la pantera. Inutile. Più l’abietta creatura si avvicinava, più l’ombra si estendeva come un ampio mantello. Quando fu ormai vicino, la pantera smise di risalire scagliandosi contro la creatura. Entrambi affondarono nelle tenebre lasciandosi dietro soltanto versi animaleschi. Ife smise anche lei incominciando a correre lungo l’estremità del lago, in cerca di un modo per risalire. Pochi minuti dopo non si udirono più i versi della pantera, solo silenzio, poi un passo. Una testa uscì fuori dal nero confine: il Dio-abominio.

Allora Ife capì. Capì che doveva essere lei quella pantera; se non poteva fuggire tanto valeva combattere. Tenne salda la lancia rivolgendola contro la creatura. Attese. La luna svanì.

«Ife!..Ife!» gridava Guedado camminando per villaggio.

Dove si sarà cacciata quella ragazza? si chiese. Conosceva la risposta ma preferì accantonarla.

Gli Dei non vogliano…

Ne avevano discusso la sera prima. Ife insisteva che bisognava contestare la decisione degli Anziani. Era giovane, e per quanto fossero valide le sue ragioni, doveva capire. Il volere degli Dei andava rispettato, per quanto strano o perfino sbagliato apparisse. Come potevano dei mortali capire? Nel rivangare quella discussione, volse lo sguardo in direzione della foresta: lì la vide.

Ife!

Corse da lei. Il cuore dilaniato tra sollievo e rabbia.

«Figlia mia, dimmi che non sei entrata nella foresta!» supplicò mentre si avvicinava a lei. La ragazza gli passò davanti, indifferente.

«Ife? Ife, fermati!» Le afferrò il braccio, lei si volse.

«Cos’è successo? Par-»

A Guedado gli si spezzò il fiato. Incredulo, sentì il denso calore delle piccole dita di sua figlia insinuarsi tra le sue viscere. Solo allora incrociò il suo sguardo.

«I…fe?»

Le piccole biglie d’ebano negli occhi di sua figlia, ora rilucevano dorati e stretti.

Serie: Lab: Il Richiamo


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Discussioni

  1. Ciao Daniele, ottimo episodio, adrenalinico e carico di suspense e azione, con continui ribaltamenti di fronte. Episodio dal profumo “wild” e ancestrale, laddove hai messo sul piatto altri abissali misteri… ma sono curioso, a questo punto, come gestirai tali situazioni, con tutti gli intrecci annessi, ma sono certo che ci riuscirai alla grande! Oh, Ife è proprio un bel personaggio, mi raccomando non farla morire o altro??! Anche stavolta bel lab, un saluto, alla prossima!

    1. Grazie Cristina di continuare a seguire questa serie, spero che continuerai il viaggio sino alla fine 🙂

  2. Ciao Daniele, mi unisco a Vanessa col dire che è un bellissimo episodio e Ife è stupenda. Bella la sua storia, il mistero che cela la foresta: tutto da scoprire. Ma… e adesso? Eduardo? Il povero redivivo Bianchi? Godwin? Quale marasma planetario ha preso possesso della tua immaginazione?

    1. Sapevo che avresti gradito Ife, e per le tue tante domande dipenderà dai temi che sceglierete quando riceverai la risposta XD

  3. O.O che figata… Non me l’aspettavo, sono curiosa di sapere come lo aggancerai a tutto il resto. Davvero particolare, hai una fervida immaginazione. Spero di rivedere Ife ? bravissimo Daniele!

    1. Grazie mille Vanessa, spero solo che questa mia immaginazione riesca a tenere insieme tutti questi ingranaggi che presto incominceranno a muoversi 😉