Grazia, sesso con la colf.

Serie: Diario di due amori sbagliati


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Luciano trascorre una domenica nostalgica pensando alla famiglia lontana. Il lunedì, tornato al lavoro, ferma losguardo sulla commessa che lo accompagna agli acquisti.

Di ritorno da un cliente entro in autogrill per bere un caffè. Sono alla cassa quando sento gridare: “Carlitos!”, un nomignolo che mi aveva affibbiato una mia ex commessa,  mi volto. ed è  lei, Grazia, che dal banco del bar sorride e mi saluta agitando la mano. Aveva poco più di sedici anni quando venne a lavorare da me, era una teen-ager frizzante e sfacciata; ora ne avrà venticinque? S. è fatta ancora più bella, è donna. Mi chiamava ” Il signor Carlitos” perché a quel tempo indossavo un trench di pelle nera come Al Pacino nei film “Carlito’s Way”.

Ricordo la volta che andai a prenderla a casa, dovevamo fare l’inventario in uno dei negozi. Era sull’uscio con indosso una mini inguinale e una maglietta che a stento copriva le tette tanto era corta. C’era anche sua madre, brava donna, ma un po’ indietro di testa, Non potevo viaggiare con una ragazza vestita così. Consigliai a sua madre di farla cambiare, non mi ricordo con quale pretesto.

– Ciao – Esclama, e mentre ritira lo scontrino mi trattiene la mano.

– Sei sempre uguale! Come fai? – Dice e io arrossisco.

– Come mai da queste parti? –  Domanda. Alzo le spalle e rispondo:

– Lavoro. Tu piuttosto, da quanto tempo lavori qui? Non ti ho mai vista.

-E’ da un po’; non mi hai mai vista perché faccio i turni, quando non ci sono; oggi però è il mio giorno fortunato… tra poco smonto, vieni a cena da me? Mia madre sarà contenta di vederti. 

– Vivi ancora con tua madre? 

– Sì – Risponde, poi portando la mano al cuore aggiunge:

-Vieni dai! Giuro che non ti salto addosso – La compagna di lavoro ride. Lei le spiega che sono il suo ex titolare.

– Non è sexy? Dovevi vederlo con il trench di pelle nera! Sembrava Al Pacino!  Allora vieni?

–  Mi farebbe piacere.

-. Allora esci alla prossima, alla rotonda trovi un bar, aspettami là, io ho la macchina qui dietro, ti raggiungo subito – Avverte che deve andare e si infila nel retro.

– Così vivi ancora con tua madre – le chiedo davanti casa.

– Sì, se non ci fosse lei con la bimba come farei? 

– Hai una bimba? Ti sei sposata? – Chiedo sorpreso. Lei sorride e mi fa:

– Non preoccuparti, non c’è nessun marito 

– Sei terribile –

– Così disse l’uomo tutto d’un pezzo che non scopa le commesse! Ti ricordi quella mattina quando mi facesti cambiare d’abito? mettesti in imbarazzo mia madre! 

– Qualcuno doveva pensarci! Sembravi la Lolita di Nabokov!

– Volevo esserlo! –

-Eri troppo giovane per finire a letto con me.

– Non sarebbe stata la prima volta per me!

– Grazia, ero sposato, avevo moglie e figli…

– Che però se ne sono tornati a Napoli.

– Che ne sai tu?

– Lara, la tua segretaria. So anche di te e di lei. Cosa è andato storto tra voi? Sareste stati la coppia perfetta –

– Sei informata… lei non la pensava così…

– È stata lei a mollarti? Davvero è andata così?

– Basta domande – Rispondo e lei alza le mani in segno di resa.

– Sai una cosa? Quello che mi fa incazzare è che alla fine sono finita nel letto sbagliato! Ci ho fatto una figlia e non so nemmeno chi sia, non l’ho visto più.

-Mi dispiace.

– No. E’ stato meglio così – Dice, mi lascia con la madre e va a cambiarsi.

– Quando lasciò il lavoro da lei, la rimproverai fortemente – Mi confessa la madre. Arrossisco al ricordo di cosa successe quel sabato. Nonostante mi fossi raccomandato non venne al lavoro e io la licenziai.

– Sua moglie come sta? E i bambini? – Mi chiede.

– Tutti bene. Mia moglie, va e viene da Napoli, i ragazzi si sono fatti grandi. Quanti anni ha? – Domando cambiando discorso guardando la bambina. E’ la copia perfetta di lei, bionda occhi azzurri, farà impazzire i compagni di scuola tra un po’.

– È nata quell’anno – risponde e fissa intensamente i suoi occhi nei miei. Il messaggio mi arriva forte e chiaro. Arrossisco, mi strofino il viso con le mani, aspiro quanta più aria è possibile e con un filo di voce sussurro:

– Non penserà… 

– Non penso niente. Grazia non ha mai voluto dirmi chi è il padre. 

– Di certo non sono io! – Esclamo deciso. Lei non ribatte, ma non sembra convinta. Per fortuna arriva Grazia.

– Smettila di torturarti, mamma, non lo so nemmeno io! …Certamente non è sua, lui non mi ha mai toccata… purtroppo. Quella sera ho bevuto parecchio e alla fine sono finita con quello sbagliato! Quel ragazzo lo cososcevo, non l’ho più rivisto. – Poi cambiando discorso le chiede:- Cosa hai preparato per cena? –

Lei la guarda imbarazzata, ha la stessa espressione spaurita di allora.

– Che ne dici se andiamo fuori? – dico per levarla dai guai.

– Non mi va di uscire di nuovo, faccio arrivare due pizze – alza il telefono, ordina poi prende due birre dal frigo, me ne allunga una e fa cin sotto gli occhi della bambina che mi guarda con curiosità.

Saluta il signor Carlitos, Daisy – Le  dice Grazia volgendo lo sguardo dalla sua parte – Lui è il mio vecchio capo – La bambina alza il braccio e fa ciao con la mano.

– Allora… chi è rimasto con te? – Chiede Grazia

– Quasi tutti.

– Ha ancora tutti i negozi? 

– Ne ho ancora sette, e tu? Come ti trovi all’autogrill?

– Non mi lamento, la paga è buona –  Daisy che non mi toglie gli occhi di dosso.

– E lei? va già a scuola? – chiedo. La bambina arrossisce.

– Va alla prima! – Interviene la nonna.

– Com’è che conosci Lara? – le domando,

–  Tre mesi fa ti ho visto passare, mi venne voglia di vedervi, tu e gli altri, così venni al deposito, con Daisy, volevo fartela conoscere. Lara era fuori a fumare, quando le chiesi di te, vedendo la bambina sgranò gli occhi: pensava che fosse  tua.Quando le dissi di no sembrò sollevata. Tra noi sarebbe stato diverso se fossi stata maggiorenne? 

– Ero sposato, Grazia! –

– Con Lara allora? –

– Mia moglie mi aveva lasciato, Lara aveva ventotto anni e non lavorava per me. Possiamo parlare d’altro? –

– Dice che sei infelice… che non hai nessuna.

– Ho conosciuto tempi migliori…

– Da quant’è che non ti fai una bella scopata? – chiese a bruciapelo. – La mamma doveva aver sentito perché sbuffò, prese la bambina per mano e la portò di là con la scusa di preparare la tavola.

– Ti piacevo, te lo leggevo negli occhi…

– Eri troppo giovane Grazia…

– Volevo essere tua… – Bussano alla porta, sono arrivate le pizze e non finiamo il discorso.

Prima di farmi andar via mi bacia e mi chiede di non sparire; un’ora dopo telefona per sapere se sono arrivato e mi augura la buona notte.

Agitato mi giro e rigiro nel letto senza riuscire a prendere sonno, quando mi addormento, la sogno e al mattino mi sveglio eccitato. Vado in bagno così come sono e mi trovo dinanzi la colf marocchina; è china sulla vasca da bagno, la gonna arrotolata fin quasi alle mutande. Si volta e mi guarda da sopra la spalla, poi abbassa gli occhi e guarda là sotto, mette la mano sulla bocca e fa :oh! Poi sorride. E’ una situazione eccitante, mi inginocchio e le accarezzo le cosce; lei fa qualche moina,  oppone una tenue resistenza , poi si lascia andare. E’ tutto veloce, alla fine mi alzo, mi lavo e scendo  senza nemmeno salutarla. 

In strada mi seggo su una panchina e comincio a parlare con te. Era da un po’ che non lo facevo.  Tu non ci sei, non ci sei più, ma mi aiuta. E’ da quando i miei figli e mia moglie sono andati via che ne sento il bisogno. E’ uno sfogo, è come andare a puttane, mi scarica. Ti immagino qui e mi psicanalizzo da solo.

La prima volta ricordo che mi ero fermato sul marciapiedi senza riuscire ad andare avanti; cercai una panchina, mi sedetti e cominciai ad osservare i passanti. Soprattutto le donne e soprattutto le gambe, e i culi. Gambe lunghe, gambe corte, gambe storte; culi, grossi, secchi, culi a mandolino. Mandavo a mente tutto e davo i voti. Poi cominciai a parlare rivolgendomi a te, non so esattamente perché, ma avevo nella testa la targa del tuo studio che ritirai per te al timbrificio di via Salvator Rosa: Stefano Calle Psicoterapeuta accreditato presso il tribunale di Napoli”. Immaginai di essere seduto nel tuo salottino aspettando che ti liberassi. Il tuo salottino, piccolo e ben arredato su cui si affacciava una scala che portava al primo piano, mi ricordava quando, per il servizio militare eravamo stati entrambi sbattuti a Trapani. Che posto ragazzi! In caserma mancava sempre l’acqua, ci portavano al mare per farci lavare!

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